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Art. 1102 Codice Civile — Anno 2026

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82 provvedimenti

Altri anni per Art. 1102 Codice Civile

Uso del muro comune: sì all’ampliamento senza demolizione
Il Condominio ha chiesto la demolizione di un ampliamento edilizio realizzato da due condòmini nel proprio giardino privato in aderenza al muro perimetrale dell'edificio. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda di demolizione, disponendo solo la revisione delle tabelle millesimali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condominio, confermando la decisione. La Suprema Corte ha chiarito che l'edificazione in aderenza, eseguita su un'area pertinenziale interna al condominio, non costituisce una servitù abusiva ma rientra nel legittimo uso del muro comune ai sensi dell'articolo 1102 del codice civile. L'opera non altera la destinazione della parete condominiale né limita i diritti degli altri proprietari, giustificando unicamente il ricalcolo delle quote millesimali per via dell'aumento di superficie dell'appartamento.
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Usucapione tra coeredi: usare la casa non basta
Il Coerede ha chiesto l'accertamento dell'avvenuta usucapione di beni comuni ricevuti in eredità, tra cui un alloggio e un magazzino. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando che l'uso esclusivo delle chiavi, il pagamento delle utenze e le spese di manutenzione non dimostrano un possesso esclusivo, ma rientrano nelle facoltà di gestione del bene comune. Inoltre, la firma di un contratto di comodato insieme agli altri coeredi dimostra il riconoscimento della comproprietà altrui. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Coerede. La Suprema Corte ha chiarito che per l'usucapione di beni comuni serve un comportamento inequivocabile che escluda gli altri comproprietari, non bastando la loro semplice tolleranza o astensione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e a una sanzione per lite temeraria.
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Responsabilità del notaio: esclusa se il documento falso inganna
Un comproprietario vendeva un immobile a un acquirente utilizzando un impostore che si spacciava per il fratello co-proprietario. Gli acquirenti successivi chiedevano il risarcimento dei danni invocando la responsabilità del notaio per non aver identificato correttamente il venditore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, escludendo la responsabilità del notaio. Il professionista aveva infatti verificato l'identità tramite una carta d'identità non palesemente contraffatta e il tesserino del codice fiscale. Inoltre, la presenza silenziosa del vero fratello co-proprietario aveva legittimamente confermato l'identità dell'impostore, escludendo qualsiasi negligenza professionale.
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Usucapione di quota indivisa: perché cambiare le chiavi non basta
Due comproprietari hanno chiesto l'accertamento dell'usucapione di quota indivisa su spazi comuni, tra cui androne, scale e cantina, venduti a un terzo acquirente. I ricorrenti sostenevano di aver posseduto i beni in via esclusiva, avendo cambiato le chiavi di accesso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per l'usucapione di quota indivisa non basta il semplice utilizzo o la sostituzione di una serratura. È necessario dimostrare un comportamento durevole e palese che escluda del tutto gli altri comproprietari dal godimento del bene. Inoltre, l'azione è stata qualificata come rivendicazione, richiedendo la prova rigorosa della proprietà. I ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Servitù di passaggio sul terrazzo: sì al transito, no ai cavi
I comproprietari di un terrazzo esclusivo in un condominio hanno contestato il diritto di transito dei vicini e una delibera assembleare che autorizzava il passaggio di cavi per un citofono privato sulla loro proprietà. La Cassazione ha chiarito che la servitù di passaggio a favore del condominio spetta a tutti i singoli condomini come proprietari dei fondi dominanti. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso dei proprietari sulla questione del citofono: l'assemblea condominiale non può autorizzare l'installazione di una canalina per cavi (servitù di cavidotto) su un terrazzo di proprietà esclusiva senza il consenso del proprietario. La delibera è quindi nulla e la causa viene rinviata alla Corte d'Appello.
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Uso esclusivo del bene comune: quando non si paga l’affitto
Una complessa vicenda di divisione ereditaria vede contrapposti diversi coeredi sul rendiconto della gestione di alcuni immobili. Alcuni comproprietari accusavano il coerede gestore di aver sfruttato i beni in via esclusiva, pretendendo il pagamento di un affitto figurativo anche per gli immobili rimasti improduttivi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei coeredi, confermando che l'uso esclusivo del bene comune da parte di un comproprietario non genera automaticamente un danno per gli altri se questi ultimi sono rimasti inerti. Il risarcimento o la restituzione dei frutti e dovuto solo se gli altri comproprietari hanno chiesto di usare direttamente il bene e cio e stato loro negato, oppure se il gestore ha effettivamente incassato degli affitti. Nel caso specifico, il gestore deve restituire solo i frutti effettivamente percepiti e documentati a partire dalla prima richiesta formale di rendiconto.
