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Tentativo

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357 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Auto o droga? Condanna per tentata importazione di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione per un uomo accusato di tentata importazione di stupefacenti dal Sudamerica. L'Imputato aveva collaborato attivamente con gli organizzatori del traffico di oltre sessanta chili di cocaina, organizzando incontri operativi, cercando finanziamenti e compiendo un viaggio in Ecuador con schede telefoniche segrete. La difesa sosteneva che tali condotte fossero legate alla sua lecita attività di commercio di auto. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo la ricostruzione dei giudici di merito solida, coerente e priva di vizi logici. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Tentata concussione: assolto il sindaco che strappa il parere
Il Sindaco di un Comune viene accusato di tentata concussione ai danni del Segretario Comunale. Secondo l'accusa, il Sindaco avrebbe strappato un parere redatto dal Segretario e manifestato sfiducia tramite terzi per costringerlo a modificare un atto sul recupero dei gettoni di presenza dei consiglieri. Il Tribunale assolve l'imputato e la Procura ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che strappare un documento costituisce un mero gesto di stizza e non una minaccia idonea a coartare la volontà del Segretario. Inoltre, non vi è prova di pressioni o dell'invio di intermediari per intimidire la persona offesa. Di conseguenza, viene confermata l'assoluzione del Sindaco poiché mancano gli elementi tipici della costrizione o dell'induzione indebita.
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Concordato in appello: se patteggi la pena non puoi più ricorrere
L'Imputato, accusato di furto aggravato, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, rinunciando ai motivi sull'accertamento del reato. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il furto come tentato e non consumato, sostenendo che un testimone oculare avesse monitorato l'intera azione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena preclude la possibilità di contestare la qualificazione giuridica del fatto in sede di legittimità. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: errore sul calcolo della pena
L'Imputata è stata condannata per il tentato furto di un prodotto da 31 euro in una farmacia. La Corte di Appello ha negato l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, ritenendo erroneamente che la pena massima prevista superasse i limiti di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata, evidenziando che, trattandosi di tentativo, la pena massima si riduce a quattro anni di reclusione, rientrando così sotto la soglia dei cinque anni prevista dalla normativa allora vigente. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza impugnata, rinviando il caso alla Corte di Appello per una nuova valutazione sulla particolare tenuità del fatto.
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Tentato furto: ricorso inammissibile costa tremila euro
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di tentato furto. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della massima riduzione di pena per il tentativo e la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il bilanciamento tra le attenuanti e la recidiva, così come la misura della riduzione della pena per il tentativo, costituiscono valutazioni di merito ampiamente motivate dai giudici precedenti e, pertanto, non sono sindacabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto aggravato: niente sconti per chi è recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per tentato furto aggravato in concorso e con recidiva. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo la motivazione dei giudici di merito logica, coerente e completa. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto, confermando la condanna penale e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale di Roma che applicava la pena concordata per furto. Il ricorrente lamentava la mancata qualificazione del fatto come semplice tentativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento, ricordando che, in base all'articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale, l'impugnazione di tale sentenza è limitata a motivi tassativi. Tra questi non rientra il vizio di motivazione sul mancato riconoscimento del tentativo. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: vetrina intatta ma l’accusa regge
Il caso riguarda un uomo accusato di due episodi di tentato furto aggravato: uno ai danni di una gioielleria e uno presso una tabaccheria. Per il primo episodio, la difesa sosteneva si trattasse solo di danneggiamento, ma la Cassazione ha confermato l'accusa poiché l'uso di strumenti per sfondare la vetrina dimostrava l'intenzione di rubare. Per il secondo episodio, la vittima ha dichiarato di non voler sporgere querela. Trattandosi di un reato procedibile solo su querela di parte, la Corte ha annullato senza rinvio la misura cautelare per questo capo d'accusa, ordinando l'immediata liberazione dell'indagato per questo specifico fatto. L'uomo resta comunque sottoposto a misura cautelare per il tentato furto alla gioielleria.
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Tentato furto al supermercato: il controllo esclude la consumazione
Un cliente viene accusato di furto per aver sottratto merce in un supermercato. Il Tribunale qualifica il fatto come tentato furto, poiché l'azione è stata costantemente monitorata dal personale. La Corte di Appello, invece, riqualifica il reato come furto consumato, pur riducendo la pena complessiva. L'imputato ricorre in Cassazione denunciando errori nel calcolo della pena e nel bilanciamento delle circostanze. La Suprema Corte accoglie parzialmente il ricorso: ribadisce che il costante controllo della merce da parte dei dipendenti impedisce la consumazione del reato, configurando solo un tentato furto. Inoltre, rileva gravi errori metodologici nel calcolo della pena e nel trattamento della recidiva. Per queste ragioni, la Cassazione annulla la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio e rinvia il caso alla Corte di Appello per una nuova determinazione della pena.
