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Stato Passivo — Anno 2022

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330 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Stato Passivo

Provvedimenti

Prescrizione del credito nel concordato: la Cassazione
Una società cessionaria di crediti bancari chiedeva l'ammissione al passivo del fallimento di una società debitrice. Il giudice delegato e il Tribunale respingevano la richiesta per decorso del tempo, ritenendo estinto il debito. La creditrice impugnava la decisione in Cassazione. Gli Ermellini hanno ribaltato la pronuncia, stabilendo che la prescrizione del credito nel concordato rimane bloccata finché il credito resta temporaneamente inesigibile durante l'esecuzione del piano concordatario omologato.
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Soglia di fallibilità e debiti rateizzati dopo la sentenza
Un creditore ha chiesto il fallimento di una società in accomandita semplice e del suo socio accomandatario per debiti scaduti superiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la corte d'appello lo ha successivamente revocato. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che la concessione di una rateizzazione con un ente pubblico, concordata dopo la sentenza fallimentare, avesse abbassato il debito scaduto sotto il limite di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del creditore. I giudici di legittimità hanno chiarito che il computo dei debiti deve avvenire al momento della decisione del tribunale. Accordi rateali successivi o semplici dilazioni non cancellano lo stato di insolvenza e non impediscono la dichiarazione di fallimento.
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Fondo di garanzia INPS: stipendi tutelati con la conciliazione
Una lavoratrice chiede l'intervento del Fondo di garanzia INPS per ottenere le ultime tre mensilità retributive non pagate dal datore di lavoro dichiarato fallito. L'ente previdenziale respinge la domanda sostenendo che i crediti non ricadono nell'arco temporale annuale previsto dalla legge. La Corte d'Appello riconosce invece il diritto della dipendente, valorizzando la precedente richiesta del tentativo di conciliazione conclusosi con verbale esecutivo. La Corte di Cassazione conferma questa decisione e respinge il ricorso dell'ente. I giudici stabiliscono che la data della richiesta di conciliazione, se sfocia in un valido titolo esecutivo, costituisce il momento utile per calcolare a ritroso i dodici mesi di copertura. Di conseguenza, la lavoratrice ottiene il pagamento integrale delle mensilità arretrate.
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Opposizione allo stato passivo: termini e controlli
Un professionista ha presentato opposizione allo stato passivo circa tre anni dopo la dichiarazione di esecutività del passivo fallimentare. Il creditore ha avviato l'azione solo dopo aver ricevuto una comunicazione successiva riguardante modifiche per altri crediti estranei alla sua posizione. Il Tribunale ha accolto la domanda, ignorando il ritardo a causa della mancata costituzione della curatela fallimentare. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto e accolto il ricorso del Fallimento. I giudici hanno chiarito che il termine di trenta giorni per contestare lo stato passivo decorre dalla comunicazione originaria del decreto. Il giudice deve verificare d'ufficio il rispetto di tale termine anche se la curatela resta contumace. L'opposizione tardiva è inammissibile e comporta la condanna del creditore alle spese legali.
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Prededuzione crediti professionali: tutela anche senza data certa
Un avvocato ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per i compensi maturati prima e durante il concordato preventivo di una società. I giudici di merito hanno negato la prededuzione e l'ammissione al passivo per mancanza di data certa della convenzione d'incarico e per presunta assenza di utilità concreta per la procedura. La Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del legale. La Corte ha stabilito che la prededuzione crediti professionali deve essere valutata con un giudizio preventivo sulla funzionalità dell'incarico rispetto alla conservazione del patrimonio aziendale, non sull'esito finale della lite. Inoltre, anche in assenza di scrittura con data certa, il giudice deve liquidare i compensi spettanti applicando i parametri forensi tabellari.
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Diritto di precedenza del lavoratore: stop ad assunzioni esterne
Una lavoratrice a tempo parziale subiva una riduzione di orario per crisi aziendale. Successivamente, a seguito delle dimissioni di una collega, l'azienda assumeva un nuovo dipendente a tempo parziale invece di incrementare le ore della lavoratrice già in organico. L'azienda falliva e la dipendente chiedeva l'ammissione al passivo per il risarcimento del danno, lamentando la violazione dei principi di buona fede e del diritto di precedenza del lavoratore. Il Tribunale respingeva la domanda per assenza di prova sull'impugnazione dell'accordo di riduzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, sancendo che i giudici di merito hanno commesso un'omessa pronuncia non valutando l'effettiva violazione degli obblighi contrattuali e del diritto di preferenza.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chiusura fallimento ed esito
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una società per compensi professionali e relativi interessi. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno riconosciuto il privilegio per la quota capitale, ma hanno declassato gli interessi a credito chirografario semplice. Il creditore ha quindi impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. Nelle more del giudizio, la procedura fallimentare è stata dichiarata formalmente chiusa. Preso atto della chiusura, il professionista ha notificato e depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione. I giudici di legittimità hanno accertato la validità dell'atto e hanno dichiarato estinto il processo per intervenuta rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte non ha liquidato spese legali contro la parte e ha escluso il raddoppio del contributo unificato a suo carico.
