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Stato Di Insolvenza

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228 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Stato di insolvenza: debiti pagati ma la società è fallita
Il liquidatore di una società cooperativa ha impugnato la dichiarazione dello stato di insolvenza, sostenendo di aver saldato i debiti fiscali successivamente alla sentenza e che nessun creditore avesse richiesto l'ammissione al passivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per le società in liquidazione, lo stato di insolvenza si valuta con un criterio puramente statico. Non rileva la presenza di inadempimenti esterni o la disponibilità di credito, ma unicamente lo squilibrio patrimoniale: l'attivo deve essere sufficiente a garantire l'integrale e paritario soddisfacimento di tutti i creditori. Nel caso specifico, l'attivo era quasi inesistente e i bilanci non venivano depositati da anni, confermando il dissesto economico della cooperativa.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo spegne lo scontro
Il Tribunale e la Corte d'Appello avevano dichiarato inefficaci, tramite azione revocatoria, i pagamenti per oltre 210.000 euro eseguiti da una società poi fallita a favore di un creditore. I giudici avevano accertato la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore a causa dei gravi ritardi e del cambio di modalità nei pagamenti. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per risolvere la controversia. Di conseguenza, il difensore del ricorrente ha depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia, senza alcuna pronuncia sulle spese di giudizio.
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Dichiarazione di fallimento: la contestazione non salva l’azienda
Una società estera ha richiesto la dichiarazione di fallimento di un'azienda italiana per un debito non pagato di oltre 44.000 euro. L'azienda debitrice si è opposta, contestando la validità della procura alle liti del difensore della creditrice, la certezza del credito (oggetto di opposizione) e il proprio stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda debitrice. I giudici hanno chiarito che la prova del potere di rappresentanza della società estera può essere presentata anche in appello. Inoltre, la contestazione del credito non impedisce la dichiarazione di fallimento se il giudice fallimentare ne accerta sommariamente l'esistenza, come avvenuto nel caso specifico grazie a una transazione da 30.000 euro. Infine, lo stato di insolvenza può essere dimostrato anche tramite la relazione del curatore fallimentare.
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Fisco abusivo ma cooperativa vera: confermato lo stato di insolvenza
Una società cooperativa agricola impugna la sentenza che ha confermato la dichiarazione del proprio stato di insolvenza. Il Consorzio sostiene che, a seguito di una verifica fiscale della Guardia di Finanza che ha riscontrato anomalie e un'interposizione fittizia, l'ente ha perso la qualifica di cooperativa a mutualità prevalente. Di conseguenza, secondo il ricorrente, non si sarebbe dovuta applicare la disciplina della liquidazione coatta amministrativa. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che la perdita dei requisiti di mutualità prevalente rileva solo ai fini delle agevolazioni fiscali e non cancella la natura cooperativa dell'ente. Ai fini della dichiarazione dello stato di insolvenza rileva la veste formale rivestita al momento della pronuncia. Il Consorzio perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Fisco e crisi d’impresa: quando scatta la dichiarazione di fallimento
L'Impresa ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa su richiesta dell'Agenzia delle Entrate per un debito fiscale di quasi sei milioni di euro. La società sosteneva di non essere insolvente e lamentava la mancata ammissione di una consulenza tecnica d'ufficio per valutare la propria situazione finanziaria, oltre a eccepire la tardiva costituzione della curatela. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che lo stato di insolvenza si configura come un'impotenza strutturale a pagare i debiti, desumibile anche dallo stato passivo e dall'inattività aziendale. I giudici hanno chiarito che la valutazione della solvibilità spetta esclusivamente al giudice di merito e che la consulenza tecnica è un mezzo discrezionale non obbligatorio.
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Liquidazione giudiziale: l’immobile non salva la società
Una società di persone e i suoi soci hanno impugnato la sentenza che dichiarava l'apertura della loro liquidazione giudiziale, sostenendo di essere un'impresa minore esente dalla procedura e di non essere in stato di insolvenza, possedendo un immobile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che spetta al debitore dimostrare il mancato superamento congiunto delle tre soglie dimensionali previste dalla legge. In assenza di bilanci approvati e depositati, i soli dati fiscali parziali sono insufficienti a fornire tale prova. Inoltre, lo stato di insolvenza si manifesta con l'impossibilità di pagare regolarmente i debiti, a nulla rilevando la proprietà di un immobile non facilmente liquidabile. Di conseguenza, la liquidazione giudiziale è stata confermata.
