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Art. 1175 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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553 provvedimenti

Altri anni per Art. 1175 Codice Civile

Legittimo affidamento: lo Stato non può revocare le rate
A seguito del terremoto in Molise del 2002, una dipendente pubblica beneficia della sospensione dei contributi. Successivamente, il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) avvia il recupero delle somme trattenendole in busta paga in modo rateizzato. Nel 2012, tuttavia, il Ministero pretende improvvisamente la restituzione in un'unica soluzione o in pochissime rate. La Corte d'Appello accoglie il ricorso della lavoratrice, ordinando il ripristino della rateizzazione originaria. La Cassazione rigetta il ricorso del Ministero: anche nel recupero delle somme indebitamente erogate, la Pubblica Amministrazione deve rispettare il principio del legittimo affidamento e i doveri di correttezza e buona fede, evitando di incidere in modo intollerabile sulle esigenze di vita del lavoratore.
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Legittimo affidamento: stop al recupero contributi in busta paga
Una dipendente pubblica ha contestato la decisione del Ministero datore di lavoro di modificare improvvisamente le modalità di restituzione dei contributi previdenziali sospesi dopo il sisma del 2002. Il Ministero pretendeva il recupero in un'unica soluzione o in pochissime rate, anziché secondo la dilazione originaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero, confermando che il datore di lavoro pubblico deve rispettare i principi di correttezza e buona fede. Anche in caso di recupero di somme indebite, opera il principio del legittimo affidamento del lavoratore. Le modalità di trattenuta sulla busta paga non possono incidere in modo intollerabile sulle esigenze di vita del dipendente, specialmente se l'amministrazione aveva già generato l'aspettativa di una restituzione rateizzata e meno gravosa.
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Legittimo affidamento del lavoratore: stop a trattenute shock
Una dipendente pubblica ha contestato la decisione dell'Amministrazione Pubblica di modificare improvvisamente le modalità di restituzione dei contributi previdenziali sospesi dopo un terremoto. L'ente pubblico pretendeva il recupero in un'unica soluzione o in pochissime rate, anziché secondo il piano originario molto più dilazionato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione, confermando che il datore di lavoro deve rispettare i doveri di correttezza e buona fede. Anche nel recupero di somme dovute, va tutelato il legittimo affidamento del lavoratore, evitando trattenute eccessive che possano compromettere le sue normali esigenze di vita. Vince la lavoratrice, che mantiene il diritto a una rateizzazione sostenibile.
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Affidamento incolpevole: risarcire l’errore PA non è automatico
Un lavoratore posticipava la pensione fidandosi di una certificazione dell'ente previdenziale per l'esposizione all'amianto. Dopo otto anni, l'ente revocava la certificazione per un proprio errore, costringendo il lavoratore a restituire le somme ricevute dal datore di lavoro. Il lavoratore chiedeva il risarcimento del danno all'ente previdenziale invocando l'affidamento incolpevole. La Corte d'Appello condannava l'ente, ma la Cassazione ha annullato la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che l'errore della Pubblica Amministrazione non comporta un risarcimento automatico: il giudice deve sempre verificare se l'errore sia dovuto a colpa dell'ente e se il cittadino abbia concorso all'errore. La causa torna in appello per un nuovo esame.
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Cessione di ramo d’azienda: l’ex datore non garantisce il futuro
Un lavoratore ha chiesto il risarcimento dei danni all'azienda cedente, sostenendo che la cessione di ramo d'azienda fosse avvenuta in violazione dei doveri di correttezza e buona fede, poiché la società cessionaria si trovava in stato di dissesto economico ed era poi fallita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la validità del trasferimento non dipende dalla prognosi di continuazione dell'attività produttiva, né sussiste un obbligo in capo al cedente di garantire la futura solidità economica del cessionario, prevalendo la libertà di iniziativa economica tutelata dalla Costituzione.
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Tempestività della contestazione: l’azienda perde dopo 3 anni
L'Azienda ha licenziato due dipendenti nel 2016 per fatti risalenti al 2013, relativi all'appropriazione di circa venti tonnellate di materiale di scarto accumulato in officina. L'Azienda si è difesa sostenendo di aver appreso l'illecito solo tre anni dopo, tramite un verbale della Polizia Provinciale. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimi i licenziamenti per violazione del principio di tempestività della contestazione, condannando l'Azienda a risarcire i lavoratori con quindici mensilità. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'Azienda. La Suprema Corte ha ribadito che spetta al datore di lavoro dimostrare le ragioni del ritardo e che la valutazione della tempestività della contestazione spetta esclusivamente al giudice di merito, non potendo essere ridiscussa in sede di legittimità se adeguatamente motivata.
