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Art. 110 Codice Penale — Anno 2026

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1329 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Concorso in truffa sulla polizza vita: condannati i consulenti
Una consulente bancaria e un agente assicurativo sono stati condannati per concorso in truffa ai danni di un cliente e di una compagnia assicurativa. La consulente ha convinto il cliente a modificare i beneficiari di una polizza vita da 500.000 euro. L'agente ha poi falsificato la firma inserendo come beneficiaria una complice estranea. Alla morte del cliente, i due professionisti hanno fatto da testimoni per sbloccare il pagamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei due imputati, confermando la loro responsabilità penale e civile. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e risarcire la compagnia assicuratrice.
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Sostituzione di persona all’antidoping: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due cavalieri condannati per il reato di sostituzione di persona. Durante una manifestazione equestre, i due imputati si erano allontanati dalla fila per i controlli antidoping disposti dal Questore. Al loro posto, si erano presentati tre soggetti legati a loro da vincoli di parentela o associativi per effettuare i test sotto falso nome. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale dei cavalieri in concorso con i sostituti, ritenendo logica la ricostruzione dei giudici di merito. La simultanea presentazione dei sostituti dimostra l'esistenza di un accordo illecito preventivo volto a eludere i controlli. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Esercizio arbitrario: recupero crediti violento senza estorsione
Un creditore, convinto di essere stato truffato, ha incaricato un complice di recuperare con la forza diecimila euro da un debitore. I giudici di merito hanno condannato entrambi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha però accolto parzialmente i ricorsi, annullando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici devono valutare se la condotta configuri invece il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Questo reato si distingue dall'estorsione per l'elemento soggettivo: il creditore deve agire nella ragionevole convinzione di esercitare un diritto legittimo, anche se con modalità violente. Il giudice del rinvio dovrà quindi accertare l'esistenza del credito e il ruolo disinteressato del complice.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no al riesame delle prove
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da due soggetti condannati per reati concernenti le armi. I ricorrenti contestavano la ricostruzione dei fatti e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano meramente ripetitivi di questioni già risolte nei gradi precedenti e miravano a ottenere una inammissibile rivalutazione delle prove di fatto, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Divieto di reformatio in peius: sconti di pena ma limiti rigidi
L'Imputato, condannato per peculato in concorso, ottiene dalla Cassazione l'annullamento con rinvio per la prescrizione di alcuni episodi. Il giudice di rinvio ridetermina la pena eliminando la quota relativa ai reati prescritti, mantenendo però inalterata la pena base. L'Imputato ricorre nuovamente in Cassazione lamentando un'errata quantificazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, chiarendo che il giudice di rinvio ha rispettato i limiti di legge. In particolare, opera il divieto di reformatio in peius, che impedisce di superare la pena complessiva precedentemente inflitta quando l'impugnazione è proposta dal solo imputato. Inoltre, si applica il vincolo del giudicato parziale sulla pena base, che non può essere modificata. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di rapina: l’arma giocattolo non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di rapina aggravata. L'imputato aveva sottratto beni dall'abitacolo di un'auto usando violenza contro la vittima. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in furto con strappo e di escludere l'aggravante dell'uso dell'arma, sostenendo si trattasse di un'arma giocattolo. I giudici hanno respinto le richieste, confermando che l'uso della violenza finalizzato alla sottrazione configura il reato di rapina e che anche un'arma giocattolo ha una forte idoneità intimidatoria. È stata inoltre respinta l'attenuante del risarcimento del danno poiché la proposta risarcitoria è stata presentata in modo tardivo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso di persone nel reato: negata la minima importanza
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancata applicazione dell'attenuante della minima importanza nel concorso di persone nel reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i motivi proposti erano una mera ripetizione di quanto già discusso e miravano a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti. La condotta del Ricorrente ha concretamente rafforzato l'azione del complice, escludendo qualsiasi ruolo marginale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il Ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso in estorsione: condannato il mediatore della richiesta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per concorso in estorsione. L'imputato era intervenuto come mediatore per agevolare e definire una richiesta estorsiva avviata da altri soggetti. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi del ricorso erano semplici ripetizioni di quanto già discusso in appello e miravano a ottenere un inammissibile riesame dei fatti. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto di energia elettrica: la carica formale non fa il colpevole
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministratrice Formale di una società, condannata in precedenza per furto di energia elettrica in concorso con il marito, amministratore di fatto e autore dell'allaccio abusivo. I giudici di merito avevano basato la condanna sulla sola carica formale della donna e sulla sua presenza occasionale nel capannone. La Cassazione ha chiarito che per configurare il concorso di persone nel reato occorre la prova di un contributo materiale o morale effettivo e consapevole, non bastando la mera qualifica societaria. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Estorsione aggravata: condannato anche chi tace sul motorino
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato sosteneva di non aver partecipato attivamente al reato, essendosi limitato a rimanere fermo su un motorino a breve distanza mentre i complici minacciavano la vittima per ottenere il "pizzo". I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che anche la presenza silenziosa del complice configura un concorso nel reato. Tale condotta, infatti, rafforza l'effetto intimidatorio della minaccia e dimostra l'appartenenza a un gruppo criminale organizzato. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e connivenza non punibile: quando la presenza è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un uomo sorpreso in un appartamento adibito a piazza di spaccio. La polizia ha rinvenuto un involucro con oltre 54 grammi di cocaina ai piedi dell'indagato e di un complice, oltre a denaro contante e strumenti per il confezionamento. La difesa sosteneva la tesi della connivenza non punibile, affermando che l'uomo si trovasse lì per caso. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, evidenziando che l'atteggiamento di padronanza del luogo, l'apertura della porta agli agenti senza verificare chi fosse e il possesso di denaro dimostrano una partecipazione attiva. La distinzione con la connivenza non punibile risiede nel contributo, anche minimo, fornito alla realizzazione del reato, escludendo la mera presenza passiva.
