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Sequestro Preventivo — Anno 2023

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828 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sequestro Preventivo

Provvedimenti

Sequestro preventivo: no al blocco automatico dei beni
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un professionista contro il provvedimento che disponeva il sequestro preventivo dei suoi beni per oltre 570 mila euro, ipotizzato per reati di corruzione. Il Tribunale aveva confermato il blocco dei beni ritenendo che il pericolo di dispersione fosse implicito o legato al rischio di commettere nuovi reati. La Suprema Corte ha chiarito che anche nei reati contro la pubblica amministrazione il sequestro preventivo non è automatico. I giudici devono sempre motivare in modo specifico il "periculum in mora", ossia il rischio effettivo che i beni vengano nascosti o venduti prima della fine del processo, senza confondere questo rischio con la semplice possibilità di reiterare il reato. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: nullo se la trasmissione non è urgente
Un amministratore societario, indagato per riciclaggio a San Marino, ha subìto il sequestro preventivo di somme di denaro in Italia su richiesta dell'autorità estera. Il Giudice per le indagini preliminari ha concesso la misura applicando un vecchio trattato bilaterale del 1939. L'indagato ha contestato la mancata notifica del provvedimento straniero e le modalità di trasmissione della richiesta. La Corte di Cassazione ha stabilito che la notifica del decreto estero non è obbligatoria. Tuttavia, ha accolto il ricorso sulle modalità di trasmissione. La trasmissione diretta tra autorità giudiziarie è valida solo in casi di urgenza, secondo la Convenzione di Varsavia del 2005, che prevale sul vecchio trattato. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando al giudice di merito per verificare la regolarità della trasmissione.
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Sequestro preventivo: conti bloccati ma lo stipendio nuovo è salvo
Il caso riguarda un lavoratore accusato di bancarotta fraudolenta, il cui conto corrente è stato sottoposto a sequestro preventivo. Successivamente al blocco, sul conto sono affluiti lo stipendio di un nuovo lavoro e il trattamento di fine rapporto (TFR). La Corte di Cassazione ha stabilito che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta non può colpire somme di denaro lecite entrate nel patrimonio dopo l'esecuzione del provvedimento, poiché l'azzeramento del conto impedisce la "confusione" tra denaro lecito e profitto illecito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato parzialmente la decisione precedente, disponendo che il Tribunale di Roma riesamini il caso per restituire le retribuzioni lecite maturate dopo il blocco dei conti.
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Sequestro preventivo: l’amministratrice perde l’auto e le carte
L'Amministratrice di Sostegno di diversi soggetti vulnerabili è stata accusata del reato di peculato per l'ammanco di oltre 81.000 euro dai conti dei suoi assistiti. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo della somma, delle carte di pagamento delle persone offese e dell'auto dell'indagata. L'indagata ha proposto ricorso per cassazione contestando la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi erano generici e ripetitivi. Inoltre, ha confermato che l'indagata non ha la legittimazione per contestare il sequestro di carte intestate a terzi e non ha provato l'indispensabilità dell'auto per il lavoro. Di conseguenza, il sequestro preventivo resta confermato e l'indagata è stata condannata alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo: confermato il blocco del denaro lecito
Il Direttore del Cimitero, accusato di induzione indebita per aver preteso denaro in contanti in cambio di concessioni funebri, ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo di circa ventimila euro rinvenuti in buste di plastica. Il ricorrente sosteneva che il denaro appartenesse alla ex moglie convivente e derivasse da risparmi leciti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorrente non ha la legittimazione attiva per reclamare beni di terzi. Inoltre, la confisca del denaro è sempre diretta a causa della sua natura fungibile, rendendo irrilevante la prova della provenienza lecita delle specifiche banconote sequestrate. Di conseguenza, il sequestro preventivo è stato confermato.
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Appropriazione indebita: senza querela salta il sequestro
Il Tribunale di Macerata aveva confermato il sequestro preventivo dei beni di un soggetto indagato per il reato di appropriazione indebita. I giudici ritenevano il reato procedibile d'ufficio a causa della gravità del danno patrimoniale. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso evidenziando che, a seguito della Riforma Cartabia (D.Lgs. n. 150/2022), l'art. 649-bis c.p. è stato modificato: la procedibilità d'ufficio non è più prevista per i casi di danno di rilevante gravità. Poiché la vittima non ha presentato querela entro i termini di legge, è venuta a mancare la necessaria condizione di procedibilità. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio il sequestro, ordinando l'immediata restituzione dei beni all'avente diritto.
