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Art. 109 TUIR — Anno 2025

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306 provvedimenti

Altri anni per Art. 109 TUIR

Fondo rischi scissione: quando non è tassabile
Una sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito che un fondo rischi scissione, se costituito con risorse già tassate e non da accantonamenti dedotti, non genera una sopravvenienza attiva imponibile quando il suo scopo originario viene meno. Il caso riguardava un'azienda speciale di servizi pubblici che, a seguito di una scissione, aveva creato tale fondo. L'Amministrazione Finanziaria lo aveva ritenuto tassabile, ma la Corte ha dato ragione alla società, sottolineando la natura di 'fondo tassato' e il principio di neutralità fiscale nelle operazioni straordinarie.
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Scissione parziale: fondi non deducibili, no IRES
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'operazione di scissione parziale è fiscalmente neutra. Di conseguenza, i fondi rischi e pensioni creati dalla società beneficiaria non generano reddito imponibile IRES se non sono mai stati dedotti dalla base imponibile. L'Amministrazione Finanziaria aveva erroneamente riqualificato l'operazione come conferimento, ma la Corte ha rigettato tale interpretazione, confermando che i 'fondi tassati' possono essere utilizzati senza ulteriori oneri fiscali.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: l’onere prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25428/2025, interviene sul tema delle operazioni soggettivamente inesistenti, annullando la decisione di merito che aveva escluso la consapevolezza della frode da parte di una società contribuente. La Suprema Corte ha ribadito che la prova di tale consapevolezza, a carico dell'Amministrazione Finanziaria, può essere fornita anche tramite presunzioni e che il giudice deve valutare tutti gli elementi indiziari nel loro complesso, non singolarmente. Inoltre, ha chiarito che una sentenza penale di assoluzione non ha efficacia automatica nel processo tributario, ma costituisce solo una delle fonti di prova che il giudice deve liberamente apprezzare.
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Operazioni inesistenti: come si prova la frode?
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha annullato la decisione di una commissione tributaria in un caso di operazioni soggettivamente inesistenti. La Corte ha stabilito che la prova della consapevolezza del contribuente di partecipare a una frode non può basarsi su una valutazione frammentata degli indizi. Al contrario, tutti gli elementi presuntivi devono essere analizzati nel loro complesso. Inoltre, ha ribadito che una sentenza penale di assoluzione non è automaticamente vincolante nel processo tributario, ma deve essere valutata dal giudice come una delle possibili fonti di prova. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame che segua questi principi.
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Operazioni inesistenti: prova e oneri del Fisco
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25427/2025, ha annullato una sentenza di merito che aveva dato ragione a una società immobiliare in un caso di operazioni soggettivamente inesistenti. La Corte ha ribadito che spetta all'Amministrazione Finanziaria dimostrare, anche tramite presunzioni, la consapevolezza del contribuente di partecipare a una frode. Tuttavia, il giudice di merito aveva errato nel valutare gli indizi in modo isolato anziché complessivo e nell'attribuire un peso eccessivo a una precedente assoluzione in sede penale. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame che tenga conto della valutazione globale degli elementi probatori.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: la prova
In un caso di operazioni soggettivamente inesistenti, la Corte di Cassazione ha annullato la decisione di merito favorevole a un'impresa immobiliare. La Corte ha stabilito che il giudice precedente aveva erroneamente valutato le prove, esaminando gli indizi di frode in modo isolato anziché complessivo. La sentenza sottolinea che, per dimostrare la consapevolezza del contribuente, è necessaria una valutazione unitaria di tutti gli elementi presuntivi forniti dall'Agenzia delle Entrate, e che l'assoluzione penale non è automaticamente vincolante nel processo tributario.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: la prova
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di operazioni soggettivamente inesistenti, annullando la decisione di una corte tributaria regionale. Quest'ultima aveva erroneamente escluso la responsabilità di un'impresa edile in una frode basata su fatture false emesse da una società 'cartiera'. La Suprema Corte ha stabilito che la corte di merito non ha valutato correttamente gli indizi sulla consapevolezza della frode da parte dell'impresa, sottolineando che tutti gli elementi probatori devono essere considerati nel loro insieme e non singolarmente. Inoltre, ha ribadito che un'assoluzione in sede penale non vincola automaticamente il giudice tributario.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: la prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25426/2025, è intervenuta sul tema delle operazioni soggettivamente inesistenti. Il caso riguarda un'impresa edile a cui l'Agenzia delle Entrate contestava la deduzione di costi e la detrazione IVA per fatture ricevute da un fornitore ritenuto parte di un meccanismo fraudolento. La Cassazione ha annullato la decisione della corte d'appello tributaria, la quale aveva erroneamente escluso la consapevolezza della frode da parte dell'impresa. La Corte ha stabilito che la prova della partecipazione alla frode va desunta da un'analisi complessiva di tutti gli indizi, e non da una loro valutazione isolata, ribadendo che l'assoluzione in sede penale non è automaticamente vincolante nel processo tributario.
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Sopravvenienza attiva: quando va tassato un credito?
Una società ottiene una sentenza favorevole contro un istituto di credito. L'Agenzia delle Entrate contesta il mancato inserimento del credito come sopravvenienza attiva nell'anno di deposito della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Ufficio, stabilendo che il momento impositivo sorge con il deposito della sentenza che rende il credito certo e determinabile, a meno che la sua esecutività non sia sospesa, senza dover attendere il passaggio in giudicato.
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Sopravvenienza attiva: tassazione al deposito sentenza
La Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale sulla tassazione della sopravvenienza attiva derivante da un credito riconosciuto in giudizio. Con l'ordinanza n. 11919/2025, i giudici hanno stabilito che il momento impositivo coincide con l'anno di deposito della sentenza che accerta il credito, e non con il momento in cui la stessa diventa definitiva. La condizione è che l'efficacia esecutiva della decisione non sia stata sospesa. Il caso riguardava la restituzione di interessi anatocistici da parte di una banca a una società, il cui reddito è stato poi imputato per trasparenza ai soci.
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Sopravvenienza attiva: quando tassare un credito?
Una società ha ottenuto un risarcimento da un istituto di credito a seguito di una causa per interessi anatocistici. La Corte di Cassazione ha stabilito che la conseguente sopravvenienza attiva deve essere tassata nell'anno in cui la sentenza di condanna viene depositata, e non quando diventa definitiva, a condizione che la sua esecutività non sia stata sospesa. Con questa ordinanza, la Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, fissando un principio fondamentale sul momento impositivo dei proventi derivanti da contenziosi legali.
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Deducibilità dei costi: quando la spesa è inerente?
Un'ordinanza della Corte di Cassazione affronta il tema della deducibilità dei costi pubblicitari sostenuti da un agente di commercio. La Corte ha stabilito che, sebbene l'antieconomicità di una spesa non ne escluda di per sé la deducibilità, essa costituisce un forte indizio della mancanza di inerenza. In questi casi, spetta al contribuente dimostrare con prove concrete il collegamento del costo con l'attività d'impresa. La sentenza di merito, che aveva ammesso la deduzione basandosi su motivazioni generiche, è stata cassata con rinvio.
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Motivazione apparente: Cassazione annulla sentenza
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di secondo grado per motivazione apparente. Il caso riguardava un accertamento fiscale a carico di un'associazione, basato su presunte movimentazioni bancarie sui conti correnti personali dei suoi consiglieri. La Corte ha stabilito che i giudici di merito non avevano adeguatamente spiegato il percorso logico-giuridico che li aveva portati ad attribuire tali somme all'attività dell'ente, né avevano esaminato la possibile applicazione di un regime fiscale agevolato. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Motivazione apparente: quando la sentenza è nulla
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza tributaria per motivazione apparente e omessa pronuncia. Il caso riguardava un'associazione culturale a cui erano stati attribuiti ricavi non dichiarati sulla base dei conti correnti dei consiglieri. La Corte ha stabilito che la decisione dei giudici di merito era nulla perché non spiegava l'iter logico-giuridico seguito per collegare i conti personali all'attività dell'ente e non aveva esaminato un punto cruciale dell'appello, ossia l'applicabilità di un regime fiscale agevolato.
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Motivazione apparente sui conti dei consiglieri
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza per motivazione apparente, poiché il giudice di merito non aveva adeguatamente spiegato le ragioni per cui i movimenti sui conti correnti personali dei consiglieri di un'associazione culturale fossero stati attribuiti all'ente stesso. L'ordinanza sottolinea che non è sufficiente la mera qualifica di consigliere per creare tale collegamento. Inoltre, la sentenza è stata cassata per omessa pronuncia sulla richiesta di applicazione del regime fiscale speciale per gli enti non commerciali.
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Termine lungo impugnazione: quando scatta la decadenza
Una società operante nel settore ippico ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza della Commissione Tributaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività, ribadendo un principio fondamentale: il termine lungo impugnazione di sei mesi decorre dalla data di pubblicazione della sentenza (deposito in cancelleria) e non dalla sua successiva comunicazione alle parti. La mancata vigilanza da parte del difensore sullo stato del procedimento non costituisce una scusante.
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Deducibilità costi: il principio di inerenza spiegato
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12588/2025, interviene nuovamente sulla questione della deducibilità costi legati a royalties per marchi non utilizzati. La Corte ha cassato con rinvio la decisione di secondo grado, rea di non aver seguito il principio di diritto precedentemente enunciato dalla stessa Cassazione. Viene ribadito che il criterio dell'inerenza non si basa sull'utilità effettiva del costo, ma sulla sua potenziale e strategica riferibilità all'attività d'impresa, anche in prospettiva futura. Il giudice del rinvio aveva errato, focalizzandosi su aspetti contrattuali e societari invece di valutare la correlazione tra il costo e l'attività aziendale.
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Operazioni inesistenti: onere della prova e novità
Una società di logistica ha impugnato un avviso di accertamento per operazioni inesistenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'onere della prova grava sul contribuente qualora l'Amministrazione finanziaria fornisca elementi indiziari sulla fittizietà delle operazioni. È stato inoltre chiarito che, secondo una nuova norma, la sentenza penale di assoluzione vincola il giudice tributario solo se emessa a seguito di dibattimento, e non da un Giudice dell'Udienza Preliminare.
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Accertamento induttivo per gestione antieconomica
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12806/2025, ha stabilito che un'evidente sproporzione tra i costi sostenuti e i ricavi dichiarati da un'impresa configura una gestione antieconomica che legittima un accertamento induttivo da parte dell'Agenzia delle Entrate. In tale scenario, l'onere della prova si inverte: spetta al contribuente dimostrare le ragioni commerciali di tale squilibrio. La sentenza ha cassato la decisione di merito che non aveva applicato correttamente questo principio.
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Accertamento analitico-induttivo: basta l’antieconomicità
Una società è stata oggetto di un accertamento fiscale basato sulla palese antieconomicità della sua gestione (ricavi troppo bassi rispetto ai costi). La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. Secondo la Suprema Corte, una grave sproporzione tra costi e ricavi è una presunzione sufficiente a legittimare un accertamento analitico-induttivo, invertendo l'onere della prova a carico del contribuente, che dovrà giustificare tale anomalia.
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