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Art. 110 Codice Penale — Sezione Terza Penale

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1108 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Serra in casa e sussidio: sì alla custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di coltivazione e spaccio di stupefacenti. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto una serra professionale per marijuana nell'armadio, sostanze stupefacenti, materiale da confezionamento e ingenti somme di denaro in contanti. La difesa sosteneva che il denaro derivasse dalla vendita di un immobile e che l'indagato fosse incensurato. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto non provata la provenienza lecita del denaro, evidenziando che i familiari erano disoccupati e percepivano il reddito di cittadinanza. La presenza della serra dimostra una spiccata professionalità nell'attività illecita, giustificando la massima misura restrittiva per il concreto rischio di reiterazione del reato.
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Fatture per operazioni inesistenti: condannata la presidente
La Rappresentante Legale di un'associazione sportiva dilettantistica ha emesso fatture per operazioni inesistenti a favore di diverse società sponsorizzatrici, restituendo poi parte del denaro in contanti. La donna ha sostenuto di non avere l'intenzione di favorire l'evasione fiscale altrui, ma solo di voler ottenere i contratti di sponsorizzazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a un anno e sei mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che il reato sussiste anche se il fine di evasione fiscale del terzo si accompagna a un'altra finalità ritenuta prioritaria, essendo sufficiente che l'autore accetti il rischio dell'evasione altrui attraverso lo schema illecito delle restituzioni in contanti.
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Abuso edilizio: la legge statale batte quella regionale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei proprietari e del direttore dei lavori per abuso edilizio e violazione paesaggistica. Gli imputati avevano realizzato, in un'area protetta della Sicilia, un manufatto in muratura e chiuso una tettoia con vetrate senza i necessari permessi, invocando erroneamente la normativa regionale sull'edilizia libera. La Corte ha chiarito che le leggi statali prevalgono su quelle regionali quando tutelano l'ambiente e il territorio. Inoltre, i giudici hanno respinto l'eccezione di prescrizione, applicando le regole di sospensione vigenti al momento dei fatti, e hanno confermato il diritto del vicino di casa, costituitosi parte civile, a ricevere il risarcimento dei danni per la violazione delle distanze e del decoro della zona.
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Arresto in quasi flagranza: legittimo anche senza vista diretta
Due soggetti vengono sorpresi da militari dell'esercito mentre appiccano il fuoco ad alcuni rifiuti. I militari interrompono l'azione e chiamano i Carabinieri, che intervengono immediatamente con i roghi ancora attivi. I Carabinieri arrestano la donna sul posto e l'uomo, fuggito poco prima, in una cantina vicina con un accendino. Il Tribunale non convalida l'arresto escludendo la flagranza perché i Carabinieri non hanno assistito direttamente alla condotta. La Cassazione accoglie il ricorso del Procuratore, stabilendo che per l'arresto in quasi flagranza non serve la percezione diretta del reato da parte della polizia giudiziaria, ma basta l'immediata percezione delle tracce del reato e il loro collegamento inequivocabile con l'indiziato. L'arresto viene quindi dichiarato legittimo.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Un indagato ha fatto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e tentata importazione di cocaina dal Sudamerica. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici accordi occasionali (concorso di persone) e non di una vera associazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando una struttura organizzativa stabile, finanziamenti ingenti e un programma criminoso indeterminato. La Corte ha ribadito che per l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non serve la consumazione dei singoli reati-fine, ma basta l'accordo stabile e duraturo per un flusso continuo di droga.
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Fatture per operazioni inesistenti: il Fisco smentisce i giudici
Gli Amministratori di un'azienda sono stati condannati in appello per aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti, mascherando un appalto fittizio di manodopera. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei gestori, rilevando che i giudici d'appello hanno travisato l'accordo transattivo siglato con il Fisco. L'Agenzia delle Entrate aveva infatti riconosciuto la regolarità della maggior parte dei servizi contestati. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna per l'anno d'imposta 2015 per intervenuta prescrizione, e ha annullato con rinvio la decisione per l'anno 2016, imponendo una nuova valutazione che tenga conto del reale contenuto dell'accertamento fiscale.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna per finti errori contabili
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e sei mesi di reclusione per l'ex amministratore di una cooperativa, accusato del reato di dichiarazione fraudolenta. L'imputato aveva indicato nelle dichiarazioni IVA dati falsi per nascondere operazioni imponibili per oltre due milioni di euro, simulando operazioni non imponibili mai avvenute. La difesa contestava la misura della confisca e la natura fraudolenta della condotta, definendola un semplice errore di compilazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: la questione sulla confisca è stata sollevata tardivamente, violando il principio devolutivo, mentre la condotta è stata ritenuta pienamente fraudolenta. L'uso di espedienti contabili complessi per ingannare il Fisco supera la semplice sottofatturazione, integrando il reato contestato. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Droga in casa: quando la convivenza è connivenza non punibile
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di tre soggetti condannati per spaccio di stupefacenti, tentata estorsione e detenzione di armi rubate. Mentre i ricorsi del primo imputato e di uno dei fratelli sono stati dichiarati inammissibili, la Corte ha accolto il ricorso del secondo fratello convivente. I giudici di merito avevano ritenuto quest'ultimo responsabile in concorso solo perché conviveva con il fratello e le sostanze erano in aree comuni. La Cassazione ha invece chiarito che la semplice coabitazione e la conoscenza della presenza di droga integrano una connivenza non punibile se manca un contributo attivo, materiale o morale, all'attività criminosa. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione della sua posizione.
