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Stato Di Insolvenza

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228 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Patrimonio bloccato e stato di insolvenza: fallimento confermato
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società di persone e dei suoi soci illimitatamente responsabili. I debitori sostenevano di avere un patrimonio immobiliare superiore ai debiti e di aver concesso l'azienda in affitto, invocando il criterio della cosiddetta insolvenza statica. La Suprema Corte ha chiarito che l'affitto d'azienda non equivale alla liquidazione formale. I giudici devono valutare lo stato di insolvenza in modo dinamico e prospettico. Poiché l'immobile aziendale e i conti societari erano bloccati da un sequestro penale, la società non disponeva di liquidità per pagare i debiti tributari e bancari, anche se dilazionati con la rottamazione fiscale. I beni indisponibili e illiquidi non escludono il fallimento.
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Fallimento e debiti fiscali: il Fisco vince la lite
Una società impugna la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale. L'impresa debitrice sostiene che i debiti fiscali siano prescritti a causa dell'estinzione di precedenti contenziosi tributari non riassunti dopo il rinvio. La società invoca inoltre l'improcedibilità del procedimento per effetto della normativa emergenziale della pandemia. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso. I giudici stabiliscono che la mancata prosecuzione del giudizio tributario rende definitiva la pretesa fiscale originaria del Fisco, facendo scattare un nuovo termine di prescrizione decennale dal momento dell'estinzione processuale. Il blocco fallimentare previsto dalla disciplina emergenziale si applicava esclusivamente ai procedimenti introdotti tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020 e non a quelli già pendenti. La Suprema Corte conferma definitivamente lo stato di dissesto dell'impresa e condanna la società alle spese.
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Dichiarazione di fallimento: sede introvabile e debiti confermati
Una società immobiliare in liquidazione impugna la sentenza che ha confermato la sua dichiarazione di fallimento. L'impresa lamenta presunti vizi nella notifica dell'istanza iniziale, sostenendo che l'atto non indicava la specifica scala del palazzo. Inoltre, contesta la valutazione del proprio stato di insolvenza, affermando di vantare crediti da altre cause e negando la propria crisi finanziaria. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici evidenziano la correttezza della notifica eseguita presso la sede legale ufficiale registrata in Camera di Commercio, dove l'ufficiale giudiziario non ha trovato targhette identificative su citofoni o cassette postali. La Suprema Corte conferma l'insolvenza a causa di debiti esecutivi non onorati, bilanci non depositati e un patrimonio insufficiente a pagare i creditori.
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Stato di insolvenza in liquidazione: basta il deficit
Un creditore ha richiesto il fallimento di una società a responsabilità limitata già in fase di liquidazione. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento dell'impresa. Successivamente, la Corte di Appello ha revocato la decisione, giudicando modesto il disavanzo contabile e valorizzando i pagamenti eseguiti dai soci dopo la sentenza. La Curatela Fallimentare ha proposto ricorso in Cassazione contro la revoca. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della Curatela e ha annullato la pronuncia di secondo grado. I giudici hanno chiarito che lo stato di insolvenza in liquidazione richiede una valutazione patrimoniale statica. L'attivo deve coprire interamente i debiti esistenti al momento della decisione. Gli atti e le rinunce dei soci successivi alla pronuncia non cancellano il fallimento originario.
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Liquidazione giudiziale: impresa agricola o commerciale?
La Corte d'Appello ha confermato la liquidazione giudiziale per una società che invocava lo status di impresa agricola. I giudici hanno rilevato la prevalenza dell'attività commerciale e un evidente stato di insolvenza causato da debiti non onorati e procedure esecutive pendenti.
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Liquidazione giudiziale in proprio: la sentenza
Il Tribunale di Firenze ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale in proprio di una società operante nel settore elettronico. La decisione si fonda sull'accertato stato di insolvenza, manifestato da un'esposizione debitoria superiore a un milione di euro verso fisco e dipendenti. Il tribunale ha stabilito che l'istanza presentata dall'amministratore giudiziario non richiede l'approvazione dei soci, essendo un atto dovuto per legge.
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Liquidazione giudiziale: quando scatta l’apertura
Il Tribunale ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di una società commerciale in liquidazione. Nonostante le resistenze della debitrice, i giudici hanno ravvisato uno stato di insolvenza irreversibile dovuto a un'esposizione debitoria superiore ai 400.000 euro, a fronte di attività quasi nulle, confermando che la soglia di 30.000 euro di debiti scaduti è il limite minimo per procedere.
