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Sorveglianza Speciale

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1097 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Competenza territoriale misure di prevenzione: prevale il reato
Un cittadino ha proposto ricorso contro il provvedimento che gli imponeva la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per un anno. Il ricorrente sosteneva che il tribunale competente dovesse essere quello della propria residenza anagrafica e non quello del luogo di commissione dei presunti illeciti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha chiarito che la competenza territoriale misure di prevenzione si determina in base al luogo di manifestazione attuale e concreta della pericolosità sociale del soggetto, ossia dove sono stati commessi i reati più gravi e recenti, e non sulla base della semplice dimora civilistica. Di conseguenza, è stata confermata la competenza dei giudici milanesi con condanna del ricorrente alle spese e al versamento di una sanzione pecuniaria.
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Trattazione scritta nel processo penale: la difesa tardiva perde
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La difesa lamentava la violazione del diritto di partecipare all'udienza d'appello. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che il processo era regolato dalla disciplina della trattazione scritta nel processo penale. Poiché la richiesta di discussione orale era stata presentata oltre il termine perentorio, la mancata partecipazione fisica non costituisce una lesione del diritto di difesa, potendo L'Imputato presentare memorie scritte entro i termini.
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Particolare tenuità del fatto: negata al sorvegliato al bar
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato per aver violato ripetutamente le prescrizioni di rientro a casa. Il ricorrente invocava la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, giustificando i ritardi con un guasto all'auto e un'aggressione subita. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando la reiterazione delle condotte a distanza di pochi giorni e l'abitualità del comportamento, incompatibile con la particolare tenuità del fatto. Inoltre, l'imputato era stato sorpreso ubriaco in un bar ben oltre l'orario consentito, scatenando una rissa. La Suprema Corte ha confermato la condanna a un anno e due mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: condanna inevitabile senza prove chiare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La difesa lamentava la mancata rivalutazione della pericolosità sociale del soggetto dopo un periodo di detenzione. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la questione non era stata sollevata in appello ed era formulata in modo generico, senza dimostrare che la carcerazione fosse durata almeno due anni, limite minimo previsto dalla legge per far scattare l'obbligo di verifica. Di conseguenza, la condanna a un anno di reclusione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: saltare una firma costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale non si è presentato presso la stazione dei Carabinieri per apporre la firma quotidiana, violando le prescrizioni del giudice. Condannato nei primi gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la mancata firma non costituisse reato ai sensi della normativa antimafia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sorveglianza speciale consente l'imposizione di qualsiasi prescrizione necessaria alla difesa sociale. Di conseguenza, la violazione dell'obbligo di firma integra pienamente il reato previsto dal codice antimafia. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: fuggire dai controlli costa la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di arresto per un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'imputato era stato trovato assente dal proprio domicilio durante i controlli della polizia. La difesa sosteneva che non vi fosse certezza sul reale domicilio del soggetto e lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la polizia conosceva perfettamente l'abitazione per via di precedenti notifiche e controlli, mentre l'imputato non aveva mai comunicato cambi di residenza. Inoltre, la gravit" della condotta e i numerosi precedenti penali escludono la concessione di sconti di pena.
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Pericolosità sociale: la Cassazione frena sui vecchi reati
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. I giudici di secondo grado avevano confermato la misura basandosi su fatti risalenti nel tempo, ignorando del tutto che il Tribunale di Sorveglianza avesse recentemente concesso al soggetto l'affidamento in prova con una valutazione pienamente positiva della sua condotta. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene le due misure siano astrattamente compatibili, il giudice non può ignorare elementi favorevoli sopravvenuti. L'omissione di tale valutazione rende la motivazione apparente. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento, ordinando un nuovo esame che valuti la reale e attuale pericolosità sociale del soggetto.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il caso riguarda Il Sottoposto, a cui era stata applicata la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. I giudici di merito avevano confermato la misura basandosi solo sui suoi vecchi precedenti penali e sul legame di parentela con un esponente della criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Sottoposto, stabilendo che i giudici non possono presumere in automatico la persistenza del legame criminale dopo molti anni di carcere. È invece obbligatorio accertare l'attualità della pericolosità sociale. Nel valutare questo requisito, i giudici devono considerare elementi positivi come la liberazione anticipata ottenuta per buona condotta e l'effettivo percorso di rieducazione del soggetto. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il Sottoposto ha impugnato il provvedimento che confermava l'applicazione della sorveglianza speciale per cinque anni. La difesa ha contestato la mancata valutazione dell'attualità della pericolosità sociale, evidenziando che il soggetto era stato detenuto per sei anni mostrando una condotta esemplare e l'assenza di nuovi elementi di minaccia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici di merito non possono basare la misura di prevenzione su una mera presunzione di appartenenza mafiosa legata a condanne passate. È necessario valutare concretamente il percorso di risocializzazione del detenuto e l'effettiva operatività del gruppo criminale. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale: quando tre incontri portano alla condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato a cinque mesi di arresto per aver violato il divieto di associarsi abitualmente a soggetti pregiudicati o sottoposti a misure di sicurezza. L'imputato era stato sorpreso per tre volte in pochi giorni in compagnia di persone con precedenti penali. La difesa ha sostenuto l'occasionalità degli incontri e la brevità degli stessi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato, sono necessari plurimi e stabili contatti che dimostrino l'abitualità della frequentazione. Tre episodi ravvicinati nel tempo, uniti ad altri contatti successivi, sono sufficienti a dimostrare la violazione consapevole della prescrizione.