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Oblazione speciale: i precedenti penali bloccano il beneficio
L'Imputato è stato condannato alla pena di 300 euro di ammenda per aver partecipato a giochi d'azzardo all'interno di un circolo privato. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, il mancato accoglimento della sua richiesta di oblazione speciale, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'oblazione speciale ex art. 162-bis c.p. non costituisce un diritto automatico, ma è subordinata alla valutazione discrezionale del giudice sulla gravità del fatto e sulla capacità a delinquere del reo. Nel caso specifico, i precedenti penali dell'Imputato giustificano pienamente il diniego sia dell'oblazione che delle attenuanti generiche, mentre la determinazione della pena sopra il minimo edittale esclude implicitamente la particolare tenuità del fatto.
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Spaccio di stupefacenti in famiglia: arrestati tre fratelli
Tre fratelli, indagati per una serie incessante di episodi di spaccio di stupefacenti (cocaina ed eroina) all'interno dell'abitazione materna, hanno impugnato le misure cautelari applicate nei loro confronti (custodia in carcere e arresti domiciliari). Uno dei fratelli sosteneva di essere un mero connivente in quanto già ristretto ai domiciliari presso la stessa abitazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, rilevando che anche il fratello ai domiciliari partecipava attivamente ai prelievi di droga nascosta nell'ascensore condominiale. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, data la natura sistematica, organizzata e continuativa dell'attività di spaccio di stupefacenti, incompatibile con un consumo o commercio occasionale e di minima lesività.
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Pericolo di reiterazione del reato: in cella col cellulare
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di coltivazione illecita di stupefacenti. L'indagato ha proposto ricorso lamentando l'assenza del pericolo di reiterazione del reato e contestando la valutazione della sua condotta in carcere, dove era stato trovato in possesso di un telefono cellulare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza di un nuovo reato, ma la continuità temporale del rischio. Il possesso del telefono in cella dimostra la volontà di mantenere contatti con la criminalità organizzata e rende inadeguati gli arresti domiciliari. Il ricorrente resta in carcere.
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Sequestro preventivo: un numero su Facebook incastra il marito
Un uomo ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo di oltre due milioni di euro, emesso nell'ambito di una complessa frode carosello nel commercio di pellet. L'indagato era stato considerato amministratore di fatto dell'azienda della moglie poiché il suo numero di telefono compariva sulla pagina Facebook aziendale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che, per disporre il sequestro preventivo, non occorrono prove schiaccianti di colpevolezza, ma sono sufficienti elementi indiziari che indichino il collegamento tra il soggetto e l'attività illecita. L'indicazione del contatto telefonico sui social costituisce un valido indizio di cogestione, che spetta alla difesa smentire con prove chiare e contrarie.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna definitiva anche senza danno
Il Padre e il Figlio, rispettivamente amministratore di fatto e legale rappresentante di un gruppo di società familiari, sono stati condannati per i reati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. La difesa ha contestato l'effettivo risparmio fiscale e la sussistenza del dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei contribuenti. I giudici hanno chiarito che il delitto di dichiarazione fraudolenta è un reato di pericolo e di mera condotta. Esso si perfeziona con la sola presentazione della dichiarazione falsa, indipendentemente dall'effettivo danno per il fisco o da eventi successivi. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la responsabilità penale dei ricorrenti e la confisca del profitto illecito.
