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Tentativo

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357 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: raddoppia la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per due episodi di tentato esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza. L'imputato aveva preteso con minacce prima cinquecento euro e, dopo tre mesi, mille euro dalla stessa persona. La difesa sosteneva l'esistenza di un unico reato. I giudici hanno invece chiarito che, nonostante l'identica causale, si tratta di due reati distinti uniti dal vincolo della continuazione, poiché le condotte sono distanziate nel tempo e riguardano somme diverse. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Desistenza volontaria: niente sconti se manca il bottino
I Coimputati, dopo aver forzato la persiana di un'abitazione, si sono allontanati senza rubare nulla a causa dell'assenza di beni di valore all'interno. Condannati per tentato furto, hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo la configurabilità della desistenza volontaria. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, chiarendo che la desistenza volontaria non è applicabile se l'azione si arresta per fattori esterni, come la mancanza di oggetti da sottrarre. La scelta di non proseguire non è stata libera e spontanea, ma dettata dalla constatazione dell'inutilità del furto. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma la condanna
Due soggetti, condannati per tentata rapina aggravata e porto abusivo di armi, hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la responsabilità penale, la misura della riduzione di pena per il tentativo e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che non si possono sollevare per la prima volta in Cassazione questioni di merito non sollevate in appello. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è pienamente legittimo anche solo per l'assenza di elementi positivi a favore degli imputati, valutando la gravità del fatto e la loro propensione a delinquere. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto negata per il furto organizzato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentato furto in concorso di guardrail in un cantiere edile. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'azione non era occasionale, ma caratterizzata da una spregiudicata organizzazione di mezzi e persone, oltre che da un danno rilevante. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto la richiesta e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentativo di furto in abitazione: la Cassazione nega il riesame
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per concorso in tentativo di furto in abitazione pluriaggravato. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di Cassazione, spettando tale compito esclusivamente ai giudici di merito. La sentenza impugnata è risultata logica, coerente e fondata su prove univoche circa la volontà del soggetto di introdursi nell'abitazione altrui per rubare. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione consumato: condanna anche se fermati nel condominio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di furto in abitazione consumato. L'imputato sosteneva che il reato dovesse essere qualificato come semplice tentativo, poiché le forze dell'ordine lo avevano fermato nell'area condominiale subito dopo essere uscito dall'appartamento con la refurtiva. I giudici hanno respinto questa tesi, stabilendo che il reato si considera perfezionato nel momento in cui il colpevole consegue l'autonoma disponibilità dei beni sottratti, uscendo dall'abitazione privata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto consumato o tentato: la borsa schermata costa la condanna
Una cliente di un supermercato ha superato la barriera delle casse nascondendo della merce in una borsa schermata per evitare i sistemi antitaccheggio. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato in tentativo, sostenendo che la sorveglianza costante del personale escludesse lo spossessamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per furto consumato. I giudici hanno chiarito che il superamento delle casse configura un furto consumato o tentato a seconda del momento del controllo: se il cliente supera le casse con la merce sottratta al pagamento, il reato è consumato, anche se l'azione è avvenuta sotto la sorveglianza dei vigilanti. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto in abitazione: la fuga non è desistenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentato furto in abitazione pluriaggravato. L'imputato sosteneva di aver desistito volontariamente dall'azione criminosa. Tuttavia, i giudici hanno confermato che l'interruzione del reato è dipesa esclusivamente dall'intervento di fattori esterni indipendenti dalla sua volontà, configurando così il pieno reato tentato e non la desistenza volontaria. La Suprema Corte ha inoltre ribadito che, in presenza di una doppia conforme, il travisamento della prova non può essere dedotto per proporre una diversa lettura dei fatti, compito che spetta solo ai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato impossibile: se il camion è vuoto la rapina è comunque reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato contro l'ordinanza di custodia in carcere per tentata rapina, tentato furto e associazione a delinquere. La difesa invocava l'istituto del reato impossibile poiché il camion assalito era vuoto e la gru usata per il furto del bancomat era troppo corta. La Suprema Corte ha chiarito che l'inesistenza temporanea e accidentale dell'oggetto non esclude la punibilità del tentativo, dovendosi valutare l'idoneità della condotta ex ante. Inoltre, la partecipazione al sodalizio è provata dal sostegno economico fornito dal gruppo alla famiglia dell'arrestato. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Tentativo di contrabbando: il finto transito costa milioni
Tre soggetti sono stati condannati per il contrabbando di quasi nove tonnellate di tabacchi lavorati esteri. Gli imputati avevano introdotto in Italia un container dalla Romania, dichiarando che fosse diretto in Libia per evitare le tasse. Il piano prevedeva di sostituire il carico nel porto di Napoli con un container falso, lasciando le sigarette in Italia. La Guardia di Finanza ha sventato la truffa prima della partenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il tentativo di contrabbando è equiparato al reato consumato ai sensi della legge doganale. Di conseguenza, i tre ricorrenti sono stati condannati in via definitiva e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto aggravato: l’auto è vuota ma la condanna resta
L'Imputato è stato condannato per tentato furto aggravato dopo aver forzato la portiera di un'auto per rubare gli oggetti all'interno. L'azione non è andata a buon fine sia per l'arrivo improvviso di alcuni passanti, sia perché l'auto era vuota. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che si trattasse di desistenza volontaria o di semplice danneggiamento, e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: l'interruzione non è stata volontaria ma causata da fattori esterni e dall'assenza di beni da sottrarre. Inoltre, la gravità della pena prevista per il reato esclude i benefici della tenuità del fatto. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentato riciclaggio: condannato chi camuffa i veicoli
