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Art. 1223 Codice Civile — Anno 2023

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241 provvedimenti

Altri anni per Art. 1223 Codice Civile

Azienda contro Ministero: la causa finisce con rinuncia in Cassazione
Un'azienda concessionaria di un servizio pubblico citava in giudizio un Ministero, chiedendo un risarcimento danni. L'accusa era di non aver rispettato un obbligo contrattuale che prevedeva di esercitare pressioni su un'altra società per la cessione di infrastrutture. La causa, arrivata fino alla Corte di Cassazione per un presunto caso di 'denegata giustizia', ha avuto un esito inaspettato. Prima della decisione finale, l'azienda ha ritirato il proprio ricorso con l'accordo del Ministero. La Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio per rinuncia, chiudendo il caso senza decidere chi avesse ragione o torto e stabilendo che ogni parte pagasse le proprie spese legali.
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Fallimento aziendale: il nesso di causalità è tutto da provare
Un'azienda in liquidazione chiedeva un ingente risarcimento a un'altra società, sostenendo che il suo fallimento fosse stato causato dal mancato rispetto di un obbligo di garanzia (manleva). La Corte di Cassazione ha respinto definitivamente la richiesta, stabilendo che non era stato provato il nesso di causalità tra l'inadempimento contrattuale e il dissesto finanziario. Secondo i giudici, la crisi aziendale era già in atto per altre ragioni e la violazione del contratto non ne è stata la causa determinante. La sentenza sottolinea l'importanza di dimostrare con prove concrete il legame diretto tra la colpa e il danno per ottenere un risarcimento.
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Mancata cancellazione ipoteca: vendita sfuma, ma niente risarcimento
Un proprietario cita in giudizio l'Agente della Riscossione per i danni subiti a causa di una vendita immobiliare sfumata. La causa del fallimento della trattativa era la mancata cancellazione di ipoteca da parte dell'ente, nonostante il debito fiscale fosse stato annullato. Il proprietario aveva perso la caparra e pagato una penale. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha respinto definitivamente la richiesta di risarcimento. I giudici hanno stabilito che non era stato provato in modo certo il nesso di causalità tra l'ipoteca e la decisione del compratore di ritirarsi, ritenendo l'appello un tentativo inammissibile di riesaminare i fatti.
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Risarcimento danno ambientale: condanna sospesa dalla Cassazione
Un'Azienda viene chiamata da un Comune a pagare i costi di bonifica per un inquinamento storico, avvenuto in un'area industriale. L'Azienda nega ogni responsabilità, sostenendo di non essere l'autore del fatto e che il diritto del Comune sia ormai prescritto. Il caso arriva in Cassazione, la quale, data l'enorme complessità delle questioni legali legate al risarcimento danno ambientale, non emette una sentenza definitiva. I giudici rinviano la causa a una pubblica udienza per un esame più approfondito, sospendendo di fatto il giudizio e lasciando aperto l'esito della vicenda.
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Appalti opere ferroviarie: stop per reperti, il committente paga
Un'impresa edile ottiene un risarcimento in un caso di appalti opere ferroviarie dopo la sospensione e il recesso dal contratto da parte del committente, a causa del ritrovamento di reperti archeologici. La Corte di Cassazione interviene per chiarire un principio fondamentale: le normative generali sugli appalti pubblici non si applicano automaticamente agli appalti opere ferroviarie. Se richiamate nel contratto, esse non valgono come leggi, ma come semplici clausole contrattuali. Poiché entrambe le parti hanno basato i loro ricorsi su un'errata interpretazione di questo punto, la Corte li ha dichiarati entrambi inammissibili, confermando di fatto la condanna al risarcimento a carico del committente.
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Diffamazione a mezzo stampa: Titolo forte, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un giornalista per diffamazione a mezzo stampa, stabilendo un principio fondamentale: il solo titolo di un articolo può avere una autonoma portata offensiva. Anche se il corpo del testo è corretto, un titolo sensazionalistico e lesivo della reputazione è sufficiente per integrare il reato. La Corte ha ritenuto il giornalista responsabile del titolo, considerandolo parte integrante del suo lavoro, e ha confermato il suo obbligo di risarcire i danni. La sentenza sottolinea come la scelta delle parole in un titolo non sia un dettaglio secondario, ma un elemento centrale nella valutazione della diffamazione a mezzo stampa.