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Prescrizione presuntiva dei crediti: lite tra avvocato e debitore
Un avvocato ha chiesto l'ammissione al passivo di una compagnia assicurativa in liquidazione coatta amministrativa per oltre novantamila euro di compensi non pagati. Il Tribunale ha riconosciuto solo una frazione del credito, accogliendo l'eccezione di prescrizione presuntiva sollevata dal commissario liquidatore e rigettando la richiesta di giuramento decisorio avanzata dal legale. Il professionista ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'applicabilità di tale prescrizione a contratti scritti complessi e difendendo il diritto di deferire il giuramento. La Suprema Corte ha sospeso il giudizio e rinviato la causa a nuovo ruolo per attendere la decisione delle Sezioni Unite su questioni analoghe.
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Diniego di sospensione del processo: stop al regolamento
Una società fallita ha richiesto la sospensione della procedura concorsuale. La debitrice ha sostenuto l'esistenza di un contenzioso giudiziale autonomo relativo alla reale sussistenza di un debito rilevante. Il giudice delegato ha respinto l'istanza per assenza di pregiudizialità tra la causa ordinaria e le operazioni fallimentari. La società ha impugnato la decisione proponendo regolamento di competenza dinanzi alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La legge esclude categoricamente il ricorso per regolamento di competenza contro il diniego di sospensione del processo. Tale rimedio eccezionale spetta soltanto per i provvedimenti che dispongono la sospensione e non per quelli che la negano. Di conseguenza, la Corte ha confermato la competenza del Tribunale per la regolare prosecuzione delle operazioni fallimentari e ha condannato la società ricorrente al rimborso delle spese legali.
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Ricognizione di debito nel fallimento: prova piena del credito
Un lavoratore ha chiesto l'ammissione allo stato passivo del fallimento del proprio datore di lavoro per stipendi non percepiti, depositando un'autocertificazione del credito rilasciata dalla società prima del dissesto. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo il documento non opponibile al curatore e pretendendo ulteriori riscontri probatori. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la ricognizione di debito nel fallimento con data certa anteriore produce piena efficacia vincolante. Il curatore fallimentare eredita i rapporti dell'imprenditore e sopporta l'onere della prova contraria. Il creditore non deve fornire ulteriori giustificazioni se la controparte non dimostra l'estinzione o l'invalidità del rapporto fondamentale.
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Dalla camera di consiglio alla rimessione alla pubblica udienza
Un istituto bancario ha contestato il provvedimento emesso dai giudici di merito relativo ai rapporti patrimoniali con la curatela di una società fallita. La vicenda è approdata dinanzi ai giudici di legittimità per definire la corretta gestione delle pretese creditorie. La corte ha valutato inizialmente il ricorso con rito camerale celere. I magistrati hanno però rilevato che la controversia presenta profili di particolare complessità giuridica e non presenta i requisiti per una decisione semplificata. I giudici hanno dunque disposto la rimessione alla pubblica udienza dinanzi alla sezione ordinaria competente per garantire un approfondimento collegiale completo.
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Ammissione al passivo con privilegio e validità del contratto
Un atleta professionista ha richiesto l'ammissione al passivo con privilegio del fallimento della società sportiva per 79.000 euro, somma portata da un assegno bancario quale ultima rata di un accordo di risoluzione anticipata del contratto di lavoro. Il giudice delegato ha riconosciuto il debito solo in via chirografaria, escludendo la prelazione lavorativa. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, rilevando che l'assegno derivava da un accordo economico nullo poiché prevedeva compensi difformi da quelli formalmente depositati presso la federazione di categoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore a causa della genericità delle censure e della mancata contestazione della nullità dell'intesa sottostante, condannandolo alle spese di giudizio.
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Data certa del conto corrente: banca ammessa al passivo
Una banca ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una società per un saldo debitore di conto corrente e per effetti cambiari insoluti. Il tribunale ha respinto la richiesta relativa al conto, ritenendo assente la data certa del conto corrente rispetto alla dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'anticipazione e il protesto delle cambiali sono avvenuti prima del fallimento mediante accredito su quel conto. L'esistenza di operazioni anteriori documentate e obiettive dimostra l'operatività del rapporto contrattuale prima dell'apertura del concorso dei creditori. Di conseguenza, il credito bancario risulta pienamente opponibile.
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Ricorso per cassazione liquidazione coatta: termini e inammissibilità
Gli eredi di un creditore hanno contestato l'esclusione di somme dallo stato passivo di una banca in liquidazione coatta amministrativa. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta degli eredi. I familiari hanno quindi notificato l'impugnazione sessanta giorni dopo la ricezione della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per tardività. Il ricorso per cassazione liquidazione coatta, a seguito delle riforme di settore e del regime transitorio, impone un termine abbreviato di trenta giorni dalla comunicazione o notifica della decisione. La notifica tardiva ha comportato la perdita definitiva del diritto di impugnazione e la condanna degli eredi al pagamento delle spese legali.
