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Art. 110 Codice Penale — Anno 2026

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1329 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Concordato in appello: vietato contestare la pena concordata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati che contestavano l'eccessività della pena stabilita a loro carico per reati in materia di stupefacenti. La pena era stata rideterminata dalla Corte di Appello di Milano in seguito all'accoglimento del concordato in appello. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena, una volta recepito dal giudice di secondo grado, costituisce un negozio processuale liberamente stipulato dalle parti. Di conseguenza, esso non può essere modificato unilateralmente tramite ricorso per cassazione, salvo il caso di illegalità della pena stessa, non riscontrato nella fattispecie. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: il kit monouso basta per la condanna
L'Imputato era stato condannato per il reato di spaccio di stupefacenti a seguito del ritrovamento di cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la colpevolezza non fosse provata a causa della mancanza di analisi chimiche di laboratorio sulla sostanza sequestrata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'analisi speditiva effettuata dalla polizia giudiziaria tramite un kit monouso è pienamente sufficiente a dimostrare la natura stupefacente della sostanza, qualora l'esito sia positivo e non vi siano elementi di dubbio o contrastanti. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, vedendo confermata la sua condanna penale.
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Spaccio di stupefacenti: la fuga non salva dalla condanna
Due imputati sono stati condannati a quattro anni di reclusione per il reato di spaccio di stupefacenti, dopo essere stati sorpresi a trasportare 34,5 grammi di eroina e aver tentato di sfuggire al controllo della Guardia di Finanza lanciando la droga dal finestrino. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati. I giudici hanno escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, evidenziando l'inserimento dei soggetti in un circuito criminale organizzato e le modalità del trasporto alla luce del sole. È stata inoltre respinta la richiesta di messa alla prova, poiché mai formulata nei precedenti gradi di giudizio, e il riconoscimento delle attenuanti generiche, data la gravità della condotta e il tentativo di fuga. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pena pecuniaria sostitutiva: negata se il passato è criminale
L'amministratore di fatto di una società, condannato a un anno di reclusione per aver distrutto le scritture contabili al fine di evadere le tasse, ha richiesto la sostituzione del carcere con una pena pecuniaria sostitutiva. La Corte d'appello ha negato la richiesta a causa dei numerosi e gravi precedenti penali del soggetto, ritenendo la sanzione monetaria inidonea alla sua rieducazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che i precedenti penali, pur non rappresentando un ostacolo automatico dopo la Riforma Cartabia, possono giustificare il diniego se dimostrano l'inefficacia della misura alternativa. Il ricorso è stato rigettato e il condannato dovrà scontare la pena originaria oltre a pagare le spese processuali.
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Ricettazione in concorso: passeggero condannato con il complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di ricettazione in concorso di un'autovettura rubata, utilizzata per tentare un altro furto. Uno dei due imputati rispondeva anche di resistenza a pubblico ufficiale per aver aggredito un agente durante la fuga. La difesa sosteneva che il passeggero non fosse a conoscenza della provenienza illecita del veicolo e che l'aggressione fosse accidentale. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, rilevando che l'auto presentava evidenti segni di manomissione all'accensione e che gli agenti si erano chiaramente qualificati. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Trasferimento fraudolento di valori: utili o estorsione?
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per trasferimento fraudolento di valori inflitta in appello a due imputati, precedentemente assolti in primo grado. Il caso riguardava la presunta intestazione fittizia di quote di una società di onoranze funebri a un prestanome, per conto di un socio occulto legato alla criminalità organizzata. La Suprema Corte ha accolto i ricorsi evidenziando che il reato si consuma al momento dell'attribuzione fittizia delle quote, avvenuta negli anni novanta, e non con la successiva distribuzione degli utili, dichiarando errato il calcolo della prescrizione. Inoltre, i giudici d'appello hanno violato l'obbligo di motivazione rafforzata, non spiegando come l'imprenditore avesse concretamente concorso nella fittizia intestazione iniziale e ignorando la plausibile ricostruzione alternativa secondo cui i pagamenti mensili potevano essere frutto di estorsione subita.