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Vince il concorso, perde il posto: negato il risarcimento danno
Un dipendente pubblico, assunto dopo aver vinto un concorso, perde il lavoro a seguito dell'annullamento della procedura di selezione per un vizio di forma. Il lavoratore chiede il risarcimento di tutti gli stipendi futuri fino alla pensione. La Corte di Cassazione nega questa possibilità, stabilendo un principio fondamentale sul risarcimento danno contratto nullo: non si può essere risarciti per la perdita di un bene (il posto di lavoro) che, giuridicamente, non si è mai posseduto. L'unica forma di risarcimento ammissibile è la 'perdita di chance', ovvero la dimostrazione di aver perso altre concrete opportunità lavorative a causa dell'impiego poi svanito.
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Nomina illegittima: niente risarcimento per perdita di chance
Un dirigente medico si oppone alla nomina di un collega a un incarico direttivo, avvenuta senza una procedura di selezione pubblica. Durante la causa, l'incarico viene soppresso e la sua richiesta si concentra sul risarcimento del danno per perdita di chance. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, stabilendo un principio fondamentale: l'illegittimità della procedura di nomina non è sufficiente per ottenere un risarcimento. Il lavoratore deve dimostrare con prove concrete di avere avuto una probabilità seria e apprezzabile di ottenere quell'incarico. In assenza di tale prova, la richiesta di risarcimento per perdita di chance non può essere accolta.
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Obbligo di restituzione immobile: Giudice ignora le prove, vince il proprietario
Una società proprietaria di un immobile commerciale cita in giudizio l'ex inquilino per gravi danni riscontrati alla riconsegna, inclusa la rimozione di impianti. La Corte d'Appello riduce notevolmente il risarcimento dovuto. La Corte di Cassazione, però, ribalta questa decisione. I giudici supremi stabiliscono che la Corte d'Appello ha commesso un errore grave ignorando prove decisive come la perizia tecnica (ATP) e le testimonianze, che dimostravano lo stato dell'immobile. La sentenza chiarisce che l'obbligo di restituzione immobile impone al giudice di valutare tutte le prove disponibili per determinare correttamente il danno. La causa torna quindi in Appello per un nuovo esame.
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Mancato godimento immobile: niente risarcimento senza prova
Una comproprietaria cita in giudizio le sorelle per ottenere il risarcimento danno da mancato godimento immobile. Sostiene che le sorelle, negandole le chiavi, l'avrebbero costretta ad affittare un'altra casa. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. La donna non ha fornito prove sufficienti né del comportamento illegittimo delle sorelle, né del nesso di causalità tra la presunta esclusione e la sua decisione di affittare un altro appartamento. La sentenza ribadisce che chi chiede un risarcimento ha l'onere di dimostrare concretamente di essere stato privato illecitamente del proprio diritto di godimento del bene comune.
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Cessione Ramo d’Azienda: Risarcimento Negato Senza Offerta Lavoro
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto alla sua azienda originaria il risarcimento del danno. Il danno consisteva nella differenza tra lo stipendio inferiore percepito e quello che avrebbe dovuto ricevere. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. Il motivo è che il lavoratore non aveva mai formalmente offerto la propria prestazione lavorativa all'azienda originaria durante il periodo contestato. Senza questo atto, noto come 'messa in mora', non sorge il diritto al risarcimento danno cessione ramo d'azienda per il periodo precedente alla sentenza che accerta l'illegittimità. Vince quindi l'azienda.
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Cessione Ramo d’Azienda Illegittima: Niente Risarcimento Senza Mora
Una lavoratrice, il cui rapporto di lavoro era stato trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle differenze retributive per il periodo tra la cessione e la sentenza. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. Ha chiarito che, per il periodo precedente alla sentenza, il lavoratore non ha diritto alla retribuzione ma a un eventuale risarcimento del danno. Per ottenere tale risarcimento, però, è indispensabile aver messo a disposizione le proprie energie lavorative, costituendo formalmente in mora il datore di lavoro. Senza questo passaggio, non spetta alcun risarcimento danno cessione ramo d'azienda. La lavoratrice ha quindi perso la causa.
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Estinzione del processo: accordo tra le parti chiude causa per danni
Una lavoratrice, condannata in appello a risarcire l'azienda per presunte irregolarità contabili, presenta ricorso in Cassazione. Durante il giudizio, le parti raggiungono un accordo transattivo. Di conseguenza, la lavoratrice rinuncia al ricorso e le aziende accettano la rinuncia. La Corte di Cassazione, prendendo atto dell'accordo, dichiara l'estinzione del processo. Questa decisione chiude definitivamente la controversia senza un giudizio sul merito e chiarisce che, in caso di estinzione, non si applica la sanzione del raddoppio del contributo unificato.