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Frode assicurativa: il finto incidente finisce in condanna
Due automobilisti sono stati condannati per il reato di frode assicurativa in concorso tra loro. Secondo l'accusa, i due avevano denunciato un falso sinistro stradale per ottenere indebitamente il risarcimento dall'assicurazione. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dell'elemento soggettivo (il dolo) e lamentando carenze nella motivazione della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché ritenuti generici e privi di un reale confronto con le argomentazioni logiche dei giudici di secondo grado. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la loro responsabilità penale.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna definitiva anche senza danno
Il Padre e il Figlio, rispettivamente amministratore di fatto e legale rappresentante di un gruppo di società familiari, sono stati condannati per i reati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. La difesa ha contestato l'effettivo risparmio fiscale e la sussistenza del dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei contribuenti. I giudici hanno chiarito che il delitto di dichiarazione fraudolenta è un reato di pericolo e di mera condotta. Esso si perfeziona con la sola presentazione della dichiarazione falsa, indipendentemente dall'effettivo danno per il fisco o da eventi successivi. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la responsabilità penale dei ricorrenti e la confisca del profitto illecito.
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Bancarotta fraudolenta: condannato l’amministratore di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un soggetto ritenuto amministratore di fatto di una società immobiliare fallita. L'imputato era accusato di bancarotta fraudolenta per aver sottratto attrezzature, veicoli e denaro, oltre ad aver nascosto le scritture contabili impedendo la ricostruzione del patrimonio sociale. La difesa contestava la qualifica di amministratore di fatto e la prova del dolo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la gestione sistematica dei cantieri e dei rapporti con i fornitori dimostra l'amministrazione di fatto. Inoltre, l'omessa tenuta dei libri contabili, unita alla mancata presentazione dei bilanci, configura il dolo specifico del reato di bancarotta fraudolenta documentale, volto a nascondere le distrazioni ai creditori.
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Rivalutazione delle prove: perché la Cassazione dice no
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una mancanza di motivazione sulla sua responsabilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso mira a ottenere una inammissibile rivalutazione delle prove, attività preclusa in sede di legittimità. La valutazione dei fatti spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: colpevolezza confermata ma la pena si riapre
Due uomini, padre e figlio, sono stati sorpresi a rubare tubi di irrigazione in un'azienda agricola. Per fuggire e assicurarsi la refurtiva, hanno minacciato i proprietari e speronato la loro auto. I giudici di merito li hanno condannati per il reato di rapina impropria. La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la loro colpevolezza, stabilendo che le dichiarazioni delle vittime sono pienamente attendibili. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto parzialmente i ricorsi solo sul calcolo della pena. I giudici di merito non avevano infatti motivato l'aumento facoltativo della sanzione dovuto alla recidiva. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio, rendendo invece irrevocabile la condanna per rapina impropria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: contatti contro aiuto
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due indagati destinatari di custodia cautelare in carcere per legami con un clan mafioso. Per il primo indagato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per presunte attività di intermediazione immobiliare illecita ("sanzaria"), la Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno rilevato che la semplice vicinanza o i contatti non provano un contributo concreto e causale al clan. Al contrario, la Corte ha rigettato il ricorso del secondo indagato, confermando la custodia in carcere. Le sue intercettazioni hanno dimostrato un inserimento attivo e stabile nelle dinamiche decisionali del sodalizio, in particolare nella gestione delle scommesse clandestine e nella difesa del territorio.
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Indebito utilizzo di carte di credito: dal sussidio al carcere
Il Titolare della Carta, beneficiario del reddito di cittadinanza, ha ceduto la propria tessera magnetica a un terzo in cambio di un compenso mensile in denaro. Durante la detenzione in carcere del titolare, il terzo ha effettuato diverse transazioni commerciali. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di indebito utilizzo di carte di credito. I giudici hanno chiarito che la natura strettamente personale della carta assistenziale ne vieta la cessione. Inoltre, l'abolizione del reddito di cittadinanza non cancella i reati commessi durante la sua vigenza, né influisce sul reato previsto dal codice penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: stop ai ricorsi copia
Due imputati, condannati nei precedenti gradi di giudizio per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità, hanno proposto ricorso davanti alla Suprema Corte lamentando vizi di motivazione e il mancato riconoscimento delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dai difensori si limitavano a riprodurre pedissequamente le stesse contestazioni già sollevate in appello, senza confrontarsi criticamente con le risposte fornite dai giudici di secondo grado. La Corte ha ribadito che l'impugnazione deve necessariamente contenere una critica mirata e specifica al provvedimento contestato. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione fraudolenta: finta vendita UE e condanna reale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. L'imputato, operando come gestore di fatto e intermediario di un'azienda, aveva simulato la cessione di beni a operatori comunitari per ottenere l'esenzione IVA. La Suprema Corte ha chiarito che i motivi di ricorso riguardanti la responsabilità penale non possono essere proposti per la prima volta in Cassazione se non precedentemente dedotti in appello. Inoltre, la determinazione della pena e il diniego delle attenuanti generiche sono insindacabili se adeguatamente motivati dal giudice di merito sulla base della gravità del fatto, dell'elevato valore della frode e dei precedenti penali del reo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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