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Liquidazione controllata: debiti reali contro crediti incerti
Il Creditore ha chiesto l'apertura della liquidazione controllata nei confronti del Debitore, insolvente per oltre 72.000 euro. Il Debitore si è opposto, sostenendo che l'iniziativa fosse un abuso del diritto volto a sottrargli una causa di risarcimento pendente e che il proprio credito litigioso escludesse l'insolvenza. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso del Debitore. La Suprema Corte ha chiarito che l'avvio della procedura è legittimo se il debitore è insolvente e che un credito litigioso e non esigibile non può evitare la procedura né compensare i debiti reali.
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Dichiarazione di fallimento: attivo milionario ma cassa vuota
L'Azienda ha impugnato la sentenza che ne dichiarava il fallimento su istanza di un privato (Il Creditore), titolare di un credito di 260.000 euro derivante dalla risoluzione di un contratto preliminare di vendita immobiliare. L'Azienda sosteneva che il credito fosse contestato e che non vi fossero altri indicatori di insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la dichiarazione di fallimento. I giudici hanno chiarito che il giudice fallimentare può valutare sommariamente anche un credito contestato e che lo stato di insolvenza si desume dall'incapacità strutturale dell'impresa di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni, a prescindere dal mero rapporto tra attivo e passivo patrimoniale.
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Notifica dell’istanza di fallimento: la sede vuota non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la validità della dichiarazione di fallimento di una società di costruzioni. La società lamentava la nullità della notifica dell'istanza di fallimento, eseguita tramite deposito presso la casa comunale dopo il fallimento della notifica via PEC e il mancato reperimento presso la sede legale. La Suprema Corte ha chiarito che l'ufficiale giudiziario non deve compiere ulteriori ricerche se il destinatario non viene trovato presso la sede legale. Inoltre, i giudici hanno ribadito che lo stato di insolvenza sussiste quando il debitore non può far fronte ai debiti con mezzi normali, a nulla rilevando il possesso di un patrimonio immobiliare non liquido. Il ricorso della società è stato rigettato con condanna alle spese.
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Stato di insolvenza: le rinunce tardive non salvano la società
Il Liquidatore di una società fiduciaria ha impugnato la dichiarazione dello stato di insolvenza, sostenendo che il socio unico fosse pronto a rinunciare a crediti e ad accollarsi debiti, riducendo il passivo. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo poiché mancava la prova di tali accordi prima della dichiarazione di insolvenza. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che lo stato di insolvenza di un'impresa in liquidazione coatta amministrativa deve essere valutato con riferimento al momento dell'emanazione del decreto di ammissione alla procedura. Eventuali fatti sopravvenuti, come rinunce ai crediti successive, sono del tutto irrilevanti per escludere il dissesto originario, potendo al massimo incidere sulla successiva chiusura della procedura stessa.
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Istanza di fallimento: credito contestato contro sbilancio reale
Una società creditrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice in liquidazione, basandosi su 130 fatture non pagate. La debitrice ha contestato il credito e il proprio stato di insolvenza, sostenendo che il credito non fosse definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando il fallimento. La Corte ha stabilito che per presentare un'istanza di fallimento non serve un credito definitivo o un titolo esecutivo, ma basta un accertamento sommario e incidentale del giudice fallimentare sulla legittimazione del creditore. Inoltre, per le società in liquidazione, l'insolvenza si valuta sulla reale incapacità dell'attivo di soddisfare tutti i debiti.
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Soglia di fallibilità: i debiti non a ruolo valgono nel calcolo
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società commerciale, dichiarando inammissibile il suo ricorso. L'Azienda sosteneva che i propri debiti scaduti fossero inferiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro, escludendo dal calcolo i debiti fiscali non ancora iscritti a ruolo. La Suprema Corte ha invece chiarito che, per raggiungere la soglia di fallibilità, si devono conteggiare anche i debiti tributari indicati negli avvisi di accertamento già notificati, anche se non ancora iscritti a ruolo. Questo perché l'obbligo di pagare le tasse nasce direttamente dalla legge al verificarsi del presupposto d'imposta, e l'accertamento ha un valore puramente ricognitivo e retroattivo. Di conseguenza, l'Azienda è stata considerata insolvente e il suo fallimento è stato confermato definitivamente.
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Dichiarazione di fallimento: valida anche durante il blocco Covid
Una società di carburanti ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale durante il primo lockdown del 2020. La società sosteneva che la dichiarazione di fallimento fosse nulla perché pronunciata nel periodo di sospensione straordinaria delle procedure per l'emergenza Covid-19 e che i debiti fiscali, temporaneamente sospesi per legge, non dovessero essere conteggiati per valutarne l'insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la sospensione emergenziale riguardava i termini processuali e non impediva l'adozione di provvedimenti decisori già maturi. Inoltre, la valutazione dello stato di insolvenza spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se motivata correttamente, soprattutto quando i debiti fiscali sospesi rappresentano solo una minima parte del debito complessivo.
