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Stato Di Insolvenza

228 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La condizione di un'impresa che non è più in grado di pagare regolarmente i propri debiti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Dichiarazione di Fallimento: Azienda in Crisi, Cassazione Conferma
Il Tribunale ha pronunciato la dichiarazione di fallimento di un'Azienda su richiesta di un creditore. L'Azienda ha reclamato, sostenendo di non superare le soglie di non fallibilità e di aver rateizzato alcuni debiti. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, rilevando una grave impotenza finanziaria, nonostante gli accordi di pagamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, ritenendo corretto l'accertamento dello stato di insolvenza e l'analisi dei bilanci degli ultimi tre esercizi. La sentenza ha ribadito che la capacità di adempiere ai debiti è fondamentale.
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Ipoteca a garanzia di credito preesistente: revocata alla banca
Una banca concede un mutuo garantito da ipoteca a una società per estinguere uno scoperto di conto corrente preesistente. Dopo il fallimento della società, il curatore nega la preferenza ipotecaria. La banca viene così ammessa al passivo solo come creditore ordinario. Il cessionario del credito ricorre in Cassazione affermando l'assenza di insolvenza al momento del mutuo. La Suprema Corte rigetta il ricorso. La Corte chiarisce che la concessione di una ipoteca a garanzia di credito preesistente costituisce un atto a titolo gratuito. In questi casi si applica l'azione revocatoria ordinaria. Di conseguenza, non occorre provare lo stato di insolvenza dell'azienda o la conoscenza di esso da parte della banca. Basta la consapevolezza del debitore di arrecare danno agli altri creditori. La garanzia ipotecaria resta inefficace e la società creditrice deve pagare le spese legali.
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Dichiarazione di fallimento: beni immobili non bastano se illiquidi
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società, avviata su richiesta di una Banca. La società aveva contestato il credito bancario (per contratti monofirma e capitalizzazione trimestrale) e sostenuto di possedere beni immobiliari sufficienti a coprire i debiti, sebbene precedentemente confiscati. La Corte ha ritenuto le contestazioni infondate e ha stabilito che la disponibilità di beni non garantiva una liquidità immediata e sufficiente a estinguere i debiti, a causa del loro stato di degrado e della loro scarsa commerciabilità. Il ricorso della società è stato dichiarato inammissibile, consolidando la dichiarazione di fallimento.
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Onere della prova dello stato di insolvenza e crediti aziendali
Un creditore chiedeva il fallimento di una società in liquidazione. La Corte d'Appello, valutando il ricorso dopo una complessa fase di revocazione, cancellava la dichiarazione di fallimento perché l'attivo patrimoniale esposto nei bilanci superava ampiamente i debiti. La Curatela ricorreva in Cassazione sostenendo che l'impresa avesse l'obbligo di dimostrare l'effettivo incasso di tali crediti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso applicando il principio cardine sull'onere della prova dello stato di insolvenza nelle società in liquidazione. La valutazione del dissesto ha natura puramente statica e considera la capienza del patrimonio. Se la società deposita bilanci regolari con un attivo prevalente sul passivo, spetta al creditore dimostrare che i crediti iscritti sono inesigibili o fittizi. In assenza di tale prova contraria, l'istanza di fallimento deve essere rigettata.
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Dichiarazione di fallimento: concordato revocato e debiti
Una società commerciale ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata dal Tribunale e confermata dalla Corte d'Appello dopo la revoca dell'ammissione al concordato preventivo. La società sosteneva che l'insolvenza si basasse su dati finanziari risalenti e contestava la legittimazione del Pubblico Ministero all'iniziativa concorsuale, oltre a difendere la bontà del proprio piano concordatario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società debitrice. I giudici hanno chiarito che il Pubblico Ministero può richiedere la dichiarazione di fallimento ogni volta che riceve notizia dell'insolvenza dal giudice civile. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che l'insolvenza si misura sull'incapacità strutturale di operare sul mercato e adempiere regolarmente ai debiti correnti, confermando integralmente le statuizioni dei giudici di merito e condannando la società alle spese legali.
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Concordato preventivo e dati omessi: confermato il fallimento
Una società edilizia ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata a seguito del rigetto della propria domanda di concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del concordato preventivo a causa di gravi carenze informative, omissioni di ipoteche, stime immobiliari ingiustificate e crediti futuri privi di adeguata prova documentale. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'incapacità dell'impresa di fornire dati certi ai creditori mina la fattibilità della proposta. Inoltre, la Corte ha stabilito che la prova dello stato di insolvenza può essere ricavata direttamente dai dati contabili forniti dallo stesso debitore. Di conseguenza, il ricorso della società è stato definitivamente rigettato con condanna alle spese.