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Trasferimento fraudolento di valori: il prestanome perde il bar
Il Socio Occulto, gravato da precedenti penali, ha fittiziamente intestato un bar a un prestanome (il Socio Prestanome) e successivamente lo ha fatto affittare a una società gestita dalla Sorella. L'obiettivo era evitare possibili sequestri dello Stato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tutti i soggetti per il reato di trasferimento fraudolento di valori. I giudici hanno chiarito che per la punibilità non serve che sia già in corso un procedimento di sequestro, ma basta il fondato timore che questo possa iniziare. Inoltre, il prestanome risponde del reato se è consapevole del piano elusivo del vero proprietario, anche senza avere un proprio interesse personale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Incensurato ma fugge con le armi: sì agli arresti domiciliari
Il Tribunale del Riesame ha sostituito la misura dell'obbligo di dimora con quella più severa degli arresti domiciliari per un giovane trovato in possesso di armi clandestine cariche. Il giovane si trovava a casa di un pluripregiudicato e, all'arrivo delle forze dell'ordine, era fuggito tentando di disfarsi delle armi. La difesa ha proposto ricorso lamentando che la decisione si basasse solo sulla gravità del fatto, senza valutare la giovane età e l'incensuratezza del ricorrente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità degli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato è stato correttamente desunto non solo dalla gravità del reato, ma anche dalla condotta di fuga, dal possesso di armi pronte all'uso e dalla frequentazione di soggetti pregiudicati, elementi che dimostrano una spiccata capacità criminale.
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Arresti domiciliari per armi clandestine: incensurato ma in fuga
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura degli arresti domiciliari nei confronti di un giovane indagato per detenzione di armi clandestine e ricettazione. Il Tribunale del riesame aveva aggravato la precedente misura dell'obbligo di dimora, ritenendola inadeguata a contenere il pericolo di reiterazione. La difesa contestava la decisione, sostenendo che il pericolo non fosse attuale e che si fosse valutata solo la gravità del reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la valutazione sull'attualità del pericolo è stata correttamente effettuata analizzando non solo la gravità del fatto (armi cariche e pronte all'uso), ma anche la personalità spregiudicata dell'indagato (fuga rocambolesca) e il contesto socio-ambientale (presenza in casa di un noto pluripregiudicato con altri soggetti con precedenti).
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Spendita di monete false: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa e spendita di monete false. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo al giudice di merito e che, per negare le attenuanti, non occorre confutare ogni singola tesi difensiva, ma basta indicare gli elementi decisivi. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: complice o spettatore nel casolare?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il ricorrente, proprietario di un casolare utilizzato come base logistica per lo stoccaggio di oltre 23 chili di marijuana, sosteneva di aver assistito passivamente all'attività illecita di terzi (connivenza non punibile). La Suprema Corte ha invece confermato la sua responsabilità penale a titolo di concorso, evidenziando come la messa a disposizione dell'immobile e il possesso di strumenti di precisione dimostrassero una partecipazione attiva. I giudici hanno inoltre confermato l'aggravante dell'ingente quantità, poiché il principio attivo superava la soglia di due chilogrammi stabilita dalla giurisprudenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: quando chiedere un debito diventa reato
Due soggetti, un'ex amministratrice e un suo complice, sono stati condannati per tentata estorsione aggravata e porto abusivo di un manganello telescopico. L'imputata pretendeva il pagamento di 18.000 euro da una consulente fiscale per presunti debiti esattoriali, estendendo le minacce anche al marito di quest'ultima, del tutto estraneo alla vicenda. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo la convinzione di esercitare un diritto. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando che la pretesa avanzata con minacce verso un terzo estraneo al rapporto di debito trasforma l'azione in tentata estorsione. Inoltre, il porto fuori casa del manganello è reato a prescindere dal suo effettivo utilizzo.
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Intestazione fittizia: da semplice impiegato a gestore di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di firma a carico di un soggetto accusato di concorso in intestazione fittizia. Il ricorrente sosteneva di essere un semplice impiegato assunto dopo la costituzione della società. Tuttavia, le intercettazioni hanno dimostrato che egli operava come amministratore di fatto, gestendo l'azienda per conto del reale proprietario detenuto in carcere. I giudici hanno stabilito che risponde del reato anche il soggetto terzo che, d'accordo con il titolare effettivo, assume la gestione aziendale agevolando l'operazione di trasferimento fraudolento. Il ricorso è stato rigettato.
