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Art. 1175 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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553 provvedimenti

Altri anni per Art. 1175 Codice Civile

Licenziamento collettivo e criteri di scelta: reintegra e tutele
Un istituto sanitario ha intimato il recesso a una dipendente a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili, limitando la selezione ai soli addetti di quel reparto. La lavoratrice ha impugnato il provvedimento dimostrando di aver svolto con continuità anche mansioni diverse ed equivalenti negli altri settori della struttura. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso. In tema di licenziamento collettivo e criteri di scelta, il datore di lavoro non può restringere la selezione al solo settore soppresso se il dipendente possiede una professionalità equivalente utilizzabile in altri reparti aziendali, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede. L'azienda deve quindi reintegrare la lavoratrice nel posto di lavoro e risarcire i danni patiti.
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Valutazione Comparativa Incarichi Pubblici: L’Ente si Auto-Vincola e Deve Rispettare
L'Ente Locale ha conferito un incarico di reggenza senza effettuare la valutazione comparativa incarichi pubblici promessa nell'interpello. L'Impiegata, esclusa, ha contestato questa decisione. La Corte d'Appello aveva rigettato la sua domanda, ritenendo l'incarico temporaneo non soggetto a tale obbligo. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Impiegata. Ha stabilito che l'Ente Locale, avendo inserito la clausola di comparazione nell'interpello (che vale come offerta al pubblico), si era auto-vincolato a rispettarla. La mancata valutazione comparativa costituisce inadempimento contrattuale. La causa tornerà alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Fondo di garanzia INPS: la decadenza esclude il risarcimento
Un lavoratore ha richiesto l'intervento del Fondo di garanzia INPS per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto non versato dal datore insolvente. Durante l'istruttoria, l'ente previdenziale ha invitato l'assicurato a presentare istanza di fallimento verso l'azienda. Il lavoratore ha adempiuto alla richiesta ma ha lasciato scadere il termine annuale per avviare la causa civile contro l'ente. Ha quindi citato l'istituto per ottenere il risarcimento del danno, sostenendo che l'ente avrebbe dovuto avvertirlo del mancato blocco dei termini di decadenza. La Corte di Cassazione ha rigettato la domanda risarcitoria del dipendente: la richiesta istruttoria interna non imponeva all'ente doveri informativi su norme stabilite direttamente dalla legge, spettando al cittadino l'onere di conoscere i termini legali.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e costi
Un ente sopprime il posto di custode durante lunghi lavori di ristrutturazione della propria sede. L'ente distribuisce le residue mansioni all'unico altro dipendente e affida le pulizie a una ditta esterna per contenere i costi. Il lavoratore contesta la decisione lamentando la tardività del recesso e la pretestuosità dei motivi. I giudici di merito respingono le richieste del dipendente, accertando la reale riorganizzazione dell'attività. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del custode. La Suprema Corte ribadisce che la regola della tempestività immediata vale solo per le contestazioni disciplinari e non riguarda il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La riorganizzazione aziendale resta effettiva e lecita.
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Licenziamento collettivo: illegittimi i criteri discrezionali
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo concordando con i sindacati un criterio basato sulle esigenze tecnico-produttive. La società ha assegnato punteggi discrezionali espressi dai responsabili aziendali (come 'mediocre', 'sufficiente', 'ottimo'). Un dipendente ha ricevuto la valutazione 'mediocre' ed è stato licenziato. Il lavoratore ha impugnato il recesso contestando la natura arbitraria della valutazione. I giudici di merito hanno dichiarato illegittimo il recesso, ordinando la reintegrazione e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: i criteri per la selezione del personale devono essere rigidamente oggettivi e verificabili. Le valutazioni soggettive mascherate da punteggi violano la legge ed espongono il datore alla reintegra del dipendente.
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Frazionamento del Credito: Quando dividere le domande non è abuso
Un Lavoratore ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria per stipendi variabili non pagati relativi agli anni 2008 e 2009, presentando due cause separate. La Corte d'Appello ha ritenuto questa condotta un "abusivo frazionamento del credito" e ha condannato il Lavoratore al pagamento delle spese legali. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione. Ha chiarito che non ogni proposizione di domande distinte, anche se afferenti al medesimo rapporto di lavoro, costituisce un "frazionamento del credito" abusivo, specialmente se i crediti si riferiscono ad annualità diverse e hanno basi fattuali o giuridiche distinte. Le spese di giudizio sono state compensate tra le parti.
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Licenziamento collettivo: illegittimo limitarlo a un reparto
L Azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili, escludendo dal lavoro un dipendente addetto alla guida. La società ha limitato la scelta dei licenziandi ai soli lavoratori di quel settore. Il Lavoratore ha impugnato il recesso dimostrando di aver svolto anche mansioni di manutenzione e portineria, risultando così fungibile rispetto ai colleghi di altri reparti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell Azienda e ha confermato l illegittimità della selezione. Il licenziamento collettivo non può essere circoscritto al singolo reparto soppresso quando il dipendente possiede competenze equivalenti a quelle del personale di altri settori aziendali. L Azienda deve reintegrarlo e risarcirlo.
