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Art. 112 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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1858 provvedimenti

Altri anni per Art. 112 Codice di Procedura Civile

Accertamento del saldo conto corrente tra ricalcolo e condanna
Una società correntista ha citato in giudizio un istituto bancario contestando l'applicazione di interessi anatocistici e commissioni illegittime. L'azienda chiedeva la restituzione delle somme versate in eccedenza e l'accertamento del saldo conto corrente. Il giudice di primo grado ha respinto la domanda perché il conto risultava ancora in rosso e non era stato dimostrato il pagamento del saldo negativo. In appello e successivamente in Cassazione, la richiesta di ricalcolo è stata ritenuta inammissibile. L'azienda non ha proposto un motivo di impugnazione specifico e autonomo sulla mancata decisione relativa al ricalcolo del saldo, fermandosi alla richiesta di restituzione. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, condannando l'impresa al pagamento delle spese processuali.
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Interposizione fittizia di persona: proprietario chi paga
Un uomo ha citato in giudizio il fratello per dividere la comproprietà di un fabbricato. Il fratello si è opposto sostenendo che l'atto d'acquisto iniziale configurava un'interposizione fittizia di persona. Ha dimostrato di aver pagato da solo il prezzo e i costi di costruzione e ha prodotto una controdichiarazione firmata dal fratello, confermata da una perizia grafologica. Gli eredi del primo fratello hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata chiamata in causa dei venditori originari e un'errata qualificazione della domanda. La Corte Suprema ha rigettato il ricorso, stabilendo che nella compravendita con interposizione fittizia di persona i venditori non devono partecipare al processo se hanno incassato il prezzo e non hanno un interesse diretto. Il fratello che ha pagato il bene rimane proprietario esclusivo.
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Correzione della dichiarazione dei redditi: lo scomputo è lecito
L'Agenzia delle Entrate notificava un avviso di accertamento a una società per presunti ricavi non dichiarati sulla vendita di quattro veicoli. I soci impugnavano l'atto, dimostrando che la dichiarazione conteneva un errore materiale con ricavi indicati in misura superiore rispetto alle scritture contabili. Chiedevano quindi lo scomputo di tali somme dai maggiori ricavi accertati dal Fisco. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, confermando la possibilità di richiedere la correzione della dichiarazione dei redditi anche durante il processo tributario. Poiché la dichiarazione dei redditi costituisce una mera esternazione di scienza, il contribuente ha sempre diritto di emendare gli errori per evitare un prelievo fiscale superiore alla propria effettiva capacità contributiva.
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Azione di regolamento di confini: rilascio terreno occupato
Una società proprietaria di un immobile agisce contro il vicino chiedendo l'accertamento del confine e il rilascio di una fascia triangolare di terreno indebitamente occupata. Il confinante si difende eccependo l'usucapione dell'area controversa. I giudici di merito rigettano l'usucapione per mancanza di prova certa sull'inizio del possesso e ordinano al vicino la restituzione della porzione occupata. La Corte di Cassazione respinge il ricorso del vicino. I giudici confermano che l'azione di regolamento di confini non muta la propria natura in azione di rivendicazione quando si richiede la restituzione del terreno occupato. Il rilascio dell'area rappresenta una diretta conseguenza dell'accertamento del confine reale. Il vicino soccombente deve rilasciare il fondo e pagare le spese di lite.
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Compensazione delle spese di lite: il Fisco perde e paga tutto
Un proprietario immobiliare fraziona un locale e presenta la variazione al Catasto. L'Agenzia delle Entrate aumenta la rendita attribuendo una classe catastale troppo elevata. Il contribuente vince il ricorso in appello, ma i giudici commettono un errore di battitura nel testo e dispongono la compensazione delle spese di lite senza fornire alcuna motivazione. Il contribuente ricorre in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, la Corte tributaria di secondo grado corregge l'errore materiale e annulla formalmente l'accertamento del Fisco. La Corte di Cassazione dichiara quindi superata la controversia sul merito dell'immobile, ma accoglie il ricorso sulle spese: il giudice non può azzerare i costi del vincitore senza spiegare chiaramente le gravi ed eccezionali ragioni. L'Agenzia delle Entrate viene condannata a pagare le spese di tutti i gradi di giudizio.
