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Art. 110 Codice Penale — Sezione Terza Penale

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1108 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Lavori sismici abusivi e particolare tenuità del fatto ammessa
I Proprietari di un immobile in zona sismica hanno eseguito lavori di manutenzione straordinaria (sostituzione di solai e rifacimento del tetto) senza preavviso e deposito dei progetti al Genio Civile. Condannati dal Tribunale, hanno fatto ricorso lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. Il Tribunale aveva negato il beneficio basandosi solo sulla natura del reato (pericolo per la pubblica incolumità). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la particolare tenuità del fatto non può essere esclusa a priori in base alla categoria di reato, ma richiede una valutazione concreta della gravità della condotta. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame sul punto.
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Dichiarazione fraudolenta: risponde anche chi firma soltanto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di dichiarazione fraudolenta a carico dell'Amministratore di una società estera e del suo Rappresentante Fiscale in Italia. I due soggetti avevano utilizzato fatture per operazioni inesistenti emesse da ditte compiacenti per evadere l'IVA per milioni di euro. La difesa del Rappresentante Fiscale, basata sull'assenza di un ruolo attivo nella gestione aziendale, è stata respinta: chi assume tale carica ha precisi doveri di vigilanza e risponde penalmente, quantomeno a titolo di dolo eventuale, se ignora macroscopiche anomalie documentali. Anche il ricorso dell'Amministratore è stato rigettato, confermando che risponde di concorso nel reato chiunque fornisca consapevolmente i dati falsi per la dichiarazione.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: nuora condannata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione per una donna accusata di concorso in sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Il suocero, gravato da ingenti debiti fiscali per oltre 144.000 euro, aveva trasferito denaro sul conto della nuora per acquistare un immobile, poi concesso in comodato gratuito allo stesso suocero. La difesa sosteneva la tesi della donazione familiare e la mancanza di dolo. I giudici hanno invece ritenuto l'operazione un espediente fraudolento per svuotare il patrimonio del debitore e sottrarlo alla riscossione esattoriale. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il reato è di pericolo e si perfeziona con il compimento di atti idonei a ostacolare il recupero del credito erariale, indipendentemente dal successo dell'evasione.
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Gestione illecita di rifiuti: condanna per amianto rimosso
Il Committente ha affidato la rimozione del tetto in eternit della sua casa a un'impresa edile non autorizzata. La Polizia Municipale ha accertato la rimozione dell'amianto prima dell'intervento della ditta specializzata, configurando una gestione illecita di rifiuti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il Committente e l'Appaltatore. I giudici hanno chiarito che il reato di gestione illecita di rifiuti è un reato comune, commettibile anche da chi non svolge questa attività professionalmente. Inoltre, la condotta non è occasionale se richiede un'organizzazione minima, come l'uso di mezzi idonei e il coinvolgimento di più persone. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la pena detentiva e pecuniaria per entrambi i soggetti.
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Retrodatazione della custodia cautelare: negata per lo spaccio
Il Tribunale di Torino confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di spaccio di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando la mancata retrodatazione della custodia cautelare ai sensi dell'art. 297 c.p.p., sostenendo che gli indizi del secondo provvedimento fossero già desumibili all'epoca del primo arresto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che la retrodatazione richiede una conoscenza concreta e documentata da parte del Pubblico Ministero, non una semplice conoscibilità storica. Nel caso di specie, l'informativa finale era stata depositata mesi dopo il primo arresto. Pertanto, la Cassazione ha confermato la misura carceraria e condannato il ricorrente alle spese.
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Traffico illecito di rifiuti: incastrato l’insospettabile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per l'Amministratore di due società edili, accusato di traffico illecito di rifiuti con l'aggravante di aver agevolato un'associazione mafiosa. L'indagato declassificava falsamente i rifiuti da demolizione e asfalto con codici CER meno costosi, risparmiando oltre 220mila euro sullo smaltimento. La difesa contestava l'utilizzo di intercettazioni e il legame con la criminalità organizzata, evidenziando l'assenza di precedenti condanne per mafia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che proprio l'assenza di precedenti penali specifici permetteva all'indagato di agire indisturbato, offrendo un contributo concreto alle attività illecite del padre, noto esponente mafioso. L'Amministratore perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione a delinquere: arresti anche senza cariche formali
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di far parte di un'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari nel settore petrolifero. Il ricorrente sosteneva l'assenza di prove sulla sua partecipazione stabile e la mancanza di ruoli formali di amministrazione nelle società coinvolte. I giudici hanno chiarito che l'associazione a delinquere è un reato a condotta libera: basta l'inserimento di fatto nelle attività del gruppo con la consapevolezza di favorirne i fini illeciti. Inoltre, la dismissione formale dalle cariche societarie non esclude il pericolo di recidiva, specie se l'indagato possiede competenze tecniche specifiche usate per eludere i controlli. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato.