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Sorveglianza speciale: no alla misura se basata su vecchi reati
La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento che applicava la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni nei confronti di un cittadino. I giudici di secondo grado avevano giustificato la misura basandosi su vecchi precedenti penali e indagini in corso. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del cittadino, evidenziando che la pericolosità sociale deve essere attuale e non può basarsi su condotte risalenti a oltre cinque anni prima o su semplici indagini senza condanna. Inoltre, i giudici di merito non hanno valutato il percorso di reinserimento lavorativo e sociale del soggetto. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Misura di prevenzione: la detenzione cancella l’automatismo
L'Imputato, sottoposto alla sorveglianza speciale, veniva condannato per aver guidato senza patente. La difesa eccepiva che l'efficacia della misura di prevenzione era sospesa, poiché l'uomo era stato detenuto per oltre tre anni e non vi era stata la necessaria rivalutazione della sua pericolosità sociale al momento della scarcerazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che una detenzione superiore a due anni sospende l'esecuzione della misura. Di conseguenza, senza un espresso giudizio di persistenza della pericolosità da parte del tribunale competente, la misura di prevenzione non riprende a operare e non si configura il reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di condanna, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame dei fatti.
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Niente circostanze attenuanti generiche per chi ha precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo che i giudici di merito avessero motivato la decisione in modo contraddittorio e insufficiente. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza del verdetto precedente. I giudici hanno evidenziato che la personalit fortemente negativa dell'uomo, gi gravato da due condanne precedenti e sottoposto a una misura di prevenzione con obbligo di soggiorno, impedisce la concessione di qualsiasi sconto di pena. Di conseguenza, il ricorrente " stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Guida senza patente: condannato il sorvegliato speciale
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato sorpreso alla guida di un motociclo senza possedere la patente di guida. Condannato nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando l'irregolarità della notifica del decreto di citazione in appello, eseguita presso il suo difensore di fiducia, e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la notifica al difensore è pienamente valida, poiché la prima notificazione si riferisce solo all'atto iniziale dell'intero procedimento. Inoltre, la condotta integra pienamente il reato di guida senza patente per chi è sottoposto a sorveglianza speciale, escludendo qualsiasi tenuità del fatto a causa della pericolosità sociale del soggetto.
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Attenuanti generiche: nessun regalo per chi viola la sorveglianza
Il Sottoposto alla Misura è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale, facendosi trovare in compagnia di un pregiudicato. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che le attenuanti generiche non costituiscono un regalo discrezionale del giudice, ma richiedono elementi positivi e specifici, non considerati da altre norme, che giustifichino una riduzione della pena. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento sanzionatorio: la pena è equa e il ricorso costa caro
L'Imputato è stato condannato per tentato furto aggravato e violazione della sorveglianza speciale. La Corte d'Appello ha ridotto la pena applicando le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità della sanzione e la mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. I giudici hanno chiarito che il trattamento sanzionatorio era sorretto da una motivazione congrua e logica. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto all'Imputato il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: la povertà non cancella la pericolosità
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale a causa dei suoi numerosi precedenti per spaccio di droga. L'uomo era fuggito all'estero per evitare la misura, per poi costituirsi anni dopo e riprendere subito le attività illecite e le frequentazioni con pregiudicati. La difesa sosteneva l'assenza di una reale pericolosità attuale e faceva leva sul basso tenore di vita del ricorrente, che percepiva il reddito di cittadinanza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sorveglianza speciale. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale è attuale e che, per applicare la misura, non serve dimostrare un tenore di vita lussuoso, ma basta accertare che i proventi dei reati abbiano costituito la principale fonte di sostentamento del soggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Pericolosità sociale: la sorveglianza speciale per chi non lavora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per due anni nei confronti di un uomo ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava la misura sostenendo che i carichi pendenti e i vecchi precedenti non bastassero a dimostrare la sua attuale pericolosità sociale. Tuttavia, i giudici hanno rilevato una ripetizione costante di reati legati allo spaccio di stupefacenti e una totale assenza di redditi leciti da oltre vent'anni. Questa combinazione dimostra che il soggetto trae il proprio sostentamento esclusivamente da attività illecite. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità della misura di prevenzione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la detenzione non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di un anno nei confronti di un giovane soggetto dedito allo spaccio di stupefacenti. Il ricorrente contestava la misura sostenendo la mancanza di attualità della sua pericolosità sociale, la giovane età e l'assenza di profitti significativi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la reiterazione sistematica di reati legati alla droga, unita alla totale assenza di redditi leciti, dimostra che il soggetto viveva abitualmente con i proventi dell'attività illecita. Inoltre, i giudici hanno chiarito che il periodo trascorso in detenzione non cancella automaticamente la pericolosità sociale, rendendo legittimo il giudizio prognostico di recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la fuga notturna costa la condanna
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale, essendo stato sorpreso fuori casa oltre l'orario consentito. Alla vista delle forze dell'ordine, l'uomo è fuggito, rientrando solo alle due del mattino. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo e ha chiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che per questo reato basta il dolo generico, ossia la consapevolezza di violare le regole. Inoltre, la fuga prolungata e i precedenti penali del soggetto escludono la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, la condanna a sei mesi di reclusione è stata confermata.
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