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Fallimento: Cassazione annulla per mancato Accertamento Incidentale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una Società dichiarata fallita a causa di un presunto debito erariale. La Società aveva contestato la decisione, sostenendo che non era stato effettuato un adeguato accertamento incidentale fallimento sulla fondatezza del credito. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve sempre verificare, anche se in via incidentale, la validità del credito contestato dal debitore prima di dichiarare il fallimento. La sentenza di appello è stata cassata e la causa rinviata per un nuovo giudizio, dando ragione alla Società sulla necessità di un'indagine più approfondita.
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Insolvenza di società in liquidazione: attivo gonfiato e fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione, respingendo il ricorso presentato dal liquidatore. La controversia riguardava la sussistenza dello stato di insolvenza di società in liquidazione a seguito dell'inattendibilità dei valori patrimoniali dichiarati nel bilancio iniziale di liquidazione. La società esponeva un patrimonio immobiliare teoricamente capiente per estinguere i debiti verso l'istituto di credito e altri creditori. Tuttavia, la stima dell'immobile principale disattendeva ingiustificatamente i valori di mercato ufficiali e le compravendite reali della zona. I giudici hanno stabilito che una valutazione patrimoniale sovrastimata e priva di basi concrete non offre alcuna garanzia di copertura dei debiti. In assenza di prove certe sulla reale consistenza dell'attivo, la presunta capienza patrimoniale svanisce, rendendo legittima e inevitabile la dichiarazione di fallimento con conseguente condanna alle spese per la debitrice.
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Fallimento della società cancellata: i debiti restano vivi
Una società a responsabilità limitata in liquidazione subiva la dichiarazione di fallimento su istanza di due creditori entro un anno dalla sua formale cancellazione dal Registro delle Imprese. L'azienda ha contestato la legittimazione dei creditori e ha sostenuto che l'insolvenza dovesse manifestarsi con ulteriori fatti esteriori dopo la cancellazione. La Suprema Corte ha confermato il fallimento della società cancellata, chiarendo che i creditori non necessitano di titoli esecutivi definitivi per agire e che l'insolvenza manifestata prima della cancellazione è pienamente sufficiente per giustificare la procedura fallimentare entro i dodici mesi previsti dalla legge.
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Revoca del fallimento tra insolvenza e debiti societari
Un creditore ha avviato la procedura per dichiarare fallita una società in accomandita semplice e il relativo socio amministratore. Il Tribunale ha dichiarato il dissesto dell'attività. Successivamente, la Corte di Appello ha accolto l'opposizione della debitrice e ha disposto la revoca del fallimento per assenza dei requisiti economici necessari. Il creditore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione per far valere l'esistenza del debito e la responsabilità patrimoniale del socio. I giudici di legittimità hanno esaminato la correttezza della valutazione sullo stato di insolvenza e sulla documentazione contabile presentata dalle parti, rinviando la trattazione per chiarire i presupposti applicativi della procedura concorsuale.
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Azienda Inattiva vs. Dichiarazione di Fallimento: Ricorso Inammissibile
Un'Azienda ha presentato ricorso contro la sentenza che dichiarava il suo fallimento. L'Azienda sosteneva di non essere in stato di insolvenza, adducendo che i crediti tributari erano contestati o rateizzati e i debiti bancari erano sotto controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la dichiarazione di fallimento, rilevando che l'Azienda non aveva fornito prove sufficienti sulla gestione dei debiti e risultava inattiva. Questo impediva di far fronte al passivo con mezzi normali, confermando lo stato di insolvenza.
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Dichiarazione di fallimento: l’Azienda soccombe, l’insolvenza è reale
Un'Azienda ha presentato ricorso contro la "Dichiarazione di fallimento" emessa dalla Corte d'Appello, su istanza di un Comune. L'Azienda contestava l'esistenza di debiti tributari e bancari, evidenziando crediti e l'assenza di procedure esecutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che lo "stato di insolvenza" è un'incapacità strutturale di adempiere alle obbligazioni, non una difficoltà temporanea. La Corte d'Appello aveva correttamente individuato numerosi indizi di insolvenza, come l'inattività, la difficoltà di accesso al credito bancario e la gestione irregolare dei bilanci. La Cassazione ha confermato che l'avviso sulle soluzioni di crisi nel precetto non impedisce la "Dichiarazione di fallimento" per imprese non sottosoglia.
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Stato di insolvenza e debiti: colpa del fornitore o fallimento?
L'amministratore di una società di trasporti ha contestato la dichiarazione di fallimento dell'impresa. L'imprenditore ha sostenuto che l'impossibilità di pagare oltre novecentocinquantamila euro di debiti fiscali e previdenziali derivava dai presunti rincari usurari applicati dal fornitore di carburante. La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento della società. I giudici hanno chiarito che lo stato di insolvenza si basa su dati oggettivi: cessazione dell'attività da anni, assenza di beni nel patrimonio societario ed esecuzioni forzate infruttuose promosse dai creditori. Le cause o le colpe esterne che hanno generato i debiti non cancellano l'incapacità dell'impresa di far fronte ai propri impegni. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Espromissione non liberatoria e fallimento del debitore originario
Una società creditrice ha richiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice a seguito del mancato pagamento di un credito milionario. La debitrice ha contestato la decisione, sostenendo che un precedente accordo transattivo avesse trasferito il debito alla società controllante, liberandola da ogni impegno. I giudici hanno invece qualificato l'intesa come un'espromissione non liberatoria, confermando la responsabilità solidale originaria. Non avendo il creditore rilasciato alcuna liberatoria espressa, la legittimazione ad agire per l'apertura della procedura concorsuale è rimasta pienamente valida. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando l'accertamento dello stato di insolvenza e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali.