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Stato di insolvenza: avere immobili non salva dal fallimento
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'impresa edile contro la dichiarazione di fallimento. La società sosteneva che l'attivo patrimoniale superasse il passivo e che fossero attivi piani di rientro per i debiti. Tuttavia, i giudici hanno confermato lo stato di insolvenza, evidenziando la mancanza di liquidità e l'incapacità strutturale di soddisfare regolarmente le obbligazioni. La Suprema Corte ha chiarito che avere un patrimonio immobiliare non esclude l'insolvenza se manca la liquidità immediata per pagare i creditori. Di conseguenza, l'impresa è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Stato di insolvenza: il sequestro antimafia non salva dal fallimento
Il Tribunale dichiarava il fallimento de L'Azienda su richiesta de Il Lavoratore per crediti di lavoro non pagati. La Corte d'Appello confermava la decisione, rilevando uno stato di insolvenza evidente, caratterizzato da un debito superiore a 500.000 euro e dall'inesigibilià di crediti verso una controllata sottoposta a sequestro antimafia. L'Azienda ricorreva in Cassazione, sostenendo che le misure antimafia impedissero i pagamenti e che la ripresa dell'attività escludesse il dissesto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il debito era sorto prima del sequestro e che la complessiva esposizione debitoria confermava lo stato di insolvenza, rendendo irrilevanti i tentativi di ripresa aziendale.
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Morte del difensore nel giudizio di Cassazione: udienza rinviata
Una società ha impugnato la dichiarazione di fallimento basata su un debito tributario di nove milioni di euro. Durante il giudizio di legittimità, si è verificata la morte del difensore nel giudizio di Cassazione, unico rappresentante legale della ricorrente. La Suprema Corte ha rilevato che il decesso del difensore, avvenuto dopo il deposito del ricorso, non comporta l'interruzione automatica del processo. Tuttavia, trattandosi di un evento indipendente dalla volontà della parte, i giudici hanno ritenuto necessario garantire l'effettivo diritto di difesa. Per questo motivo, la Corte di Cassazione ha disposto il rinvio dell'udienza e ha assegnato alla società un termine di trenta giorni per nominare un nuovo avvocato, ordinando la notifica personale del provvedimento alla parte stessa.
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Dichiarazione di fallimento per la società già cancellata
Una società di capitali, cancellata dal registro delle imprese, ha contestato la propria dichiarazione di fallimento avvenuta entro l'anno dalla cancellazione. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della procedura. I giudici hanno stabilito che la notifica al liquidatore è corretta anche dopo l'estinzione della società. Inoltre, il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla data di cancellazione formale e non dalla precedente cessazione dell'attività. Infine, per le società in liquidazione, lo stato di insolvenza si valuta verificando se il patrimonio sia insufficiente a pagare tutti i debiti, a prescindere dalla disponibilità di liquidità immediata. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.
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Reclamo contro la sentenza di fallimento: no a difese tardive
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una socia contro la dichiarazione di fallimento della propria società. La ricorrente contestava la regolarità delle notifiche, l'identificazione della società e la sussistenza dello stato di insolvenza. La Suprema Corte ha confermato la decisione d'appello, ribadendo che il reclamo contro la sentenza di fallimento ha un effetto devolutivo pieno ma limitato ai motivi tempestivamente presentati nell'atto iniziale. Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto inammissibili le difese tardive e non provate circa i presunti crediti bancari della società, confermando definitivamente il fallimento.
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Istanza di fallimento: il rinvio dell’udienza non salva il debitore
Una società immobiliare impugna la sentenza di fallimento, sostenendo che il tribunale abbia pronunciato la decisione d'ufficio. Secondo la debitrice, la richiesta di rinvio dell'udienza formulata dal creditore istante, in pendenza di trattative per un piano di rientro, equivaleva a una rinuncia temporanea. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che la semplice richiesta di differimento è un atto neutro. Fino a quando non viene depositato un formale atto di desistenza, l'istanza di fallimento rimane pienamente valida ed efficace. Inoltre, la Suprema Corte conferma lo stato di insolvenza della società, gravata da oltre due milioni di euro di debiti e priva di liquidità, con un patrimonio immobiliare interamente ipotecato e pignorato. Di conseguenza, la società perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Dichiarazione di fallimento: la finta cancellazione non salva
Una società si cancella dal registro delle imprese nel 2009, ma nel 2014 il Giudice del registro annulla la cancellazione perché fittizia. Nel 2019 viene pronunciata la dichiarazione di fallimento su richiesta di un creditore. L'ex liquidatore si oppone, sostenendo che fosse scaduto il termine di un anno dalla cancellazione originaria. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'ex liquidatore. I giudici chiariscono che l'annullamento della cancellazione ha effetto retroattivo e fa presumere la continuazione dell'attività d'impresa. Inoltre, i rendiconti di un trust liquidatorio autonomo non possono dimostrare i requisiti di non fallibilità della società, e lo stato di insolvenza è confermato dall'insufficienza del patrimonio a pagare i debiti.