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Opposizione allo stato passivo: prova libera per il dipendente
Un lavoratore ha avanzato domanda di ammissione al fallimento di una società per crediti retributivi, derivanti dal passaggio d'azienda e da un successivo contratto a progetto. Il Tribunale ha accolto solo in minima parte la pretesa, ritenendo non provato per iscritto il trasferimento aziendale e non riqualificabile il rapporto. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto l'opposizione allo stato passivo. La Suprema Corte ha chiarito che il dipendente non deve ridepositare gli atti già presenti nel fascicolo fallimentare. Inoltre, il lavoratore è terzo rispetto alla cessione aziendale, potendo dimostrare il passaggio con qualsiasi mezzo probatorio senza limiti di forma scritta. Infine, i giudici hanno censurato l'omessa valutazione sulla reale natura subordinata del rapporto.
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Contratto di lavoro a progetto: nullo senza obiettivi precisi
Un collaboratore ha chiesto l'ammissione allo stato passivo di una società insolvente per ottenere compensi non pagati. Il Tribunale ha respinto l'istanza, accertando la nullità dei contratti per genericità degli obiettivi e mancata prova dell'attività svolta. I giudici hanno inoltre rilevato che il richiedente agiva come amministratore di fatto e non ha mai domandato la conversione in rapporto subordinato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del collaboratore. Il contratto di lavoro a progetto richiede la specificazione di obiettivi precisi, misurabili e verificabili. Senza tali requisiti e in assenza di prove sulle prestazioni eseguite, il collaboratore non matura alcun diritto al compenso né beneficia delle tutele ordinarie.
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Legittimazione processuale del fallito: stop al ricorso
Un condominio e un'acquirente citano in giudizio una società costruttrice e il direttore dei lavori per gravi difetti dell'edificio. I giudici di merito condannano i costruttori al risarcimento dei danni. Successivamente la società venditrice fallisce. L'amministratore della società fallita impugna la sentenza in Cassazione, mentre il curatore decide consapevolmente di non ricorrere e il direttore dei lavori stipula una transazione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'ex amministratore. Con la dichiarazione di fallimento, la legittimazione processuale del fallito si perde per i rapporti patrimoniali e spetta unicamente al curatore fallimentare. L'ex amministratore non può sostituirsi alla curatela se quest'ultima ha valutato non conveniente proseguire il contenzioso. L'ex amministratore deve inoltre rifondere le spese legali al condominio.
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TFR al Fondo Tesoreria INPS: no al passivo fallimentare
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare della sua ex azienda per recuperare il trattamento di fine rapporto maturato. Il Tribunale ha respinto l'istanza: la società fallita aveva già regolarmente versato le quote del TFR al Fondo Tesoreria INPS, estinguendo ogni proprio debito. Inoltre, il rapporto di lavoro era proseguito senza interruzioni con l'azienda acquirente a seguito di una cessione aziendale. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente il provvedimento del tribunale e ha rigettato il ricorso della dipendente, condannandola alle spese legali. I giudici hanno chiarito che il versamento all'ente previdenziale libera il datore di lavoro insolvente da qualsiasi obbligo e impedisce l'insinuazione del credito nella procedura concorsuale.
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Ammissione al passivo del TFR: negata se versato all’INPS
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione al passivo del TFR maturato alle dipendenze di una società dichiarata fallita. Il giudice delegato ha riconosciuto solo la quota maturata fino al 2006, escludendo le somme successive regolarmente versate dal datore di lavoro al Fondo di Tesoreria dell'INPS. A seguito del rigetto dell'opposizione, la lavoratrice si è rivolta alla Corte di Cassazione. I Supremi Giudici hanno confermato la decisione dei giudici di merito: il regolare versamento delle somme al Fondo gestito dall'ente previdenziale estingue l'obbligazione della società datrice di lavoro. Di conseguenza, non sussiste alcun credito verso la procedura fallimentare e la richiesta di ammissione deve essere respinta.
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Conflitto di competenza: giudice contro Tribunale
Un giudice per le indagini preliminari, incaricato della gestione di beni oggetto di confisca definitiva, ha sollevato un conflitto di competenza contro il Tribunale collegiale. Il Tribunale aveva accolto le opposizioni di alcuni istituti di credito per l'ammissione allo stato passivo dei crediti. Il primo magistrato riteneva che il collegio avesse violato la legge sulle misure di prevenzione e scavalcato le sue prerogative. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il conflitto di competenza. I contrasti tra decisioni di grado diverso non possono essere risolti aprendo un conflitto tra uffici giudiziari. Le eventuali violazioni di legge commesse dal Tribunale in sede di impugnazione devono essere contestate esclusivamente dalle parti tramite ricorso per cassazione.
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