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Plusvalenza da cessione terreno: il Fisco ricalcola e non annulla
Una contribuente vendeva un'area edificabile incassando un acconto nel 2008 e il saldo nel 2011. L'Agenzia delle Entrate ha tassato l'intero prezzo nel 2008 generando una plusvalenza da cessione terreno. Il giudice di secondo grado ha annullato del tutto l'atto fiscale accertando che nel 2008 era stato versato solo l'acconto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco: il giudice tributario non deve annullare interamente la pretesa se riconosce l'infondatezza solo parziale dell'atto. Egli deve invece rideterminare l'importo corretto basandosi sulla somma effettivamente incassata nell'anno di riferimento. La causa torna alla commissione tributaria per il ricalcolo dell'imposta dovuta sull'acconto.
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Esigibilità del credito negli appalti: acconto o saldo
Un'impresa appaltatrice ottiene un decreto ingiuntivo contro un ente pubblico per il pagamento di una fattura relativa al quarto stato di avanzamento lavori. L'ente pubblico si oppone al pagamento sostenendo la non esigibilità del credito negli appalti senza il collaudo finale dell'opera. Inoltre, l'ente richiede i danni per un'alluvione che ha colpito la strada interessata dai lavori. La Corte di Cassazione respinge le pretese dell'ente pubblico. Il giudice stabilisce che i pagamenti in acconto sono sempre dovuti entro trenta giorni dall'emissione del certificato, rendendo immediata la esigibilità del credito negli appalti. Il collaudo finale riguarda solo il saldo definitivo. Inoltre, la richiesta risarcitoria dell'ente viene respinta poiché la strada appartiene alla Provincia.
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Indennità di esproprio: rimborso per lo spostamento del vivaio
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato dai proprietari di un terreno aziendale destinato a vivaio, parzialmente espropriato da un Comune per opere stradali. I giudici di merito avevano quantificato l'indennità di esproprio escludendo il valore delle piante e dei manufatti rimosso spontaneamente dai proprietari a seguito del decreto di occupazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto relativo al soprassuolo arboreo, stabilendo che, se il terreno è adibito ad attività vivaistica e le piante vengono rimosse e ricollocate altrove, l'indennità di esproprio non deve coprire il valore intrinseco dei vegetali salvati, ma deve obbligatoriamente rimborsare tutti gli oneri e le spese economiche necessarie per il loro spostamento e condizionamento in vasi (cd. indennizzo per scomodo). La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per la rideterminazione della somma.
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Trasferimento d’azienda e TFR: la deroga sindacale e valida
Alcuni lavoratori sono transitati presso una nuova azienda a seguito di una procedura di concordato preventivo. Un accordo sindacale ha stabilito che la nuova società rispondesse unicamente del TFR maturato dopo l'avvio della crisi, lasciando la quota precedente a carico dell'azienda originaria. I lavoratori hanno richiesto all'azienda subentrante il pagamento integrale del trattamento maturato prima del passaggio. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dei dipendenti, stabilendo la piena validità delle deroghe concordate dai sindacati in sede di ristrutturazione aziendale. In materia di Trasferimento d'azienda e TFR, le intese sindacali volte a salvaguardare i posti di lavoro possono legittimamente limitare la responsabilità del nuovo datore per i crediti pregressi. Il TFR pregresso resta richiedibile all'originario debitore o all'ente previdenziale solo dopo la definitiva cessazione di ogni rapporto lavorativo con il nuovo datore. I lavoratori sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Occupazione abusiva di terreno: la costruzione va al proprietario
Un ente pubblico immobiliare ha citato in giudizio una cittadina per ottenere il rilascio di un'area di sua proprietà e un indennizzo, contestando l'occupazione abusiva di terreno su cui la donna aveva costruito un prefabbricato adibito a farmacia. La cittadina sosteneva di possedere un'autorizzazione comunale e giustificava l'interruzione delle trattative d'acquisto con presunte incertezze sulla titolarità del bene. La Corte d'Appello ha confermato l'assenza di un titolo valido, condannando l'occupante al rilascio dell'area e al pagamento dell'indennizzo, stabilendo che il manufatto appartiene all'ente per accessione. L'erede dell'occupante ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'occupazione abusiva di terreno comporta l'obbligo di restituzione e che le censure miravano a riesaminare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio.