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Usucapione di bene comune: perché l’uso esclusivo non basta
Due fratelli ereditano un appartamento. Uno di essi ne mantiene il possesso esclusivo detenendo le chiavi, pagando le tasse e riscuotendo l'affitto, chiedendo poi l'acquisto per usucapione di bene comune. I giudici respingono la domanda, stabilendo che tali attività non bastano a escludere l'altro comproprietario. Il fratello possessore propone ricorso per revocazione in Cassazione, lamentando un errore di fatto nella valutazione delle prove. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: la contestazione non riguarda una svista materiale, ma una valutazione giuridica dei fatti compiuta dai giudici nei precedenti gradi. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Uso della cosa comune: lecito il cancello sul pianerottolo
Un condomino installa un'inferriata a protezione della propria porta che, durante l'apertura, occupa temporaneamente un metro quadrato del pianerottolo comune. Un'altra condomina agisce in giudizio lamentando una molestia al possesso e chiedendo la rimozione del manufatto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando che l'installazione costituisce un legittimo uso della cosa comune ex art. 1102 c.c. L'opera non limita in modo apprezzabile il passaggio né compromette la sicurezza, poiché l'occupazione del pianerottolo avviene solo durante il movimento e l'inferriata può essere facilmente accostata al muro. La ricorrente viene inoltre condannata per aver resistito infondatamente alla proposta di definizione accelerata del giudizio.
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Abbattimento barriere architettoniche: l’ascensore batte il decoro
Un condomino ha impugnato la delibera per l'installazione di un ascensore destinato a una condomina disabile, lamentando la violazione delle distanze legali, la perdita di luce e il danno al decoro dell'edificio. La Corte d'Appello ha dichiarato nulla la delibera e ordinato la rimozione dell'impianto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condominio e dell'erede della condomina. La Suprema Corte ha stabilito che l'abbattimento barriere architettoniche costituisce un principio di solidarietà sociale preminente. Di conseguenza, l'installazione dell'ascensore è legittima anche se comporta lievi sacrifici estetici o di distanza, purché non pregiudichi la stabilità o la sicurezza dell'edificio. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Usa la casa ereditata da solo? Deve pagare l’indennità di occupazione
Una coerede occupa in via esclusiva un appartamento ereditato. La sorella, esclusa dal godimento, le chiede un compenso economico. La Cassazione stabilisce che per ottenere l'indennità di occupazione bene comune non è necessario che il comproprietario escluso chieda di utilizzare direttamente l'immobile. La semplice richiesta di un corrispettivo economico è sufficiente a interrompere l'acquiescenza (il consenso tacito) all'uso esclusivo e a far nascere il diritto al risarcimento. Di conseguenza, la sorella che occupava l'immobile viene condannata a pagare l'indennità all'altra.
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Usucapione del non coerede: vince chi possiede, non chi eredita
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di due persone che chiedevano di essere dichiarate proprietarie di alcuni immobili per usucapione. I giudici dei gradi precedenti avevano respinto la domanda, trattando erroneamente i ricorrenti come coeredi e applicando le regole più severe previste per l'usucapione tra comproprietari. La Cassazione ha chiarito che i ricorrenti non erano eredi. Pertanto, il loro caso doveva essere valutato secondo le norme ordinarie sull'usucapione del non coerede, che non richiedono la prova di aver escluso gli altri dal godimento del bene. La sentenza è stata annullata e il caso rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione basata su questo principio corretto.
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Decoro architettonico: lavori leciti in edificio già alterato
La Cassazione ha esaminato il caso di un condomino che aveva ristrutturato il suo appartamento all'ultimo piano, realizzando una sopraelevazione. Altri condomini lo avevano citato in giudizio, sostenendo che l'intervento avesse leso il decoro architettonico condominiale. La Corte Suprema ha dato ragione al proprietario dell'ultimo piano. I giudici hanno stabilito che non c'è violazione del decoro architettonico condominiale se l'edificio presenta già numerose e significative alterazioni estetiche pregresse (come tende, condizionatori, tubature esterne). In un contesto già 'degradato', la nuova modifica non peggiora in modo rilevante l'aspetto complessivo del fabbricato.