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Cartello di cantiere: la multa non cancella il processo penale
Il Proprietario di un terreno e il Direttore dei Lavori sono stati condannati in primo grado per aver eseguito opere di movimento terra senza esporre il cartello di cantiere, violando le prescrizioni del permesso di costruire. I ricorrenti hanno impugnato la decisione lamentando la violazione del divieto di doppio giudizio, avendo già pagato una sanzione amministrativa regionale, e contestando l'effettivo inizio dei lavori. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi sul doppio binario sanzionatorio, ritenendo legittima la coesistenza della sanzione amministrativa e di quella penale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione, da parte del giudice di merito, della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, annullando la sentenza con rinvio per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Traffico di stupefacenti: ammessa la marijuana ma non la cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di ingenti quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a essere accusato di spaccio continuato. La difesa contestava la proprietà della cocaina e l'applicazione della recidiva reiterata. La Suprema Corte ha confermato la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione, ribadendo che la stabilità dell'attività di spaccio e il possesso di diverse droghe dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Questo preclude la concessione delle attenuanti generiche e giustifica l'applicazione della recidiva. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: tra condanne e rinvii
Un gruppo organizzato importava cocaina in grandi quantità da Santo Domingo all'Italia, nascondendola su aerei e navi con la complicità di operatori aeroportuali e portuali. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per quasi tutti gli imputati, ribadendo che per configurare il reato di associazione finalizzata al narcotraffico basta una struttura organizzativa minima e rudimentale, purché stabile. La Corte ha invece parzialmente accolto il ricorso di un intermediario, annullando la sentenza con rinvio solo per rivalutare l'aggravante dell'ingente quantità e la concessione delle attenuanti generiche. Per quest'ultimo, infatti, i giudici d'appello non avevano motivato se fosse consapevole dell'enorme volume di droga importata, né avevano personalizzato la pena basandosi sulla sua specifica condotta.
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Smaltimento illecito di rifiuti: condanna certa anche senza data
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due titolari di un'impresa edile condannati per lo smaltimento illecito di rifiuti speciali non pericolosi. I militari avevano fermato un dipendente che trasportava scarti senza documenti, scoprendo poi una discarica abusiva in una cava dismessa gestita dall'azienda. La difesa sosteneva che la data del reato non coincidesse con quella dell'accertamento, invocando la prescrizione. La Suprema Corte ha chiarito che la data di consumazione del reato può essere desunta da indizi gravi, precisi e concordanti, e che spetta all'imputato dimostrare che il fatto sia avvenuto in un momento anteriore. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: condannato chi offre passaggi in auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso nel reato di spaccio a carico di un automobilista che aveva accompagnato uno spacciatore a consegnare la droga ai clienti. L'uomo sosteneva di aver agito solo per procurarsi dosi per uso personale e contestava la ricostruzione geografica del tragitto. I giudici hanno chiarito che l'effettivo raggiungimento di una specifica località è irrilevante se le intercettazioni e le ammissioni dell'imputato dimostrano la piena consapevolezza di agevolare l'attività illecita in cambio di sostanza stupefacente. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale del conducente e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Connivenza passiva e spaccio: la Cassazione condanna la donna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna indagata per spaccio di stupefacenti in concorso con i familiari. La difesa sosteneva la semplice connivenza passiva, affermando che la donna avesse solo assistito passivamente alle attività illecite nell'appartamento del cognato. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che l'indagata era stata intercettata mentre contava i proventi dello spaccio e verificava le scorte di crack. Inoltre, le telecamere l'avevano ripresa la notte del decesso per overdose di un cliente. La Cassazione ha chiarito che tali azioni superano la connivenza passiva e configurano un contributo attivo al reato, confermando la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Mera connivenza o complicità: quando la presenza in casa è reato
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di spaccio di cocaina e crack in concorso con il compagno. La difesa sosteneva la tesi della mera connivenza, descrivendo la donna come spettatrice passiva. Tuttavia, le intercettazioni hanno rivelato che l'indagata accoglieva i clienti, gestiva la contabilità e controllava le scorte di droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che tali condotte costituiscono un contributo causale attivo e non una mera connivenza. Inoltre, l'estrema gravità dei fatti, culminati con la morte per overdose di un cliente nell'appartamento, giustifica l'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari.