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Transfer pricing e royalties: vietati i sconti alle consociate
Un'azienda italiana concedeva in uso il proprio marchio a due consociate estere. Inizialmente l'accordo prevedeva una percentuale di royalties al due per cento. Successivamente l'azienda riduceva tale quota allo zero comma cinque per cento per sostenere le affiliate in difficoltà. L'Agenzia delle Entrate contestava la riduzione applicando la disciplina del Transfer pricing. L'ufficio fiscale riteneva che la nuova percentuale fosse nettamente inferiore al valore normale di mercato. L'azienda proponeva ricorso sostenendo la legittimità delle dinamiche interne al gruppo societario. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che le operazioni infragruppo devono rispettare le condizioni di libera concorrenza. Le esigenze interne del gruppo non giustificano la riduzione dei corrispettivi al di sotto dei prezzi di mercato. L'onere di provare la congruità dei prezzi grava sul contribuente.
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Innovazioni vietate in condominio e chiusura del portico
Una società commerciale impugna la delibera dell'assemblea che autorizza la chiusura notturna del portico condominiale mediante un cancello per motivi di sicurezza. La società sostiene che l'opera costituisca una tra le innovazioni vietate in condominio, in quanto lesiva dell'accesso e della visibilità del proprio esercizio commerciale. La Corte di Cassazione respinge il ricorso confermando la decisione di appello. I giudici stabiliscono che la chiusura temporanea del portico negli orari di chiusura del negozio non altera la destinazione d'uso della cosa comune né compromette il diritto del singolo condomino. La delibera resta valida e la società deve pagare le spese di lite.
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Competenza territoriale cartella di pagamento del socio
Un socio illimitatamente responsabile di una società di persone impugna una cartella di pagamento notificata per debiti fiscali societari. Il socio sostiene l'errata competenza territoriale cartella di pagamento, in quanto l'atto è stato emesso dall'ufficio competente per la sede societaria e non per il proprio domicilio fiscale. La Corte di Cassazione stabilisce che la competenza spetta all'agente della riscossione del domicilio fiscale del primo iscritto a ruolo, cioè la società. Tuttavia, la Suprema Corte accoglie il ricorso del contribuente per omessa pronuncia, in quanto il giudice d'appello ha ignorato gli ulteriori motivi di difetto di motivazione e merito riproposti nel processo. La causa viene rinviata alla Corte di Giustizia Tributaria per la decisione sulle questioni tralasciate.
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Occultamento doloso del debito: limiti e prescrizione contributi
L'Ente Previdenziale ha chiesto a una società cooperativa il pagamento di differenze contributive, sostenendo che i dipendenti svolgessero mansioni di assistenza anziani e non di pulizia. La Corte d'Appello ha condannato la cooperativa, ritenendo che l'errata inquadratura costituisse un occultamento doloso del debito idoneo a sospendere la prescrizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'occultamento doloso del debito non si verifica in modo automatico. La semplice difformità tra l'attività dichiarata e quella reale non basta a bloccare i termini. Occorre una condotta intenzionale idonea a creare un impedimento insuperabile con gli ordinari controlli. La Cassazione ha dunque cassato la pronuncia rinviando la causa.
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Patrocinio a spese dello Stato: tagli compensi e spese omesse
Un avvocato ha impugnato il provvedimento della Corte d'Appello relativo al calcolo dei suoi compensi per l'attività svolta tramite patrocinio a spese dello Stato. Il professionista lamentava una doppia riduzione dei compensi sotto i minimi tariffari e il mancato riconoscimento del rimborso spese generali. Inoltre contestava la mancata decisione sulle spese di due fasi processuali. La Corte di Cassazione ha rigettato i primi motivi: il taglio dei compensi sotto i valori minimi è legittimo per tutelare le casse pubbliche e le spese generali al 15% sono comunque dovute automaticamente per legge. La Suprema Corte ha però accolto il ricorso per le spese dimenticate dal giudice di merito. La decisione è stata quindi annullata con rinvio a un diverso giudice per liquidare le spese omesse.