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Dichiarazione di fallimento valida dopo desistenza
Una società impugna la dichiarazione di fallimento contestando la mancata notifica autonoma dei ricorsi presentati da creditori successivi, dopo la desistenza del primo creditore istante. L'impresa sostiene inoltre l'assenza di insolvenza per via di attivi patrimoniali residui. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso dell'azienda. I giudici chiariscono che la notifica del primo ricorso incardina validamente il procedimento, gravando sul debitore l'onere di vigilare sulle ulteriori istanze riunite. La desistenza del creditore iniziale non estingue i ricorsi successivi, data la loro piena autonomia processuale. I debiti fiscali milionari e verso i lavoratori attestano l'incapacità di adempimento ordinario, confermando la legittimità della procedura concorsuale.
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Dichiarazione di fallimento e sede effettiva: conto in rosso
Un istituto di credito ha richiesto la dichiarazione di fallimento e sede effettiva di una società commerciale a causa di un conto corrente rimasto in negativo per circa novecentomila euro. Il debito deriva dallo storno legittimo di un accredito provvisorio tramite addebito diretto europeo, prelevato immediatamente dalla società prima della revoca da parte della banca estera. La società ha contestato la competenza del tribunale locale sostenendo di avere la propria sede legale altrove. La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento, stabilendo che prevale la sede effettiva dove la società opera e gestisce gli affari rispetto a quella legale formale oramai chiusa. Inoltre, i giudici hanno ribadito la piena legittimità dello storno bancario nei termini pattuiti.
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Dichiarazione di fallimento: ricorso inammissibile, l’azienda perde
Una società è stata dichiarata fallita. Ha impugnato questa decisione, sostenendo che la riduzione del fatturato e i debiti non indicavano un reale stato di insolvenza, ma una normale gestione aziendale con utili e un capitale netto positivo. La Corte d'Appello ha confermato la dichiarazione di fallimento. La società ha quindi presentato ricorso in Cassazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha rilevato che i motivi erano stati formulati in modo errato, mescolando diverse tipologie di censure procedurali e contestando la valutazione dei fatti anziché la corretta applicazione della legge. La sentenza ribadisce l'importanza di una corretta formulazione del ricorso per evitare la dichiarazione di fallimento.
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Affitto d’azienda nullo ma dichiarazione di fallimento valida
Una società affittuaria contesta la dichiarazione di fallimento richiesta da una procedura concorsuale locatrice per il mancato pagamento dei canoni aziendali. La debitrice eccepisce la nullità del contratto di affitto d'azienda: l'immobile non possedeva le autorizzazioni urbanistiche per ospitare una residenza per anziani. I giudici confermano l'insolvenza. L'accordo contrattuale prevedeva l'uso alberghiero legittimo e poneva a carico dell'affittuaria l'ottenimento delle licenze sanitarie. L'utilizzatrice ha comunque svolto l'attività per anni senza versare il dovuto e senza dimostrare la propria solidità economica.
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Concordato preventivo con riserva: stop ad abusi e rinvii
Un'imprenditrice ha depositato diverse istanze concorsuali per evitare le richieste di fallimento dei creditori. Dopo aver rinunciato a un concordato e a un accordo di ristrutturazione viziato da informazioni inesatte, ha presentato una nuova domanda di concordato preventivo con riserva. Il Tribunale ha negato la concessione del termine, ritenendo la condotta un abuso del processo volto unicamente a prendere tempo, e ha dichiarato il fallimento dell'attività. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, accertando la grave insolvenza e le manovre dilatorie. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'imprenditrice, confermando che il giudice non deve concedere automaticamente il termine per il concordato preventivo con riserva se emergono chiari indici di inammissibilità e abuso dello strumento legale.
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Dichiarazione di Fallimento: Credito Controverso non Ferma la Sentenza
Un Comune creditore ha chiesto la dichiarazione di fallimento di un'Azienda per un debito rilevante, accertato tramite un lodo arbitrale. Nonostante l'efficacia esecutiva del lodo fosse stata sospesa, la Corte d'Appello ha confermato il fallimento. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione del credito e lo stato di insolvenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per la dichiarazione di fallimento non è necessario un accertamento definitivo del credito, ma basta una valutazione incidentale della sua esistenza. Inoltre, lo stato di insolvenza è un apprezzamento di fatto insindacabile in Cassazione se ben motivato. L'Azienda ha perso e dovrà pagare le spese legali.
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