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Responsabilità del commercialista: condannato chi ignora la frode
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e sei mesi di reclusione per un professionista, definendo i confini della responsabilità del commercialista nei reati tributari dei clienti. Il consulente teneva la contabilità di due società che utilizzavano fatture per operazioni inesistenti per oltre dieci milioni di euro. Nonostante una dipendente lo avesse avvertito di gravi anomalie, come continui prelievi in contanti e autofatture sospette, egli ha continuato a inviare le dichiarazioni fiscali per non perdere i clienti. La Suprema Corte ha stabilito che ignorare deliberatamente tali evidenti segnali d'allarme integra il dolo eventuale, configurando il concorso nel reato di dichiarazione fraudolenta. Il ricorso del professionista è stato rigettato.
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Gestione illecita di rifiuti: la colpa del produttore che si fida
Il Tribunale condannava l'Amministratore di una societa di trasporti e il Produttore di scarti industriali per il reato di gestione illecita di rifiuti. L'Amministratore trasportava apparecchiature elettriche fuori uso senza la specifica autorizzazione per quel codice di rifiuto, mentre il Produttore ometteva di verificare i titoli abilitativi del trasportatore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati. I giudici hanno chiarito che il produttore di rifiuti ha l'obbligo tassativo di verificare le autorizzazioni del soggetto a cui affida il trasporto, non potendo invocare il principio del legittimo affidamento. Inoltre, l'amministratore non puo impugnare la responsabilita amministrativa dell'ente, essendo questa una prerogativa esclusiva della societa. Di conseguenza, la condanna a carico dei ricorrenti e stata confermata in via definitiva.
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Frode sportiva: il proprietario del cavallo perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario di un cavallo da corsa, condannato per il reato di frode sportiva a causa della somministrazione di sostanze dopanti all'animale. La difesa lamentava l'inutilizzabilità delle analisi delle urine del cavallo per violazione delle garanzie difensive e contestava la responsabilità penale basata sul solo titolo di proprietà. I giudici hanno chiarito che il prelievo di campioni in sede amministrativa non richiede garanzie difensive immediate se non vi sono ancora indizi di reato. Inoltre, la responsabilità del proprietario è sorretta dal suo specifico e preminente interesse economico alla vittoria della corsa.
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Funzione di staffetta: condanna confermata ma pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di quattro soggetti condannati per trasporto di eroina. Tre di essi viaggiavano su un'auto con funzione di staffetta, mentre il quarto trasportava materialmente la droga su un secondo veicolo. I giudici hanno confermato la responsabilità penale dei componenti della staffetta, ritenendo irrilevante che la distanza ravvicinata tra i mezzi avesse impedito manovre elusive, poiché il monitoraggio prolungato della polizia dimostrava un piano coordinato. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso del conducente del veicolo con la droga riguardo alla dosimetria della pena: è contraddittorio applicare a quest'ultimo una pena più grave solo perché trasportava materialmente lo stupefacente, dato il comune accordo criminoso. La pena è stata quindi rideterminata al ribasso per il conducente, mentre gli altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Gravi indizi di colpevolezza: no alla rivalutazione in Cassazione
Il Tribunale di Brescia ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di reati in materia di stupefacenti. L'indagato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo la propria estraneità ai fatti e contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro le misure cautelari non può servire a richiedere una nuova valutazione dei fatti, ma solo a verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano ampiamente e logicamente motivato la decisione, valorizzando il ritrovamento di elementi compromettenti nell'abitazione dell'indagato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inappellabilità delle sentenze: l’assoluzione che ferma l’accusa
Un cittadino viene assolto in primo grado dall'accusa di aver occupato abusivamente un'area del demanio marittimo con opere edilizie, poiché mancava la prova certa della natura demaniale dell'area. Il Procuratore generale propone appello chiedendone la condanna. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile l'impugnazione. Il reato contestato è infatti una contravvenzione punita con pena alternativa. In base alla riforma del codice di procedura penale, opera l'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento per questo tipo di reati. L'appello non può essere convertito in ricorso per cassazione poiché il Procuratore ha richiesto una rivalutazione del merito delle prove, preclusa in sede di legittimità. Vince definitivamente il cittadino assolto.
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Abuso edilizio in concorso: condannati privati e funzionario
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un funzionario comunale e due costruttori privati accusati di abuso edilizio in concorso. I privati avevano realizzato lavori di ristrutturazione edilizia senza titoli idonei, mentre il funzionario pubblico aveva omesso i controlli dovuti e rilasciato un permesso di costruire illegittimo per sanare le irregolarità. La difesa del funzionario ha eccepito la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza e la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che la responsabilità concorsuale unisce condotte omissive e commissive. Inoltre, nei reati in concorso, la prescrizione decorre dall'ultimo atto consumativo compiuto da uno qualsiasi dei partecipanti, impedendo così l'estinzione anticipata del reato per il singolo imputato.
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