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Tentata estorsione: desistere tardi non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di tentata estorsione. L'imputato contestava la sussistenza della minaccia e chiedeva il riconoscimento della desistenza volontaria. I giudici hanno chiarito che la desistenza può verificarsi solo nella fase del tentativo incompiuto. Una volta compiuti gli atti idonei a innescare il processo causale, non è più possibile desistere, ma al massimo si può configurare il recesso attivo se si impedisce l'evento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto di carburante: l’allarme satellitare ferma i ladri
Due soggetti sono stati condannati per il tentato furto di carburante da un veicolo, utilizzando una pompa di tiraggio e delle taniche. La polizia li ha sorpresi subito dopo l'attivazione dell'allarme satellitare. I giudici di merito hanno accertato la loro responsabilita penale. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando carenze di motivazione e contestando la ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi perche basati su contestazioni di fatto non proponibili in sede di legittimita e su motivi generici o non presentati in appello. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata rapina aggravata: la condanna resta anche senza assalto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentata rapina aggravata e porto di arma clandestina. L'imputato sosteneva che la sua presenza sul luogo del delitto fosse casuale e che mancassero atti idonei e univoci. Tuttavia, i giudici di merito hanno accertato che l'uomo si trovava insieme ai complici che il giorno prima avevano effettuato un sopralluogo presso una società di spedizioni, supportati da tracciamenti GPS e tabulati telefonici. La Cassazione ha stabilito che, in presenza di una doppia conforme, il ricorso non può limitarsi a riprodurre i motivi d'appello già respinti, ma deve contestare specificamente la motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato di frutti pendenti: raccoglierli è reato penale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per tentato furto aggravato di frutti pendenti da alberi. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la qualificazione del reato. La Suprema Corte ha chiarito che la sottrazione di frutti non ancora raccolti integra il reato di furto aggravato di frutti pendenti ai sensi dell'articolo 625 del codice penale. Questo perché i frutti sugli alberi sono esposti alla pubblica fede per loro destinazione naturale, senza che occorra un atto di volontà del proprietario per esporli. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentativo aggravato di furto: no a sconti per vittime facoltose
Il Ricorrente è stato condannato per il reato di tentativo aggravato di furto. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dell'aggravante, il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attenuante del danno lievissimo richiede un pregiudizio economico complessivamente irrisorio per la vittima, non basato sulla sua capacità economica. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso determina il passaggio in giudicato sostanziale della sentenza, impedendo l'applicazione della nuova procedibilità a querela introdotta dalla riforma Cartabia. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Tentata violazione di domicilio: confermata la condanna
Due soggetti sono stati condannati per tentata violazione di domicilio aggravata e porto di oggetti atti ad offendere. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, la mancata concessione delle attenuanti generiche e il calcolo della pena per il reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo al giudice di merito e che, per negare le attenuanti generiche, basta motivare sui punti decisivi. Inoltre, nel reato continuato, l'aumento di pena per i reati satellite deve essere calcolato e motivato in modo distinto, principio qui pienamente rispettato. Di conseguenza, la condanna è definitiva e i ricorrenti devono pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina impropria: fuggire a mani vuote costa la condanna
Un uomo ha sottratto un bene da un negozio nascondendolo nello zaino e, subito dopo, ha aggredito il titolare con violenza e minacce per fuggire. La difesa sosteneva si trattasse di tentato furto, poiché la refurtiva era stata abbandonata prima della violenza. La Corte di Cassazione ha invece confermato l'accusa di tentata rapina impropria. Il reato si configura come tentato e non consumato quando la vittima mantiene il controllo visivo sulla merce, potendola recuperare, e il colpevole usa la forza per garantirsi l'impunità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del colpevole, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato utilizzo indebito di una carta bancomat: condanna valida
Un uomo è stato condannato per sostituzione di persona e per il tentato utilizzo indebito di una carta bancomat. L'imputato, con la complicità della compagna che si era finta la madre al telefono con la banca, aveva cercato di ottenere un duplicato della carta di pagamento della genitrice per utilizzarla. Il piano è fallito per cause indipendenti dalla sua volontà. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il tentato utilizzo indebito di una carta bancomat è configurabile in quanto la condotta di utilizzo abusivo costituisce un reato di evento, per il quale il tentativo è pienamente ammissibile.
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False dichiarazioni sulla propria identità: confessare non salva
Un automobilista, fermato alla guida senza patente, ha fornito generalità false alle forze dell'ordine. Successivamente ha rivelato i dati reali, ma è stato comunque condannato per il reato di false dichiarazioni sulla propria identità. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come semplice tentativo, poiché l'agente aveva scoperto subito l'inganno e lui stesso aveva poi confessato la verità. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi, stabilendo che il reato si consuma istantaneamente nel momento in cui viene pronunciata la menzogna davanti al pubblico ufficiale. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto in abitazione: ricorso tardivo, pena confermata
Un uomo è stato condannato per tentato furto in abitazione dopo aver danneggiato la serratura di una porta blindata per entrare in una casa, senza riuscire a rubare nulla. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando per la prima volta il calcolo dell'aumento di pena per la recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sul calcolo della pena non possono essere sollevate per la prima volta in Cassazione, a meno che la pena non sia palesemente illegale, cioè fuori dai limiti di legge. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata importazione di stupefacenti: senza accordo c’è reato
Il Tribunale della Libertà confermava la custodia in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di droga e tentata importazione di stupefacenti dal Sudamerica. La difesa contestava l'esistenza di un vero vincolo associativo e sosteneva che le trattative interrotte costituissero un accordo non punibile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per la tentata importazione di stupefacenti non serve la conclusione dell'accordo o l'effettivo trasferimento della droga, ma bastano trattative serie, affidabili e univoche. Inoltre, l'esistenza dell'associazione criminale è provata dalla divisione dei compiti e dall'uso di telefoni criptati, a prescindere da un accordo formale. Di conseguenza, Il Ricorrente rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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