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Art. 110 Codice Penale — Anno 2026

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1329 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Recidiva e limiti di pena: tra sanzione illegale e condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due soggetti condannati per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il Primo Detentore e il Complice erano stati sorpresi a gettare droga dal balcone. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi del Primo Detentore, confermando la sua condanna. Al contrario, ha accolto parzialmente il ricorso del Complice sul calcolo della pena. I giudici hanno stabilito che l'aumento per la recidiva non può superare la somma delle pene inflitte con le condanne precedenti, applicando rigorosamente il principio della "Recidiva e limiti di pena". La sentenza è stata quindi annullata con rinvio limitatamente alla rideterminazione della pena per il Complice, confermando la responsabilità penale di entrambi.
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Finanziamento del terrorismo: fonti web generiche non bastano
Il Tribunale di Genova confermava la custodia in carcere per Il Referente di un'associazione benefica, accusato di associazione con finalità di terrorismo per il presunto finanziamento del terrorismo a favore del movimento Hamas. La difesa proponeva ricorso in Cassazione contestando l'uso di fonti aperte generiche e l'esclusione di una consulenza storica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le informazioni da fonti aperte (come internet) non possono essere usate se indicate in modo generico e senza verificarne l'attendibilità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, rinviando il caso al Tribunale di Genova per un nuovo esame che escluda o verifichi rigorosamente tali fonti.
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Concorso esterno in associazione terroristica: fondi o inganno?
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva annullato la custodia in carcere per un uomo accusato di concorso esterno in associazione terroristica. L'accusa sosteneva che l'indagato, tramite un'associazione benefica, avesse consapevolmente raccolto fondi destinati a finanziare l'organizzazione terroristica Hamas. Il Tribunale del Riesame ha invece ritenuto plausibile la tesi difensiva, secondo cui l'uomo era all'oscuro della reale destinazione dei fondi ed era stato vittima di un inganno da parte dei reali gestori del sodalizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del pubblico ministero, confermando l'annullamento della misura cautelare. La Suprema Corte ha ribadito che non spetta ai giudici di legittimità rivalutare le prove, ma solo verificare la coerenza logica della decisione impugnata, che in questo caso è risultata solida e priva di contraddizioni.
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Custodia cautelare in carcere: anche il palo rischia la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di tentato furto aggravato ai danni di sportelli bancomat. Il Tribunale del riesame aveva escluso il reato associativo ma mantenuto la misura per i singoli furti. La difesa contestava l'attribuzione di un'utenza telefonica usata per localizzare l'indagato e l'attualità del pericolo di reitera, sostenendo che l'indagato fosse solo un semplice palo senza competenze tecniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo provato l'uso del telefono tramite un verbale di perquisizione e confermando la pericolosità sociale del soggetto, desunta dai numerosi precedenti specifici e dall'uso di sofisticate tecniche di furto.