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Licenziamento per giusta causa: bastano due assenze del manager
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato a un manager che, durante l'orario di lavoro e utilizzando l'auto aziendale, si era recato presso un negozio di biancheria intima di cui era socio e amministratore. Nonostante la ridotta durata delle assenze (due episodi di circa quaranta minuti ciascuno) e la mancanza di un danno economico diretto immediato, i giudici hanno ritenuto che tale condotta violi gravemente l'obbligo di fedeltà e correttezza. Il ruolo dirigenziale del dipendente richiedeva infatti un elevato grado di fiducia, irrimediabilmente compromesso dall'uso privato del tempo lavorativo e dei mezzi aziendali. Il ricorso del lavoratore è stato respinto, con sua condanna al pagamento delle spese processuali.
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Permessi elettorali: l’azienda chiude ma deve pagare i riposi
L'Azienda ha impugnato la decisione che riconosceva ad alcuni dipendenti, impegnati come rappresentanti di lista, il diritto ai permessi elettorali per le giornate di chiusura dello stabilimento. La società pretendeva di coprire tali assenze forzando l'uso di ferie e permessi annui retribuiti (P.A.R.) o imponendo il recupero delle ore in successivi sabati lavorativi, basandosi su un accordo sindacale aziendale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che l'art. 119 del D.P.R. 361/1957 è una norma imperativa e inderogabile. Di conseguenza, i rappresentanti di lista sono equiparati a tutti gli effetti ai componenti del seggio elettorale. L'accordo sindacale non può peggiorare il trattamento di legge, e la chiusura aziendale non cancella il diritto ai permessi elettorali e ai riposi compensativi spettanti ai lavoratori.
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Licenziamento per tardiva contestazione: condannata la banca
Un dipendente bancario è stato licenziato per aver violato le procedure operative interne per favorire terzi. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento a causa del notevole ritardo con cui l'azienda ha contestato i fatti, configurando un'ipotesi di licenziamento per tardiva contestazione. La Suprema Corte ha chiarito che la violazione del principio di immediatezza, derivante dal ritardo ingiustificato del datore di lavoro, lede i canoni di correttezza e buona fede contrattuale. Di conseguenza, non si applica la tutela procedimentale minore, bensì la tutela indennitaria forte prevista dall'articolo 18, quinto comma, dello Statuto dei Lavoratori. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione del risarcimento dovuto al lavoratore.
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Ripetizione dell’indebito: dirigente perde contro il Comune
Un Dirigente pubblico ha chiesto al Comune il pagamento della retribuzione di risultato per incarichi aggiuntivi svolti negli anni 2011 e 2012. L'Ente Pubblico ha risposto chiedendo la restituzione delle indennità di posizione versate per un incarico temporaneo, ritenendole non dovute per il principio di onnicomprensività della retribuzione dirigenziale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Dirigente, confermando l'obbligo di restituzione. La Corte ha stabilito che l'azione di ripetizione dell'indebito promossa dalla Pubblica Amministrazione si prescrive nel termine ordinario di dieci anni, e non in quello quinquennale. Inoltre, il lavoratore non può evitare la restituzione invocando un generico affidamento, ma deve dimostrare specifiche difficoltà personali che rendano intollerabile il recupero delle somme.
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Licenziamento Ritorsivo: Assenza Falsa, Vendetta dell’Azienda
Una lavoratrice viene licenziata per assenza ingiustificata. Lei si oppone, sostenendo che si tratti di un licenziamento ritorsivo, una vendetta per precedenti dissapori. La Corte di Cassazione conferma le decisioni dei giudici precedenti: l'assenza non era ingiustificata e il motivo disciplinare era solo un pretesto. La mancanza di una ragione valida ha rafforzato la prova del reale intento punitivo dell'azienda. Il licenziamento è stato quindi dichiarato nullo perché basato su un motivo illecito determinante. L'azienda ha perso il ricorso e la lavoratrice ha ottenuto la reintegra e il risarcimento del danno.
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Post su Facebook: legittimo il licenziamento per diritto di critica
Un lavoratore è stato licenziato per aver pubblicato ripetutamente post e commenti diffamatori contro la propria azienda su una pagina Facebook. Il dipendente si è difeso invocando il diritto di critica. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo un principio chiaro: il **licenziamento per diritto di critica** è valido quando il lavoratore supera i limiti della verità dei fatti e della continenza verbale. Le espressioni usate erano gravemente offensive e le accuse indimostrate. La condotta reiterata e il mancato rispetto di un ordine del giudice di rimuovere i post hanno reso la sanzione proporzionata. L'azienda ha quindi vinto la causa.
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Licenziata per un rimborso spese: la Cassazione annulla tutto
Una lavoratrice viene licenziata per giustificato motivo soggettivo dopo aver richiesto dei rimborsi spese previsti dal suo contratto. L'azienda riteneva tali richieste indebite. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici precedenti, stabilendo che il rimborso aveva in realtà natura retributiva, cioè era parte dello stipendio. Di conseguenza, la richiesta della dipendente era legittima e il motivo del licenziamento inesistente. La Corte ha quindi annullato il licenziamento, ordinando la reintegrazione della lavoratrice e condannando l'azienda a un cospicuo risarcimento.