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Rinuncia all’assegnazione del bene: sì al ripensamento in appello
In una causa di divisione immobiliare, un comproprietario ottiene l'assegnazione dell'intero bene. Successivamente, durante l'appello, dichiara di non essere più interessato e chiede di revocare l'assegnazione. La Corte d'Appello nega questa possibilità. La Corte di Cassazione, invece, ribalta la decisione, stabilendo un principio importante: la richiesta di assegnazione non è un impegno definitivo. Pertanto, la rinuncia all'assegnazione del bene è legittima anche in appello, poiché rappresenta una semplice modalità di attuazione della divisione e non un diritto già acquisito. La causa viene quindi rinviata per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Affitto parte comune: la Cassazione annulla la delibera del bar
Un'assemblea condominiale approva a maggioranza la locazione di una parte del plateatico comune al proprietario di un bar situato nello stesso stabile. Un altro condomino si oppone, lamentando la violazione del suo diritto al pari uso. La Corte di Cassazione gli dà ragione, stabilendo un principio fondamentale: l'uso indiretto della cosa comune, come la locazione, può essere deciso a maggioranza solo quando l'uso diretto da parte di tutti i condomini è impossibile. Poiché il plateatico era un bene fruibile da tutti, anche con turni o divisioni, la decisione di affittarlo richiedeva l'unanimità. La delibera a maggioranza è stata quindi dichiarata illegittima.
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Natura condominiale del bene: la Cassazione annulla la sentenza
Un condomino chiedeva di installare due vasche idriche in un locale che riteneva comune, ma un'altra condomina ne rivendicava la proprietà esclusiva. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta, considerandola una 'domanda nuova' e inammissibile. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la richiesta di accertare la natura condominiale del bene non era una domanda nuova, ma la specificazione della pretesa originaria. La presunzione di proprietà comune di alcune parti dell'edificio, come i sottotetti, sposta l'onere della prova su chi ne afferma la proprietà esclusiva. La causa torna in Appello per una nuova valutazione.
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Sottotetto comune: il titolo di proprietà prevale sui lavori
La Corte di Cassazione ha confermato la natura comune del sottotetto occupato da un singolo condomino. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: l'atto di divisione originale, che definiva il sottotetto come bene comune, prevale su qualsiasi interpretazione del regolamento condominiale. Di conseguenza, le opere di ristrutturazione eseguite a proprie spese dal condomino non possono trasformare una parte comune in proprietà privata. La Corte ha quindi respinto il ricorso del condomino, condannandolo a ripristinare l'area e a pagare le spese legali, riaffermando che il titolo di proprietà è il documento decisivo per stabilire la titolarità dei beni in un condominio.
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Locazione parte comune condominiale: sì all’affitto del marciapiede
Una condomina si oppone alla decisione dell'assemblea di autorizzare la locazione di una porzione del marciapiede comune a un ristorante per cinque mesi all'anno. Sostiene che tale uso le impedisca di godere del bene comune. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo la legittimità della delibera. La Corte ha chiarito che una locazione parte comune condominiale è valida se l'occupazione è temporanea, parziale e non impedisce il pari uso agli altri condomini. In questo caso, la durata limitata e la garanzia di un corridoio di passaggio sono stati elementi decisivi per considerare l'uso consentito e non un'alterazione vietata della destinazione del bene.
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Uso indiretto cosa comune: sì al bar sul marciapiede condominiale
Una condomina impugna la delibera che autorizza la locazione di una parte del marciapiede comune a un bar per cinque mesi all'anno. Sostiene che questo le impedisca il godimento del bene. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che si tratta di un legittimo 'uso indiretto della cosa comune'. La decisione è valida perché l'occupazione è temporanea, di estensione limitata e garantisce comunque il passaggio ai condomini. Non è un'innovazione vietata e non richiede l'unanimità, ma una delibera a maggioranza, in quanto l'uso promiscuo di quello spazio non era ragionevolmente ipotizzabile.
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Uso esclusivo parti comuni: sì all’uso, no a opere abusive
La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti del diritto di uso esclusivo parti comuni. Una delibera condominiale che concede tale diritto non costituisce una 'sanatoria' per opere e manufatti abusivi realizzati su quell'area. Il diritto di uso esclusivo permette un godimento più intenso del bene comune, ma non la sua trasformazione in proprietà privata né la realizzazione di opere che alterino la destinazione della cosa o il decoro architettonico del fabbricato. Di conseguenza, la Corte ha confermato l'ordine di rimozione delle opere illegittime, ribadendo che l'uso esclusivo non è un permesso di costruire.
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Tetto comune a terrazzo privato: è spoglio del bene condominiale
La Corte di Cassazione affronta un caso di trasformazione di una parte del tetto comune in terrazza a uso esclusivo da parte della proprietaria dell'attico. Un'altra condomina ha agito in giudizio lamentando uno spoglio del bene condominiale. La Corte ha confermato che tale modifica è illegittima. L'appropriazione di una parte comune per servire un'unica proprietà, senza il consenso degli altri, costituisce uno spoglio perché sottrae agli altri condomini la possibilità di utilizzare quel bene. Di conseguenza, la Corte ha rigettato il ricorso della proprietaria dell'attico, confermando l'ordine di ripristinare lo stato originario del tetto.
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