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Sequestro preventivo delle quote: i soci perdono il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo delle quote di una società a responsabilità limitata, intestate a due soci accusati di bancarotta fraudolenta. I ricorrenti contestavano il legame tra le quote e il reato, sostenendo inoltre che una sentenza civile di revoca del trasferimento escludesse il pericolo di ulteriori cessioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il sequestro preventivo delle quote è legittimo poiché i beni sono indirettamente collegati al disegno distrattivo. Inoltre, l'azione revocatoria civile non elimina il pericolo di alienazione fino al passaggio in giudicato della sentenza. Di conseguenza, i soci perdono il ricorso e devono pagare le spese processuali.
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Competenza territoriale reati tributari: ko la sede fittizia
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo nei confronti della Legale Rappresentante di una società, accusata di aver utilizzato fatture false emesse da una società cartiera. La difesa contestava la competenza territoriale del Tribunale di Verona, sostenendo che la competenza spettasse a Milano o Lodi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo un importante principio sulla competenza territoriale reati tributari: quando la sede della società emittente è fittizia e non è possibile individuare il luogo esatto di emissione delle fatture, la competenza si radica nel luogo in cui è avvenuto il primo accertamento del reato. Nel caso specifico, le indagini e il sequestro dei documenti erano partiti da Verona, rendendo così legittimo l'operato del tribunale locale.
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Miscelazione illecita di carburante: distributore sotto sequestro
Il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro preventivo del distributore privato di una società di autotrasporti. L'amministratore era indagato per la miscelazione illecita di carburante, avendo unito gasolio per autotrazione con gasolio marino esente da accisa per evadere le imposte. La difesa ha contestato il provvedimento lamentando l'assenza di prove e di pericoli concreti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il sequestro è ammesso solo per violazione di legge e non per valutare nuovamente il merito dei fatti. Le analisi chimiche hanno confermato la presenza anomala di zolfo, e il rischio di reiterazione del reato giustifica pienamente la misura cautelare. Di conseguenza, il sequestro rimane attivo e il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Conflitto di interessi del legale rappresentante: ko il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un amministratore, indagato per reati tributari, che aveva impugnato un sequestro preventivo. Il sequestro aveva colpito esclusivamente i beni della sua azienda. La Corte ha stabilito che l'amministratore non ha interesse a impugnare se il sequestro non tocca i suoi beni personali. Inoltre, la nomina del difensore della società effettuata dallo stesso amministratore è nulla. Esiste infatti un assoluto conflitto di interessi del legale rappresentante quando questi è indagato per il reato presupposto commesso nell'interesse dell'ente. Di conseguenza, la richiesta di riesame presentata da quel difensore è inammissibile. L'amministratore è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo per reati tributari: liquidatore condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un professionista contro il sequestro preventivo per reati tributari disposto sui suoi beni. Il ricorrente, nella veste di commercialista e liquidatore di due società satellite, era accusato di aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti per evadere l'Iva. La difesa sosteneva la sua totale estraneità e inconsapevolezza rispetto alle frodi ideate da terzi. Tuttavia, le indagini e le intercettazioni hanno dimostrato il suo ruolo attivo nella creazione del sistema evasivo e nella redazione di bilanci falsi per nascondere i debiti erariali. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il sequestro e condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Auto svizzere a noleggio: no al contrabbando doganale
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'annullamento del sequestro preventivo di due auto di lusso immatricolate in Svizzera e destinate al noleggio in Italia. L'accusa ipotizzava il reato di contrabbando doganale per mancato pagamento dei dazi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, confermando la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno stabilito che l'onere della prova sull'origine extra-UE dei veicoli spetta all'accusa, la quale non ha dimostrato che le auto fossero prodotte fuori dall'Unione Europea, elemento necessario per escludere l'applicazione dell'accordo di libero scambio CEE-Svizzera del 1972. Inoltre, la documentazione era insufficiente per contestare l'evasione dell'IVA all'importazione. Di conseguenza, il sequestro delle autovetture rimane annullato e i beni restano liberi.
