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Scriminante — Anno 2022

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211 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Scriminante

Provvedimenti

Diffamazione nei documenti giudiziari: difesa o offesa?
Un cliente si oppone a un decreto ingiuntivo per il pagamento di parcelle professionali. Nel farlo, inserisce nell'atto accuse infondate e diffamatorie contro il professionista, accusandolo di aver esposto pubblicamente atti giudiziari compromettenti. L'imputato invoca l'immunità per le offese contenute negli scritti difensivi. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la tutela non si applica se le offese sono del tutto estranee all'oggetto della causa e non necessarie alla difesa. Si configura così la diffamazione nei documenti giudiziari. L'imputato viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Stato di necessità e tentata estorsione: condannato il figlio
Un detenuto ha inviato gravi minacce al padre per estorcergli trentamila euro una volta uscito dal carcere. La difesa ha invocato lo stato di necessità, sostenendo che il giovane vivesse in condizioni di estremo disagio e abbandono. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il disagio economico o affettivo non configura lo stato di necessità (art. 54 c.p.), il quale richiede un pericolo imminente e inevitabile di un danno grave alla persona. Di conseguenza, la condanna per tentata estorsione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rischio consentito e colpi proibiti: il danno da combattimento
Un atleta ha subito la perdita di un testicolo a causa di un colpo proibito sferrato dall'avversario durante un allenamento di arti marziali miste. I giudici di merito hanno respinto la richiesta di risarcimento applicando la scriminante del rischio consentito, nonostante la violazione delle regole del gioco. L'atleta ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando la particolare importanza della questione, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. I giudici devono stabilire se il rischio consentito operi anche negli sport a violenza necessaria a fronte di colpi vietati, purché connessi all'azione di gioco. La causa è stata quindi rinviata alla pubblica udienza per una decisione definitiva.
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Stato di necessità e furto: la povertà non cancella il reato
Un uomo, condannato per furto aggravato, ha presentato ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità a causa della propria condizione di povertà. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice indigenza non basta a giustificare un reato tramite lo stato di necessità. Mancano infatti i requisiti dell'attualità e dell'inevitabilità del pericolo, poiché il cittadino può rivolgersi ai servizi di assistenza sociale per soddisfare i propri bisogni primari. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la protesta in casa è reato
Durante una perquisizione domiciliare legittima condotta dai Carabinieri, tre donne conviventi con un soggetto trovato in possesso di stupefacenti hanno reagito violentemente con insulti, minacce, calci e pugni per impedire le operazioni. Accusate di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, le donne hanno invocato la legittima reazione ad atti arbitrari, lamentando il disordine creato in casa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il disordine causato da una perquisizione non costituisce un atto arbitrario e che la violenza fisica configura pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale, escludendo qualsiasi scriminante.
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Rifiuto dell’alcoltest: il prelievo tardivo non cancella il reato
Un automobilista, fermato dalle forze dell'ordine, si opponeva al controllo sul tasso alcolemico tentando di fuggire e fingendo di soffiare nell'etilometro per sei volte. Solo molte ore dopo accettava un prelievo di sangue in ospedale. Condannato nei precedenti gradi di giudizio, ricorreva in Cassazione sostenendo che il successivo esame ematico escludesse il reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto dell'alcoltest. I giudici hanno chiarito che il rifiuto dell'alcoltest è un reato istantaneo che si consuma immediatamente su strada; di conseguenza, qualsiasi consenso prestato ore dopo in ospedale è del tutto irrilevante ai fini della colpevolezza.
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Prescrizione del reato: annullata la condanna per lesioni
L'Imputato, condannato per lesioni aggravate e minacce, ha proposto ricorso in Cassazione invocando la legittima difesa e contestando la ricostruzione dei fatti. Nel corso del giudizio di legittimità, la Persona Offesa ha revocato la propria costituzione di parte civile. La Suprema Corte, riscontrando la non manifesta infondatezza del ricorso per un errore dei giudici di merito nella valutazione delle prove, ha rilevato la sopravvenuta prescrizione del reato, maturata prima della decisione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna per intervenuta prescrizione del reato e ha revocato le statuizioni civili, liberando l'Imputato da ogni conseguenza penale e civile.
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Legittima difesa e uso di armi: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per lesioni personali aggravate. L'imputato invocava la legittima difesa e uso di armi per giustificare la propria condotta violenta. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove o una ricostruzione alternativa dei fatti in sede di Cassazione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Legittima difesa putativa: la paura non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per lesioni personali aggravate e percosse. L'imputato invocava la legittima difesa putativa, sostenendo di aver agito credendo erroneamente di essere in pericolo. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quanto già deciso in appello. Inoltre, la difesa ha tentato di contestare la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove, un'operazione vietata nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Falsa denuncia di smarrimento: salvare il conto costa il carcere