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Risoluzione Locazione: Affitto Perso Non È Sempre Danno Risarcibile
Una società immobiliare chiede il risarcimento del danno per i canoni di locazione non percepiti dopo la risoluzione del contratto per morosità dell'inquilino, fino alla scadenza naturale dell'accordo. La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, non decide il caso ma evidenzia un profondo contrasto nella giurisprudenza. Esistono due orientamenti opposti sul risarcimento danno risoluzione locazione: uno lo ammette, considerando i canoni futuri come un mancato guadagno; l'altro lo nega, sostenendo che una volta riottenuto l'immobile, il locatore non subisce più una perdita. A causa di questa incertezza, la Corte ha rinviato la causa a una pubblica udienza per una decisione chiarificatrice.
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Risarcimento Danni Precetto Illegittimo: Accordo Annulla Danno
Un'azienda chiedeva un cospicuo risarcimento danni per un precetto illegittimo che, a suo dire, l'aveva costretta a un trasloco forzato. Inizialmente, un tribunale le aveva riconosciuto il diritto generico al risarcimento. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha respinto la richiesta finale di liquidazione del danno. La Corte ha stabilito che il rilascio dell'immobile non fu conseguenza diretta del primo atto illegittimo, ma di un successivo accordo tra le parti, formalizzato con un secondo precetto. Mancando il nesso causale tra l'illecito e il danno, la richiesta di risarcimento è stata negata. L'azienda ha perso la causa e ha dovuto pagare le spese legali.
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Tragedia e colpa al 50%: niente interessi compensativi automatici
La Cassazione interviene sul caso di due fratelli annegati in un'area con divieto di balneazione. I giudici confermano il concorso di colpa al 50% tra le vittime e l'ente gestore. La Corte stabilisce un principio fondamentale: gli interessi compensativi sul risarcimento non sono automatici. La parte danneggiata deve farne specifica richiesta e dimostrare che la sola rivalutazione monetaria non è sufficiente a coprire il danno derivante dal ritardato pagamento. Di conseguenza, la richiesta di risarcimento dei familiari viene parzialmente ridimensionata.
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Risarcimento da contratto nullo: lavorare per il Comune non basta
Un musicista lavora per un Comune senza un contratto scritto. La Pubblica Amministrazione interrompe il rapporto. La Cassazione stabilisce un principio fondamentale: il rapporto di lavoro con un ente pubblico senza forma scritta è nullo. Il lavoratore ha diritto alla retribuzione per l'attività svolta, ma il risarcimento del danno da contratto nullo non è automatico. Per ottenerlo, il lavoratore deve dimostrare di aver subito un danno specifico, come la perdita di migliori opportunità lavorative (perdita di chance). In assenza di tale prova, la richiesta di risarcimento viene respinta.
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Stufe difettose: perde 700mila € per mancato onere della prova
Un produttore di stufe chiede a un'azienda di verniciatura un risarcimento di quasi 700.000 euro per lavori difettosi. Nonostante l'azienda appaltatrice avesse ammesso e corretto una parte dei difetti, la domanda di risarcimento viene respinta in tutti i gradi di giudizio. La Cassazione conferma la decisione, ribadendo un principio fondamentale: l'onere della prova nel risarcimento danni grava interamente su chi lo richiede. Senza prove concrete e specifiche sull'intero ammontare del danno lamentato, la causa è persa. Il produttore non è riuscito a dimostrare i fatti a fondamento della sua pretesa, determinando la propria sconfitta.
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Perdita di Chance: Promozione Negata, Lavoratore Perde la Causa
Un lavoratore ha citato in giudizio la sua azienda per non averlo incluso in una procedura di selezione per una promozione a dirigente, chiedendo un risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, stabilendo un principio fondamentale: per ottenere un risarcimento, non è sufficiente dimostrare di possedere i requisiti per la promozione. Il lavoratore ha l'onere di provare, anche in via presuntiva, di avere avuto una probabilità concreta, seria e apprezzabile di ottenere quel risultato. La semplice possibilità teorica non basta. Il lavoratore non ha fornito questa prova e ha perso la causa.
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Conversione Contratto a Progetto: Lavoro Fisso ma con Risarcimento Limitato
Un lavoratore ottiene la conversione del suo contratto a progetto in un rapporto a tempo indeterminato perché il progetto era troppo generico. Tuttavia, la sua richiesta di ricevere tutte le retribuzioni non pagate viene respinta. La Corte di Cassazione conferma che, in caso di conversione contratto a progetto illegittimo, al lavoratore spetta solo un'indennità risarcitoria forfettaria, come previsto dalla Legge 183/2010, e non il pagamento di tutti gli stipendi arretrati. La sentenza stabilisce un importante principio sull'entità del risarcimento, equiparando di fatto la tutela a quella dei contratti a termine illegittimi. Entrambi i ricorsi, del lavoratore e dell'azienda, vengono rigettati.
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