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Estinzione del reato per condotte riparatorie: risarcire subito
L'Imputato era stato condannato per ricettazione per aver ricevuto bonifici illeciti sulla propria carta prepagata. In appello, i giudici hanno riqualificato il fatto come concorso nei reati presupposti, procedibili a querela. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione dell'estinzione del reato per condotte riparatorie. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in caso di riqualificazione del reato in appello, l'imputato deve comunque formulare un'offerta risarcitoria seria e concreta prima della decisione per poter beneficiare della causa estintiva. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Tentata estorsione in concorso: in carcere anche senza minacciare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di tentata estorsione in concorso, aggravata dal metodo mafioso. Il primo ricorrente, pur sostenendo di aver compiuto solo atti preparatori, aveva in realtà reclutato un picchiatore ed eseguito sopralluoghi presso la gioielleria della vittima. La Suprema Corte ha chiarito che nel reato di tentata estorsione in concorso è punibile chiunque fornisca un contributo concreto e consapevole alla realizzazione del piano criminoso, anche senza minacciare direttamente la vittima. Il secondo ricorrente ha rinunciato al ricorso ma è stato comunque condannato alle spese per mancanza di giustificato motivo. Entrambi dovranno pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione: condannata la complice
La Corte di Cassazione ha affrontato un complesso caso di bancarotta fraudolenta per distrazione ai danni di una Fondazione in concordato preventivo. La vicenda coinvolgeva fittizi contratti di collaborazione a favore della Collaboratrice, l'erogazione ingiustificata di 150.000 euro a un Terzo Beneficiario in un contesto corruttivo, e il presunto concorso omissivo del Revisore dei conti. La Suprema Corte ha chiarito che il revisore, non rientrando tra i soggetti qualificati della legge fallimentare, può rispondere solo come concorrente esterno (extraneus) con condotta attiva e consapevole. Ha inoltre ribadito che per la bancarotta fraudolenta per distrazione è sufficiente il dolo generico, annullando l'assoluzione del Terzo Beneficiario agli effetti civili. Infine, ha annullato la sentenza per la Collaboratrice limitatamente all'aggravante del danno di rilevante gravità, disponendo un nuovo giudizio per tutti i profili accolti.
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Tentato omicidio in concorso: dal salto della fila al carcere
Durante una lite per una precedenza in auto in un parcheggio, due cugini aggrediscono un automobilista. Mentre uno dei due colpisce ripetutamente la vittima con un coltello, l'altro continua a colpirla a mani nude, fermandosi solo dopo l'ultimo grave fendente. La Cassazione ha confermato la custodia in carcere per quest'ultimo, ritenendolo responsabile di tentato omicidio in concorso. I giudici hanno chiarito che continuare a picchiare la vittima, pur sapendo che il complice stava usando un coltello, dimostra la piena accettazione del rischio di uccidere (dolo eventuale). Di conseguenza, non si può applicare la figura più lieve del concorso anomalo, e la gravità dell'aggressione in luogo pubblico giustifica la massima misura cautelare, nonostante l'incensuratezza dell'indagato.
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Concorso in tentata estorsione: in carcere anche senza minacce
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di concorso in tentata estorsione. L'indagato aveva partecipato alla pianificazione del reato effettuando sopralluoghi, proponendo pedinamenti e fornendo una foto della vittima ai complici per una spedizione punitiva. La difesa sosteneva l'estraneità dell'uomo alle minacce dirette e chiedeva di valutare i singoli episodi separatamente. La Suprema Corte ha invece stabilito che, nel concorso in tentata estorsione, ogni contributo materiale o morale (anche senza minacce dirette) che agevoli il piano criminoso unitario configura piena responsabilità penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Concorso anomalo: rissa sul bus o rapina di gruppo?
Due giovani partecipano a una violenta rissa a bordo di un autobus, durante la quale un terzo complice sottrae le cuffiette della vittima. I giudici di merito condannano tutti i partecipanti per rapina aggravata in concorso. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso dei giovani, evidenziando la necessità di valutare l'applicazione della disciplina sul concorso anomalo. Se l'azione di furto del complice non era prevedibile o concordata, la responsabilità dei giovani deve essere ridimensionata. La Corte annulla la sentenza limitatamente a questo aspetto, disponendo un nuovo processo d'appello.
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Tentata estorsione: condanna confermata ma niente spese legali
Il caso riguarda la condanna di un uomo per il reato di tentata estorsione in concorso con un'altra persona. Gli imputati avevano minacciato la vittima per costringerla a rinunciare a un'azione legale (una denuncia assicurativa). La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale dell'uomo, ribadendo che costringere qualcuno a desistere da un'azione giudiziaria costituisce un danno patrimoniale tipico dell'estorsione. Tuttavia, i giudici hanno accolto parzialmente il ricorso annullando senza rinvio la condanna al pagamento delle spese processuali del grado di appello, poiché i giudici di secondo grado avevano precedentemente accolto la sua richiesta di restituzione dei beni sequestrati. Di conseguenza, la condanna principale resta ferma, ma l'imputato non dovrà pagare le spese del processo d'appello.