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Incarico esterno e interpello interno: illegittima la nomina
Un dipendente comunale con qualifica di funzionario ha contestato la decisione del Comune di affidare a un professionista esterno la responsabilità di un servizio tecnico. L'ente locale non aveva avviato alcuna procedura preventiva tra i dipendenti di ruolo. Il lavoratore ha chiesto il risarcimento dei danni da perdita di chance, sostenendo l'illegittimità dell'affidamento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che la regola sull'incarico esterno e interpello interno impone sempre di verificare prima la presenza di risorse umane qualificate all'interno dell'amministrazione. Lo statuto comunale non può derogare alla legge statale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per una nuova decisione conforme a tali principi.
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Niente compenso aggiuntivo per reggenza e rimborso dovuto
Un Giudice Tributario, con qualifica di presidente di sezione, ha svolto per diversi anni la reggenza della Commissione Tributaria a causa della vacanza del posto del titolare. Il magistrato ha richiesto in sede giudiziaria il pagamento del compenso aggiuntivo per reggenza e la dichiarazione di irripetibilità delle somme già percepite, di cui il Ministero dell'Economia e delle Finanze richiedeva il rimborso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che al presidente di sezione che sostituisce il presidente di commissione non spetta alcun compenso aggiuntivo per reggenza, poiché le funzioni vicarie rientrano tra i suoi compiti ordinari. Di conseguenza, l'Amministrazione ha il diritto e dovere di recuperare gli importi errati, pur garantendo modalità di restituzione proporzionate e sostenibili per il debitore.
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Mansioni superiori nel pubblico impiego: il diritto al compenso
Una dipendente pubblica con qualifica di tecnologo ha svolto di fatto l'incarico di responsabile della Direzione Personale presso un ente di ricerca. L'ente le ha erogato indennità dirigenziali non dovute per poi chiederne la restituzione. La lavoratrice ha rivendicato i compensi per mansioni superiori nel pubblico impiego. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di restituire le indennità errate, poiché nel settore pubblico la buona fede non blocca il recupero delle somme indebite. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della lavoratrice sul calcolo dello stipendio superiore. I giudici hanno stabilito che la retribuzione di posizione spettava anche nella sua quota variabile, poiché legata all'importanza della funzione e non al raggiungimento degli obiettivi annuali. La causa torna in Appello per la ricalcolazione dell'importo dovuto.
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Compensazione atecnica contributi previdenziali: serve liquidità
Un iscritto all'Albo professionisti ha impugnato una cartella esattoriale inviata dall'Ente Previdenziale per il recupero di maggiori contributi dovuti. L'ente per tredici anni aveva inviato bollettini con importi errati, applicando una riduzione non spettante. Il Professionista ha sostenuto di aver subito un danno e chiesto di annullare la pretesa, invocando la compensazione atecnica contributi previdenziali tra il debito contributivo e il credito da risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. I giudici hanno chiarito che la compensazione atecnica contributi previdenziali non è applicabile se il presunto credito risarcitorio è illiquido, ossia non predeterminato nella sua esatta somma monetaria. Pertanto, il professionista deve pagare i contributi arretrati pretesi dall'Ente oltre alle spese processuali.
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Incarico dirigenziale pubblico: l’annuncio informale non basta
Un aspirante direttore contesta il mancato conferimento di un incarico dirigenziale pubblico presso un ente culturale. L'amministrazione aveva inizialmente anticipato la sua nomina in modo informale. Successivamente l'ente ha scoperto un'indagine penale pendente a carico del candidato, non comunicata da quest'ultimo. La Pubblica Amministrazione ha quindi preferito nominare un altro concorrente della terna. Il candidato esclusi ha chiesto la stipula del contratto o il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il rapporto lavorativo sorge solo con la firma del contratto scritto. Le anticipazioni ufficiose non attribuiscono alcun diritto soggettivo. L'amministrazione rispetta la buona fede quando rivaluta la nomina a fronte di informazioni omesse dal partecipante.
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Risarcimento danno da perdita di chance e concorsi pubblici
Un dirigente partecipa a una selezione per un incarico dirigenziale indetta da un Ente Regionale. L'ente seleziona cinque candidati idonei, ma sceglie la persona da nominare senza motivare perché la preferisce rispetto agli altri concorrenti. Il dirigente escluso chiede il Risarcimento danno da perdita di chance. La Corte d'Appello riconosce la tutela economica dividendo la percentuale di vittoria in parti uguali tra i cinque idonei. La Corte di Cassazione annulla la decisione. Per ottenere il risarcimento non basta dividere la probabilità matematicamente tra i candidati. Il giudice deve accertare se l'escluso avesse una concreta ed elevata probabilità di vittoria confrontando direttamente i curricula.