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato riciclaggio a carico di un soggetto sorpreso in possesso di veicoli privi di targhe, di cui aveva parzialmente riverniciato la carrozzeria per ostacolarne l'identificazione. L'imputato sosteneva di aver agito su richiesta altrui e chiedeva la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la presenza di precedenti penali e la professionalità della condotta giustificano il diniego delle attenuanti. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Frode in commercio: il menù muto condanna il ristoratore
Il titolare di un ristorante è stato condannato per il reato di tentata frode in commercio per aver omesso di indicare nel menù l'utilizzo di prodotti surgelati. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il personale di sala informasse verbalmente i clienti prima dell'ordinazione e lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'addestramento dei camerieri non sostituisce l'obbligo di trasparenza scritta sul menù, poiché il consumatore non deve compiere indagini personali per conoscere lo stato dei cibi. La condotta, protratta nel tempo attraverso un menù fisso, esclude inoltre la concessione delle attenuanti generiche. Il ristoratore perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina aggravata: l’arma giocattolo fa scattare la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentata rapina aggravata e rapina aggravata. La difesa sosteneva la desistenza volontaria e contestava l'aggravante dell'uso di armi, dato che l'imputato era stato assolto dal reato di porto abusivo d'arma. I giudici hanno chiarito che il reato non si è consumato solo per la ferma opposizione della vittima e non per scelta spontanea dell'autore. Inoltre, l'aggravante dell'uso di armi sussiste anche se l'arma non viene ritrovata o se si tratta di un'arma giocattolo non riconoscibile, rendendo irrilevante l'assoluzione per il porto d'armi. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Tentativo di rapina impropria: la fuga violenta costa la condanna
L'Imputato è stato condannato per tentativo di rapina impropria e lesioni aggravate. Dopo aver cercato di rubare un bene senza riuscirci per cause esterne, ha usato violenza per fuggire e assicurarsi l'impunità. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto in violenza privata e contestando la recidiva e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che si configura il tentativo di rapina impropria quando il colpevole, dopo aver tentato inutilmente il furto, usa violenza per garantirsi la fuga. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentato furto di fauna selvatica: campo privato ma condanna reale
Un cacciatore senza licenza viene sorpreso dalla polizia provinciale in un campo agricolo privato non recintato, di prima mattina, con un fucile, munizioni e cani da caccia già liberati. L'uomo si difende sostenendo che il terreno privato non fosse un luogo aperto al pubblico e che la sua condotta fosse solo preparatoria. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la condanna per porto abusivo d'armi e tentato furto di fauna selvatica. Il campo, non essendo recintato, è considerato aperto al pubblico poiché accessibile a chiunque. Inoltre, la presenza di tutti gli strumenti necessari alla caccia in un orario idoneo dimostra l'univocità degli atti diretti a commettere il reato, interrotto solo dall'arrivo delle forze dell'ordine. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Desistenza volontaria: reato scoperto ma condanna annullata
Un pubblico ufficiale mette in vendita su un sito internet degli stivali di servizio di proprietà dell'amministrazione. Successivamente, rimuove l'annuncio. La Corte d'Appello lo condanna per tentato peculato, escludendo la desistenza volontaria perché un superiore aveva già scoperto l'annuncio e informato la Procura. La Corte di Cassazione annulla la condanna con rinvio. I giudici di legittimità chiariscono che la desistenza volontaria non richiede una spontaneità assoluta o un pentimento morale. È sufficiente che l'interruzione dell'azione sia una scelta libera dell'agente, non condizionata dalla consapevolezza di fattori esterni ostativi, come l'essere stato scoperto. Nel caso specifico, non vi era prova che il dipendente sapesse della segnalazione al momento della rimozione dell'annuncio.
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Attenuante del danno di speciale tenuità: la ricchezza non conta
L'Imputato è stato condannato per tentato furto aggravato ai danni di un supermercato. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La difesa sosteneva che il furto, rimasto allo stadio di tentativo, non avesse causato danni effettivi e che la vittima fosse una grande catena commerciale con elevata capacità economica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che per l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità rileva l'entità oggettiva del danno economico, che deve essere lievissimo, e non la forza economica della vittima, che ha solo un valore sussidiario.
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Sequestro di persona a scopo di estorsione: punito l’autista
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione nei confronti di un uomo che aveva il ruolo di autista della banda. L'imputato aveva modificato la propria auto installando un lampeggiante blu e una sirena per facilitare la fuga dopo il rapimento programmato di un imprenditore e dei suoi familiari. La difesa chiedeva la derubricazione del fatto in favoreggiamento o tentata rapina, sostenendo che l'autista non avesse partecipato alla fase esecutiva e non conoscesse i dettagli del piano. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che per il concorso è sufficiente la consapevolezza del piano complessivo e la predisposizione di mezzi idonei ad agevolare la fuga dei complici.
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Tentativo di truffa: la trappola della polizia evita il carcere
Un uomo, accusato di truffa, era stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La difesa ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse solo di un tentativo di truffa e non di un reato consumato. La consegna del denaro era infatti avvenuta in un centro commerciale sotto lo stretto controllo della polizia, precedentemente allertata dalla vittima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la sorveglianza delle forze dell'ordine impedisce al truffatore di acquisire l'autonoma disponibilità del denaro e alla vittima di essere realmente ingannata. Di conseguenza, il reato si configura come tentato e non consente la custodia in carcere. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza e ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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