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Cancellazione dal registro delle imprese: forma contro realtà
Una società di capitali ha impugnato la dichiarazione di fallimento, sostenendo di aver cessato l'attività commerciale nel 2009, molto prima della formale cancellazione dal registro delle imprese avvenuta nel 2015. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla data ufficiale di cancellazione dal registro delle imprese. L'effettiva cessazione anticipata dell'attività non ha alcun rilievo a favore della società. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato la validità del credito di circa due milioni di euro vantato da una società creditrice estera, basato su un lodo arbitrale straniero reso esecutivo in Italia, quale prova evidente dello stato di insolvenza della debitrice.
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Notifica PEC registro imprese: l’errore che costa il fallimento
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un amministratore societario contro la dichiarazione di fallimento della sua azienda. L'amministratore lamentava la nullità della notifica del ricorso, avvenuta sulla casella PEC del vecchio commercialista ormai dimesso. I giudici hanno chiarito che la notifica PEC registro imprese è pienamente valida se eseguita all'indirizzo ufficialmente registrato, gravando sulla società l'onere di aggiornare i propri dati. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato lo stato di insolvenza, precisando che la pendenza di procedure esecutive immobiliari è un forte indizio di crisi e non di solidità patrimoniale. L'amministratore è stato condannato anche per responsabilità aggravata a causa dell'inconsistenza del ricorso.
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Stato di insolvenza: l’accordo tardivo non cancella il fallimento
Una società di investimenti ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa su richiesta di una società di leasing per il mancato pagamento di canoni immobiliari. La debitrice lamentava l'irregolarità della notifica del ricorso, sostenendo che mancasse la prova informatica del fallito invio tramite PEC prima di procedere con la notifica cartacea. Inoltre, eccepiva l'insussistenza dello stato di insolvenza, evidenziando che il creditore aveva successivamente rinunciato all'insinuazione al passivo a seguito di un accordo transattivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'attestazione del cancelliere sul mancato recapito PEC è sufficiente per attivare le notifiche sussidiarie. Inoltre, la rinuncia al credito successiva alla dichiarazione di fallimento è del tutto irrilevante, poiché lo stato di insolvenza deve essere valutato esclusivamente al momento della decisione originaria.
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Dichiarazione di fallimento: la PEC non letta non evita la crisi
Un'imprenditrice ha impugnato la dichiarazione di fallimento della sua ditta individuale, sostenendo di non aver ricevuto la notifica dell'atto (inviata alla sua PEC ma gestita dal consulente) e di non essere insolvente, vantando crediti verso terzi e un patrimonio immobiliare. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo, evidenziando che la notifica PEC era regolare e che i debiti superavano i 700.000 euro. Inoltre, l'imprenditrice non ha depositato i bilanci per dimostrare di essere sotto le soglie di fallibilità. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che la disponibilità di beni immobili o crediti futuri non esclude lo stato di insolvenza se manca la liquidità immediata per pagare i debiti scaduti.
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Bancarotta fraudolenta: spese personali condannano l’amministratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ex amministratore di una società fallita, confermando la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. L'imputato aveva utilizzato fondi societari per acquistare beni personali, tra cui auto per la figlia e un camper. Inoltre, non aveva consegnato le scritture contabili al curatore fallimentare. La Suprema Corte ha chiarito che l'uso di risorse aziendali per fini privati configura sempre il reato di bancarotta fraudolenta e non la meno grave bancarotta semplice. Infine, i giudici hanno ribadito che le riforme sulla crisi d'impresa non eliminano retroattivamente il reato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca del fallimento: la quietanza senza data certa non basta
Una società commerciale ha impugnato la sentenza che ne dichiarava il fallimento, presentando una quietanza di pagamento per dimostrare l'avvenuta estinzione del debito verso l'unica creditrice istante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la revoca del fallimento per desistenza del creditore richiede che il pagamento sia avvenuto prima della dichiarazione di fallimento e che la quietanza abbia data certa ai sensi dell'articolo 2704 del codice civile. Nel caso specifico, la firma sulla quietanza era stata autenticata da un avvocato e non da un pubblico ufficiale, rendendo la data incerta e inopponibile. Inoltre, l'amministratore aveva ammesso l'esistenza del debito in un momento successivo alla sentenza dichiarativa.
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