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Sgravio Contributivo Assunzioni: Buona Fede Non Salva l’Azienda
La Corte di Cassazione ha negato a un'azienda il diritto allo sgravio contributivo assunzioni previsto dalla Legge 190/2014. L'INPS aveva revocato il beneficio perché il nuovo dipendente, nei sei mesi precedenti, aveva un contratto a tempo indeterminato part-time con un'altra società. L'azienda si era difesa sostenendo la propria buona fede, in quanto non a conoscenza del precedente impiego. La Corte ha stabilito che la presenza di un qualsiasi contratto a tempo indeterminato precedente, anche part-time, costituisce una condizione oggettiva che esclude l'incentivo. La buona fede del nuovo datore di lavoro è considerata irrilevante ai fini del beneficio, che mira a promuovere l'occupazione di persone realmente prive di un impiego stabile.
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Criteri scelta Cassa Integrazione: Azienda condannata per genericità
Un'azienda ha collocato un dipendente in Cassa Integrazione per un lungo periodo. Il lavoratore ha contestato la decisione, sostenendo che i criteri di scelta fossero generici e arbitrari. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, confermando l'illegittimità della sospensione e il diritto al risarcimento del danno. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sui Criteri scelta Cassa Integrazione: devono essere specifici e non discrezionali. Inoltre, chiarisce che il diritto al risarcimento si prescrive in dieci anni, non cinque, e che la semplice inerzia del lavoratore non equivale a una rinuncia ai propri diritti. L'azienda è stata condannata a risarcire il danno.
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Docente in carcere: illegittima la decadenza dalla nomina
Un docente, impossibilitato a iniziare il lavoro a causa di una custodia cautelare in carcere, si è visto revocare l'incarico. La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittima la **decadenza dalla nomina per mancata presa di servizio**. Il principio sancito è che l'Amministrazione Pubblica deve valutare la gravità e l'oggettività del motivo (come la detenzione), non la sua durata incerta. L'imprevedibilità della fine dell'impedimento non giustifica automaticamente la perdita del posto. L'Amministrazione aveva il dovere di considerare la serietà della causa, indipendente dalla volontà del lavoratore. La decisione è stata quindi annullata, dando ragione al docente.
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Perdita di chance: Ente condannato per mancata nomina del 2°
Un Ente Pubblico, dopo aver avviato una selezione per un ruolo dirigenziale, ignora il secondo classificato a seguito della rinuncia del primo, senza fornire motivazioni. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del candidato escluso al risarcimento del danno da perdita di chance. Anche se l'Ente ha potere discrezionale, una volta avviata una procedura pubblica è obbligato a rispettare i principi di correttezza e buona fede. La violazione di questi doveri ha leso l'affidamento legittimo del candidato, privandolo della concreta possibilità di ottenere l'incarico. La Corte ha quindi rigettato sia il ricorso dell'Ente che quello del candidato, che contestava l'importo del risarcimento.
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Violazione obbligo di fedeltà: licenziato ma il datore sapeva
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore accusato di violazione obbligo di fedeltà per aver svolto un'attività di consulenza parallela. I giudici hanno stabilito che non c'è stata alcuna infedeltà, in quanto le aziende datrici di lavoro erano pienamente a conoscenza di questa seconda attività. Inoltre, l'incarico esterno riguardava settori non concorrenziali, legati a specifici progetti di ricerca e brevetti. Di conseguenza, mancando sia la segretezza sia la concorrenza, il licenziamento è stato annullato e le aziende hanno perso la causa.
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Collega arrestato: legittimo il trasferimento per incompatibilità
Un dipendente della Polizia Municipale viene trasferito dopo l'arresto di un collega con cui aveva stretti rapporti. L'Amministrazione giustifica la decisione per tutelare le indagini e l'integrità dell'ufficio. Il lavoratore impugna il provvedimento, ritenendo la motivazione insufficiente e tardiva. La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità del trasferimento. Nel pubblico impiego contrattualizzato, il trasferimento per incompatibilità ambientale è un atto di gestione privato. Non segue le rigide regole formali della legge sugli atti amministrativi. È sufficiente che le ragioni siano basate sui principi di correttezza e buona fede e rendano comprensibile la scelta organizzativa, anche se specificate in un secondo momento. Il ricorso del lavoratore è stato respinto.
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Collega arrestato: valido il trasferimento del dipendente pubblico
Un agente di polizia municipale impugna il suo trasferimento, inizialmente giustificato con generiche 'ragioni di opportunità'. L'Amministrazione, in un secondo momento, specifica che la decisione è legata all'arresto di un collega e alla necessità di tutelare le indagini. La Corte di Cassazione stabilisce che il trasferimento dipendente pubblico, nel settore contrattualizzato, è un atto di gestione privato e non amministrativo. Pertanto, non richiede le rigide motivazioni della L. 241/1990. La motivazione, anche se fornita in due tempi per ragioni di riservatezza, è legittima se rispetta i principi di correttezza e buona fede e rende comprensibili le ragioni organizzative. Il ricorso del lavoratore viene respinto.
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