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Compensazione spese di lite: stop alle motivazioni illogiche
Il Contribuente ha impugnato un avviso di accertamento con cui il Fisco ha modificato la categoria e la rendita catastale del proprio immobile. A seguito di varie fasi processuali, la Corte di Giustizia Tributaria ha accolto il ricorso del cittadino, ma ha stabilito la compensazione delle spese di lite motivando la scelta con argomenti incomprensibili e dimenticando di liquidare i costi legali dei primi due gradi di giudizio. Il Contribuente ha quindi proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto l'impugnazione, evidenziando che una motivazione illogica equivale a un'assenza totale di spiegazione. La Suprema Corte ha annullato la sentenza e ha condannato l'Agenzia delle Entrate al pagamento delle spese legali sia per il giudizio di rinvio che per quello di legittimità.
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Divieto di ultra petizione: vittoria per il risarcimento danni
Un cittadino chiedeva il risarcimento dei danni a un dirigente postale per la mancata risposta a un'istanza ufficiale. In primo grado il tribunale riconosceva duemila euro di danno morale. Successivamente la Corte d'Appello dichiarava il reato estinto per prescrizione e riduceva d'ufficio la somma a duecento euro. Il responsabile aveva chiesto soltanto la revoca totale del risarcimento e non la sua riduzione. Il cittadino ricorreva quindi in Cassazione denunciando la violazione del divieto di ultra petizione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del cittadino. I giudici hanno chiarito che, quando il reato è prescritto, il giudice penale applica le regole civili. Di conseguenza, ridurre la somma senza che l'appellante lo abbia chiesto viola il divieto di ultra petizione. La decisione sugli effetti civili è stata annullata con rinvio al giudice civile.
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Principio della ragione più liquida: quando il giudice sbaglia
L'Azienda di trasporto aereo riceve dalla Regione un avviso di accertamento IRESA per un importo superiore a 130 mila euro. La società impugna l'atto contestando la mancanza di motivazione, l'assenza del contraddittorio preventivo e il diritto a un'esenzione specifica per le attività di addestramento. La Corte di Giustizia Tributaria Regionale rigetta l'appello della società. I giudici d'appello applicano impropriamente il principio della ragione più liquida ed evitano di esaminare i motivi preliminari presentati dal contribuente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società. La Suprema Corte stabilisce che i giudici di merito non possono ignorare le eccezioni preliminari del contribuente quando rigettano una domanda. La sentenza impugnata viene quindi cassata con rinvio ad altra sezione della Corte tributaria regionale.
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Travisamento della prova e ipoteca: la Cassazione annulla
L'Agente della Riscossione iscriveva ipoteca sui beni di una società per mancato pagamento di cartelle esattoriali. La società impugnava l'atto lamentando l'assenza di notifica delle cartelle e la prescrizione del debito. I giudici d'appello annullavano in parte l'ipoteca, affermando che una cartella non risultava notificata. La Corte di Cassazione ha cassato la decisione accertando un evidente travisamento della prova: l'Agente aveva regolarmente depositato la ricevuta della raccomandata postale, del tutto ignorata dai giudici di merito. Inoltre, la Cassazione ha accolto il ricorso della società perché il giudice d'appello aveva omesso di pronunciarsi sull'eccezione di prescrizione. La causa viene rinviata alla Corte tributaria per un nuovo esame.
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Appalti: risarcimento danni per inadempimento contrattuale e SAL
Un'impresa esecutrice ha citato in giudizio il contraente generale per ottenere il saldo dei lavori relativi alla costruzione di una galleria ferroviaria. Il contraente generale si è opposto richiedendo il risarcimento danni per inadempimento contrattuale a causa di presunti ritardi e difetti dell'opera. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del contraente generale al pagamento delle somme dovute, rigettando integralmente il suo ricorso. I giudici hanno chiarito che richiedere il risarcimento dei danni non implica automaticamente la richiesta di risoluzione del contratto. Inoltre, l'improvviso azzeramento dei prezzi di contabilizzazione già approvati per anni nei singoli stati di avanzamento lavori viola i principi di buona fede e correttezza contrattuale. Il contraente generale risulta soccombente e deve pagare le spese di lite.
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