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Ripetizione di indebito: la P.A. recupera lo stipendio erroneo
Un ex dipendente pubblico ha impugnato la richiesta della Pubblica Amministrazione di restituire oltre quarantaquattromila euro percepiti per un inquadramento dirigenziale annullato dalla magistratura contabile. Il lavoratore ha sostenuto la propria buona fede e l'effettivo svolgimento delle mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di restituzione, stabilendo che la ripetizione di indebito costituisce un diritto-dovere della Pubblica Amministrazione. Tale diritto non viene ostacolato dalla buona fede o dal legittimo affidamento del dipendente. L'esercizio di fatto di mansioni dirigenziali non produce effetti se la posizione non esiste nella pianta organica dell'ente. Il ricorso del lavoratore è stato rigettato con la conferma dell'obbligo restitutorio.
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Prassi e licenziamento per giustificato motivo soggettivo
Un dipendente con mansioni di cassiere è stato licenziato per aver effettuato pagamenti di polizze di pegno senza identificare correttamente i clienti e senza verificare la documentazione originale, basandosi su copie ristampate. La difesa del lavoratore ha sostenuto che tali condotte rientrassero in una prassi aziendale tollerata per i clienti riservati. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendo legittimo il licenziamento per giustificato motivo soggettivo. I giudici hanno chiarito che le prassi informali non esonerano il personale dai doveri di verifica e identificazione. Inoltre, la valutazione sulla gravità dell'inadempimento e sulla proporzionalità della sanzione appartiene al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Il ricorso dell'erede del lavoratore è stato dichiarato inammissibile.
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Licenziamento del dirigente: crisi d’impresa e costi
La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità del recesso intimato a un manager aziendale da parte degli organi della procedura concorsuale. La controversia è scaturita dalla decisione della curatela fallimentare di risolvere il rapporto di lavoro del manager per esigenze di contenimento dei costi di gestione, avocando a sé i compiti direttivi strategici durante la fase di liquidazione. Il manager ha impugnato il provvedimento, sostenendo la natura ritorsiva e discriminatoria dell'espulsione, oltre alla carenza di adeguate ragioni economiche e organizzative. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze, chiarendo che la soppressione della posizione e la redistribuzione interna delle mansioni direttive integrano pienamente la nozione di giustificatezza. Di conseguenza, il licenziamento del dirigente è stato ritenuto valido, con condanna del ricorrente alle spese processuali.
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Perdita di chance: selezione medica e limiti al risarcimento
Un'azienda ospedaliera ha escluso illegittimamente un dirigente medico dalla selezione per la guida di una struttura semplice. Il medico ha quindi richiesto il risarcimento per la perdita di chance sia per quell'incarico sia per la successiva mancata nomina a capo di una struttura complessa. I giudici di merito hanno riconosciuto il danno solo per il primo incarico, escludendo il legame causale con la seconda procedura. La Corte di Cassazione ha confermato tale verdetto: il risarcimento per perdita di chance può riguardare anche eventi successivi a catena, ma il lavoratore deve dimostrare la reale probabilità di successo con elementi concreti. La scelta dirigenziale non è mai puramente fiduciaria e deve sempre rispettare i criteri oggettivi di correttezza e trasparenza.
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Licenziamento per giusta causa: la gravità e la tutela
L'Azienda ha intimato il licenziamento per giusta causa a un dipendente a seguito di una contestazione disciplinare per asserite condotte scorrette sul lavoro. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento, sostenendo la sproporzione della sanzione e l'assenza di violazioni tali da rompere il vincolo fiduciario. I giudici di merito hanno valutato la portata dei fatti contestati e la gravità effettiva del comportamento. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso, chiarendo che il licenziamento per giusta causa richiede una rigorosa proporzionalità tra l'infrazione e la sanzione espulsiva. Il datore di lavoro deve provare un danno irrimediabile al rapporto di fiducia, altrimenti scatta la tutela del lavoratore con annullamento della misura e riconoscimento dei relativi indennizzi.
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Licenziamento individuale: lettera valida senza criteri di scelta
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento individuale intimato dalla propria azienda per riduzione del personale. Il dipendente sosteneva l'illegittimità del provvedimento poiché la lettera di recesso non indicava i criteri usati per selezionare la sua figura rispetto ai colleghi. Il tribunale e la corte d'appello hanno respinto il ricorso. I giudici hanno accertato il rispetto della buona fede nella comparazione basata sui carichi di famiglia e sulle competenze tecniche. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni precedenti. Gli Ermellini hanno chiarito che il datore di lavoro deve spiegare le ragioni economiche del licenziamento individuale nella lettera, ma non ha l'obbligo di dettagliare subito i criteri di selezione del dipendente.
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Licenziamento disciplinare: compiti svolti ma timbratura assente
Un dipendente pubblico ometteva di registrare sistematicamente le entrate e le uscite dalla sede di servizio per diversi mesi. Il datore di lavoro avviava il procedimento disciplinare solo dopo aver ricevuto gli atti cautelari dal giudice penale, intimando infine il licenziamento disciplinare. Il lavoratore impugnava il recesso lamentando la tardività della contestazione, la presunta tolleranza del superiore gerarchico e l'avvenuto svolgimento delle mansioni assegnate. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente, confermando la piena legittimità della sanzione espulsiva: la tempestività decorre dalla conoscenza effettiva degli atti penali e la corretta esecuzione del lavoro non cancella la gravità della mancata timbratura.
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