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Concorso nel reato di spaccio: la presenza fisica condanna
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato per il reato di concorso nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa sosteneva la tesi della semplice connivenza non punibile, evidenziando la presenza saltuaria dell'uomo nell'appartamento adibito a piazza di spaccio. Tuttavia, le intercettazioni ambientali hanno rivelato che L'Indagato era presente accanto a un acquirente deceduto per arresto cardiaco subito dopo l'assunzione della dose, descrivendone gli ultimi istanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la condotta dell'indagato non costituisce mera presenza passiva, ma un contributo causale attivo all'attività illecita gestita insieme ai familiari.
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Gravi indizi di colpevolezza: arresti validi anche senza certezza
Il Tribunale di Palermo confermava gli arresti domiciliari per un uomo accusato di coltivazione e detenzione di marijuana, sorpreso vicino alla piantagione mentre tentava la fuga. L'indagato ricorreva in Cassazione sostenendo la propria estraneità e giustificando la presenza con motivi familiari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che per l'applicazione delle misure cautelari i gravi indizi di colpevolezza richiedono una qualificata probabilità di colpevolezza e non la certezza assoluta. La Cassazione non può rivalutare i fatti ma solo la logicità della motivazione del giudice di merito. Il ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese.
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Concorso nel reato: la linea sottile tra complice e spettatore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei anni e quattro mesi di reclusione per un uomo accusato di traffico di stupefacenti. L'imputato sosteneva di non aver partecipato attivamente al reato, invocando la semplice conoscenza dei fatti. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che la sua condotta non è stata passiva: l'uomo ha accompagnato il trafficante principale, ha custodito la droga e ha trasportato 175.000 euro nei Paesi Bassi per pagare i fornitori. La Suprema Corte ha stabilito che queste azioni configurano un pieno concorso nel reato e non una semplice connivenza non punibile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna e obbligando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione dell’abuso edilizio: annullata la demolizione
I gestori di una struttura ricettiva vengono condannati per aver realizzato opere senza permesso di costruire. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la mancata conversione della pena detentiva in pecuniaria, negata in appello per presunta insolvibilità. La Suprema Corte accoglie il motivo, ritenendo le condizioni economiche irrilevanti per la sostituzione della pena. Poiché nel frattempo è decorso il termine quinquennale dal sopralluogo del 2016, si è compiuta la prescrizione dell'abuso edilizio. La Cassazione annulla la sentenza senza rinvio e revoca l'ordine di demolizione delle opere abusive.
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Calcolo della pena nel reato continuato: sconti o rigore?
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della condanna per reati di droga e armi. In particolare, lamentava la mancanza di motivazione specifica per gli aumenti applicati ai singoli reati satellite e l'errato calcolo della pena pecuniaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito ha ampiamente motivato la decisione, bilanciando la gravità dei fatti con il percorso rieducativo del condannato. Inoltre, la Corte ha confermato che il calcolo della pena nel reato continuato non richiede una motivazione esplicita sull'applicazione dei nuovi minimi edittali se la sentenza è successiva alla pronuncia di incostituzionalità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: conti bloccati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due coniugi contro il sequestro preventivo dei loro beni. Gli indagati avevano svuotato i conti correnti di diverse ditte individuali tramite bonifici sistematici verso i propri conti personali, prelevando poi il denaro in contanti o trasferendolo all'estero per evitare il fisco. La Suprema Corte ha confermato che anche operazioni formalmente tracciabili e lecite possono integrare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte se inserite in un disegno criminoso volto a depauperare il patrimonio aziendale. Il profitto confiscabile è pari al valore dei beni sottratti alla garanzia erariale. I ricorrenti perdono la causa e sono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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