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Truffa e particolare tenuità del fatto: no al ricorso generico
I Ricorrenti, condannati per truffa in concorso, hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la mancata conversione della pena detentiva in pecuniaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto era del tutto generica, non avendo la difesa allegato elementi concreti a supporto, se non la semplice incensuratezza di uno dei soggetti. Inoltre, la richiesta di conversione della pena era stata formulata in appello in modo puramente schematico e privo di riferimenti normativi. Di conseguenza, i giudici di secondo grado non avevano l'obbligo di motivare su richieste così generiche, rendendo i successivi motivi di ricorso del tutto inammissibili.
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Bracconaggio in aree protette: la chat tradisce i cacciatori
Tre cacciatori sono stati accusati di bracconaggio in aree protette per aver organizzato una battuta di caccia illegale all'interno di un'oasi protetta, utilizzando un richiamo elettroacustico vietato per attirare i volatili. La Corte d'appello ha dichiarato prescritti i reati per due di loro, confermando però il risarcimento dei danni a favore della Regione. Il terzo cacciatore, che aveva rinunciato alla prescrizione, è stato condannato a una pena pecuniaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi dei cacciatori. I giudici hanno confermato la responsabilità civile e penale dei soggetti, basandosi su messaggi audio scambiati in chat e sul ritrovamento di bossoli nell'oasi protetta. I ricorrenti dovranno risarcire l'ente pubblico e pagare le spese processuali.
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Concorso anomalo: risponde di tentato omicidio chi aggredisce
Un minorenne ha partecipato con un gruppo di amici all'aggressione fisica di un coetaneo, culminata nel ferimento di quest'ultimo con due coltellate da parte di un altro aggressore. I giudici di merito hanno condannato il giovane per tentato omicidio in concorso anomalo (art. 116 c.p.). L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'uso del coltello fosse imprevedibile e chiedendo la riqualificazione del fatto in lesioni personali. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la violenza di gruppo in un luogo isolato rendeva l'evento più grave concretamente prevedibile, configurando pienamente il concorso anomalo. Inoltre, il fallimento del percorso di messa alla prova giustifica il diniego delle attenuanti generiche.
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Concorso nel reato di spaccio: telecamere contro difesa
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sua responsabilità penale. Egli sosteneva l'assenza di prove circa il suo coinvolgimento attivo con il complice. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato il concorso nel reato di spaccio poiché le telecamere di videosorveglianza hanno ripreso i due soggetti agire in perfetta sincronia all'interno di un locale self-service. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: la droga in casa incastra l’ospite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti in concorso con il proprietario dell'appartamento in cui si trovava. L'imputato sosteneva che la droga nell'abitazione appartenesse solo al proprietario e che quella addosso fosse per uso personale. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando prove schiaccianti: continui contatti in strada con terzi, la presenza di effetti personali nella casa, il rinvenimento di marijuana sul comodino e sotto il cuscino dove l'uomo si era seduto, oltre a 2,6 grammi di cocaina nelle sue tasche. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di corruzione: concorso truccato e arresti confermati
L'Intermediario è stato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di aver mediato nel reato di corruzione. Lo scopo era ottenere in anticipo le risposte di un concorso universitario per insegnanti di sostegno, pagando un funzionario pubblico rimasto ignoto. La difesa ha contestato la competenza territoriale del Tribunale di Crotone, sostenendo che l'accordo fosse avvenuto altrove, e ha negato la gravità degli indizi a causa della mancata identificazione del corrotto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, se il luogo dell'accordo corruttivo è sconosciuto, la competenza spetta al tribunale che per primo ha registrato la notizia di reato. Inoltre, per configurare il reato di corruzione non è necessario identificare il funzionario pubblico, purché sia certo il suo intervento illecito nella fuga di notizie riservate.
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Sostituzione di persona: l’errore formale non salva il guidatore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del conducente condannato per il reato di sostituzione di persona. Il soggetto aveva creato un account falso su una piattaforma di noleggio auto utilizzando i dati personali di un'ignara vittima e un'utenza telefonica intestata alla madre della sua complice. Fermato alla guida del veicolo senza patente, il ricorrente sosteneva che alcuni errori materiali della sentenza d'appello escludessero la sua responsabilità. I giudici hanno chiarito che tali imprecisioni formali non inficiano la ricostruzione complessiva dei fatti. Il conducente perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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