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Deposito atti penali via PEC: l’indirizzo errato nega il riesame
Il Tribunale di Messina ha dichiarato inammissibile l'istanza di riesame presentata da un'indagata contro un sequestro preventivo di oltre novemila euro. Il difensore aveva trasmesso l'atto tramite posta elettronica certificata a un indirizzo diverso da quello unico e ufficiale stabilito per il deposito degli atti penali. L'indagata ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la regolarità dell'invio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il deposito atti penali via PEC deve avvenire tassativamente ed esclusivamente all'indirizzo abilitato dal Ministero della Giustizia, pena l'inammissibilità dell'impugnazione. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e l'indagata è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Sequestro preventivo: l’auto in buona fede resta bloccata
Un truffatore ha noleggiato tre auto, ha falsificato i documenti di proprietà e ha venduto una di esse a un acquirente in buona fede. Il veicolo è stato sottoposto a sequestro preventivo. L'acquirente ha chiesto la revoca del blocco, sostenendo di aver acquistato regolarmente il mezzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro preventivo. I giudici hanno chiarito che la regola del "possesso vale titolo" non si applica ai beni mobili registrati, come le automobili. Poiché il venditore non era il reale proprietario, il trasferimento non è valido. Inoltre, la circolazione di un'auto con intestazione falsa rappresenta un pericolo concreto di aggravamento del reato, giustificando la misura cautelare anche a danno del terzo estraneo in buona fede.
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Sequestro preventivo: rischio d’impresa non basta per il blocco
Il Tribunale di Crotone aveva confermato il sequestro preventivo di oltre 1,8 milioni di euro nei confronti del legale rappresentante di una società, indagato per reati tributari. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione contestando la mancanza di una motivazione concreta sul pericolo di dispersione dei beni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il semplice riferimento al rischio d'impresa, inteso come le normali spese di gestione aziendale, costituisce una motivazione solo apparente. Per disporre il sequestro preventivo, il giudice deve dimostrare in modo concreto ed effettivo il reale pericolo di perdita dei beni prima della confisca. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: la casa abusiva si può bloccare
Un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti ha subito il sequestro preventivo di un immobile di sua proprietà adibito a casa familiare. La difesa ha contestato il provvedimento, sostenendo che l'immobile, essendo abusivo e con una pratica di condono edilizio ancora pendente, fosse per legge inalienabile. Di conseguenza, secondo la difesa, mancava il pericolo di vendita del bene durante il processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che gli immobili abusivi non sono del tutto esclusi dal mercato e possono essere venduti a determinate condizioni. Pertanto, il pericolo di alienazione sussiste e giustifica pienamente il sequestro preventivo finalizzato alla futura confisca del bene.
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Sequestro preventivo: redditi da fame ma acquisti di lusso
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di immobili e di un'auto intestati a un cittadino accusato di reati di droga. Le indagini patrimoniali avevano rivelato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dal nucleo familiare (circa 1.500 euro in nove anni) e il valore dei beni acquistati. La difesa ha cercato di giustificare gli acquisti producendo documenti fiscali spagnoli non tradotti in italiano. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: i documenti in lingua straniera privi di traduzione non possono essere utilizzati per dimostrare la provenienza lecita del denaro. Il sequestro preventivo rimane quindi valido a causa della mancata prova della legittimità delle risorse finanziarie utilizzate per gli acquisti.
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Misura interdittiva: l’errore nel ricorso costa caro
Un imprenditore, accusato di indebita compensazione di crediti d'imposta, ha impugnato l'applicazione di una misura interdittiva. Tuttavia, nel ricorso in Cassazione, il suo difensore ha erroneamente contestato la competenza territoriale relativa a un diverso provvedimento di sequestro preventivo, anziché concentrarsi sulla misura interdittiva effettivamente applicata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità e aspecificità, poiché i motivi di contestazione non riguardavano l'atto impugnato. Di conseguenza, l'imprenditore ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Indebita compensazione: consulente o complice? Sequestro confermato
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente dei beni di una professionista, accusata di concorso nel reato di indebita compensazione di crediti d'imposta fittizi. La ricorrente sosteneva di aver agito come semplice consulente fiscale, priva di consapevolezza del disegno criminoso guidato da un terzo. Tuttavia, i giudici hanno valorizzato il suo ruolo attivo nella trasmissione dei modelli F24 e nella gestione contabile di società cartiere, oltre a messaggi in chat che dimostravano una piena e fedele adesione al sodalizio criminale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare reale e condannando la ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: il pagamento del debito sblocca i beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro la revoca parziale del sequestro preventivo sui beni personali di due indagati per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. La decisione si fonda sulla sopravvenuta carenza di interesse: in un parallelo giudizio, la stessa Corte aveva già annullato senza rinvio il provvedimento genetico di sequestro preventivo. Tale annullamento è derivato dall'integrale pagamento del debito tributario da parte degli indagati, circostanza che per legge impedisce qualsiasi forma di confisca o sequestro correlato. Di conseguenza, non essendoci più un vincolo cautelare originario da ripristinare, il ricorso dell'accusa è stato respinto, confermando la definitiva restituzione dei beni ai legittimi proprietari.
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