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Circostanze attenuanti generiche: quando il ricorso è inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza d'appello che lo aveva condannato per un reato commesso in concorso con altre persone. L'imputato contestava la responsabilità concorsuale e la mancata concessione, nella misura massima, delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso per cassazione non può limitarsi a ripetere le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio, né può richiedere una nuova valutazione dei fatti. Inoltre, per negare le circostanze attenuanti generiche, il giudice di merito non deve analizzare ogni singolo dettaglio favorevole o contrario, ma può limitarsi a illustrare i motivi decisivi che giustificano la sua scelta. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Assegni in compossesso: inammissibilità del ricorso per cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per concorso nel reato, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'imputato aveva contestato il mancato riconoscimento del legittimo impedimento del difensore, ma i giudici hanno rilevato che l'istanza era tardiva e che il ricorso non affrontava questa specifica motivazione. Inoltre, la difesa sosteneva che il possesso di alcuni assegni fosse esclusivo del coimputato, cercando di escludere il compossesso. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, confermando la solidità della ricostruzione dei giudici d'appello. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso in estorsione: ricorso respinto e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di concorso in estorsione. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti basata su intercettazioni e testimonianze, l'applicazione della recidiva e l'eccessivita della pena. I giudici di legittimita hanno chiarito che non e possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione. Inoltre, hanno confermato la correttezza della decisione dei giudici di merito, i quali hanno applicato la recidiva a causa della spiccata inclinazione a delinquere del soggetto e hanno giustificato la severita della pena con l'elevata intensita del dolo. Di conseguenza, la condanna e diventata definitiva e il ricorrente e stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina aggravata: incastrata dalle intercettazioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per concorso in tentata rapina aggravata. La difesa contestava la responsabilità penale e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni ambientali dimostrano in modo inequivocabile il contributo sia materiale sia morale della donna all'azione del complice. Inoltre, la Cassazione ha confermato il diniego delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali della ricorrente e dell'assenza di elementi positivi a suo favore. Di conseguenza, la donna perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa on-line: condannato chi incassa anche senza raggirare
Un uomo è stato condannato per concorso in truffa on-line poiché i soldi versati da una vittima per un acquisto mai ricevuto sono finiti sulla sua carta prepagata. L'imputato sosteneva di non aver partecipato attivamente al raggiro, ma la carta era intestata a lui e non era mai stata denunciata come smarrita o rubata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità penale. Chi riceve il profitto di un reato su una propria carta, avendone la piena disponibilità, risponde di concorso nel reato stesso. L'imputato è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermati 7 anni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione e trentamila euro di multa inflitta a un uomo per reati legati al traffico di sostanze stupefacenti. La difesa dell'imputato aveva proposto ricorso lamentando il mancato proscioglimento immediato. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici e privi di critiche concrete alla decisione della Corte d'Appello. Per questo motivo, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna definitiva e confisca totale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un contribuente condannato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti. L'imputato aveva presentato dichiarazioni IVA false per diverse annualità, utilizzando documenti fittizi per evadere le imposte. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e la misura della confisca. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ribadendo che la ricostruzione basata sulle indagini della Guardia di Finanza è solida e che il profitto confiscabile coincide con l'intero ammontare delle imposte evase, in mancanza di prova di costi effettivi. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai-da-te costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per reati in materia di stupefacenti. I ricorrenti avevano proposto il ricorso personalmente, senza l'assistenza di un difensore abilitato al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso personale in Cassazione non è consentito dalla legge penale. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i soggetti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato, condannato per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità in concorso, ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presenza di numerosi precedenti penali specifici dimostra una spiccata propensione a delinquere, giustificando pienamente l'aumento di pena. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che le contestazioni della difesa si risolvevano in valutazioni di merito, non esaminabili in sede di legittimità. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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