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Dichiarazione di fallimento: la cancellazione formale vince
Il Socio Accomandatario di una società in accomandita semplice ha impugnato la dichiarazione di fallimento della società, sostenendo che l'attività fosse cessata prima della formale cancellazione dal registro delle imprese e che vi fosse un unico creditore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla data di effettiva cancellazione formale dal registro delle imprese, non rilevando la precedente cessazione di fatto. Inoltre, l'esistenza di un solo creditore non esclude lo stato di insolvenza se il debito supera la soglia di legge e l'impresa non è in grado di pagare.
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Dichiarazione di fallimento: la garanzia vince sull’arbitrato
Una società cede le proprie quote garantendo l'acquirente da future passività. A seguito di un'ispezione fiscale, l'amministrazione finanziaria emette pesanti accertamenti. Di fronte al disinteresse della venditrice, l'acquirente aderisce alla rottamazione delle cartelle esattoriali e chiede il rimborso attivando la garanzia contrattuale. Ottenuto un sequestro conservativo sull'unico immobile della venditrice, l'acquirente ne chiede la dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione conferma la dichiarazione di fallimento, stabilendo che il giudice fallimentare può accertare in via provvisoria (incidenter tantum) il credito del richiedente, anche in presenza di una clausola arbitrale. Inoltre, lo stato di insolvenza è provato dalle enormi perdite accumulate e dall'inattendibilità dei bilanci della società debitrice.
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Amministrazione straordinaria: no ai dipendenti in affitto
Una società ha richiesto l'accesso alla procedura di amministrazione straordinaria per evitare il fallimento. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno respinto la domanda per mancanza del requisito occupazionale minimo di duecento dipendenti, dichiarando il fallimento. La società ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che nel conteggio dovessero rientrare anche i lavoratori impiegati nei rami d'azienda concessi in affitto a terzi, data la temporaneità del trasferimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che i dipendenti delle aziende affittate non possono essere computati. Infatti, per legge, durante l'affitto il rapporto di lavoro si trasferisce all'affittuario. Di conseguenza, la società non possedeva la soglia dimensionale richiesta al momento della dichiarazione di insolvenza, confermando così il fallimento.
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Richiesta di fallimento del PM: legittima con indagini su terzi
Una società di gestione impugna la dichiarazione del proprio fallimento, contestando la legittimità della richiesta di fallimento del PM. Secondo la società, il Pubblico Ministero non poteva agire poiché aveva appreso la notizia dell'insolvenza durante un'indagine penale riguardante un'altra azienda, proprietaria degli impianti affittati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità della procedura. I giudici hanno stabilito che il Pubblico Ministero può legittimamente presentare la richiesta di fallimento del PM ogni volta che apprende lo stato di crisi nell'ambito delle sue funzioni istituzionali, anche se le indagini riguardano soggetti terzi. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento della società è stata definitivamente confermata, con condanna della stessa al pagamento delle spese processuali.
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Liquidazione giudiziale e onere della prova impresa
La Corte d'Appello di Genova ha confermato l'apertura della liquidazione giudiziale per una società che non ha provato correttamente la natura di impresa minore. Nonostante la presentazione tardiva dei bilanci, l'ammissione dello stato di insolvenza e il mancato rispetto dei termini di deposito documentale hanno portato al rigetto del reclamo, ribadendo che l'onere probatorio circa il non superamento delle soglie dimensionali spetta esclusivamente al debitore.
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Dichiarazione di fallimento: la rottamazione non salva l’impresa
Una società di persone e i suoi soci accomandatari hanno impugnato la dichiarazione di fallimento, sostenendo che la presentazione di una domanda di definizione agevolata dei debiti fiscali impedisse all'Agenzia delle Entrate di chiederne il fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice domanda di definizione agevolata non fa perdere al fisco la legittimazione a chiedere il fallimento, poiché il blocco delle azioni esecutive individuali non si estende alle procedure concorsuali. Inoltre, spetta al debitore dimostrare l'effettivo accoglimento della richiesta di sanatoria al momento della decisione. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Stato di insolvenza: fallimento confermato nonostante l’accordo
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di un'azienda, ritenendo provato il suo stato di insolvenza. L'impresa aveva smesso di pagare le rate di un ingente mutuo contratto con una banca. In sua difesa, l'azienda sosteneva l'esistenza di un accordo per ripagare il debito con i canoni di locazione degli immobili e la presunta nullità del contratto di mutuo. I giudici hanno respinto queste argomentazioni, stabilendo che il massiccio e prolungato inadempimento verso il creditore principale era un segnale inequivocabile dello stato di insolvenza, rendendo irrilevanti le altre contestazioni. La difficoltà a onorare le obbligazioni principali è sufficiente per giustificare il fallimento.
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