Un imprenditore ha consegnato due assegni a un professionista come pagamento per una consulenza. Successivamente, trovandosi in difficoltà economiche e volendo evitare il protesto dei titoli, ha presentato una falsa denuncia di smarrimento per bloccarne l'incasso. Questo comportamento ha fatto scattare l'accusa di calunnia, poiché l'imprenditore sapeva che il ricevente era innocente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imprenditore, confermando la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che la falsa denuncia di smarrimento integra il reato di calunnia e che il timore del protesto non costituisce uno stato di necessità idoneo a escludere la punibilità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Utilizzo indebito di carte di credito: il consenso non salva
Tre coinquilini sono stati condannati per l'utilizzo indebito di carte di credito appartenenti a un altro coinquilino, usate per ricariche telefoniche e biglietti aerei. I condannati hanno fatto ricorso in Cassazione sostenendo che vi fosse un accordo o un consenso implicito e contestando il rifiuto del giudice di ammettere nuove prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il consenso della vittima non cancella il reato di utilizzo indebito di carte di credito, poiché la legge tutela non solo il patrimonio del singolo, ma anche la sicurezza collettiva delle transazioni commerciali. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Concordato e omesso versamento IVA: il fisco batte la crisi
L'Amministratore di una società ha omesso il versamento dell'IVA per l'anno 2017, superando la soglia di rilevanza penale. La difesa sosteneva che la pendenza di una domanda di concordato preventivo giustificasse il mancato pagamento, escludendo il reato di omesso versamento IVA per tutelare la parità di trattamento dei creditori. Il Tribunale del Riesame aveva quindi annullato il sequestro preventivo dei beni. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la semplice presentazione della domanda di concordato non blocca gli obblighi fiscali né costituisce una causa di giustificazione, a meno che non vi sia un espresso provvedimento del giudice fallimentare che vieti il pagamento. La sentenza di annullamento del sequestro è stata quindi cassata con rinvio.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato e diffamazione
Un Amministratore Pubblico era stato condannato in appello per diffamazione continuata ai danni di una Preside Scolastica, per aver segnalato via e-mail presunti abusi all'interno di un istituto. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione invocando il diritto di critica e l'adempimento di un dovere. Tuttavia, prima della decisione, l'imputato è deceduto. La Corte di Cassazione ha quindi pronunciato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato per morte dell'imputato. Questa formula cancella ogni statuizione penale a carico del defunto, chiudendo definitivamente il procedimento senza entrare nel merito dei motivi di ricorso presentati dalla difesa.
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Particolare tenuità del fatto: negata dopo la rissa reciproca
A seguito di uno scontro fisico reciproco, il Giudice di Pace ha condannato un cittadino alla multa di quattrocento euro per percosse. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto ai sensi dell'articolo 131-bis del codice penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto prevista dal codice penale non si applica nei procedimenti davanti al Giudice di Pace, dove vige la disciplina speciale dell'articolo 34 del decreto legislativo 274/2000. L'inammissibilità del ricorso ha impedito anche la dichiarazione di prescrizione del reato, confermando la condanna e comportando la sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Legittima difesa: la falsa scusa non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna per lesioni personali e minacce ai danni della Persona Offesa. L'Imputato invocava la legittima difesa, sostenendo di essersi soltanto difeso da un'aggressione. I giudici hanno però escluso la legittima difesa poiché non vi era un pericolo attuale e inevitabile per l'incolumità dell'Imputato. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la recidiva, anche se bilanciata dalle attenuanti, rileva per il calcolo dei tempi di prescrizione, estendendo il termine a dieci anni. Infine, l'attendibilità della Persona Offesa è stata ritenuta solida grazie alle dichiarazioni di testimoni e ai referti medici. L'Imputato è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Omessa dichiarazione dei redditi: la crisi non salva dal reato
Il Titolare di una ditta individuale è stato condannato per il reato di omessa dichiarazione dei redditi. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la grave crisi economica della sua attività gli aveva impedito di pagare le tasse, escludendo così la sua volontà di commettere il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la crisi economica può influire sul pagamento delle imposte, ma non giustifica in alcun modo la mancata presentazione della dichiarazione fiscale. Trattandosi di un obbligo documentale autonomo, la sua omissione sopra le soglie di legge costituisce reato indipendentemente dalle difficoltà finanziarie. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: i limiti del creditore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un creditore condannato per violazione di domicilio e lesioni. L'imputato pretendeva la restituzione di una somma di denaro da un terzo estraneo al debito, ex coniuge del vero debitore. La difesa invocava l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo che l'uomo volesse solo esercitare un proprio diritto. I giudici hanno chiarito che questo reato presuppone una pretesa giuridicamente esigibile verso il vero debitore. Non si può applicare la scriminante se si minaccia un soggetto terzo non obbligato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Legittima difesa: quando la reazione diventa reato
L'Imputato è stato condannato per lesioni personali aggravate dopo aver colpito la vittima con una bottiglia di vetro. La difesa ha invocato la legittima difesa, sostenendo che la vittima avesse iniziato il litigio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che non può configurarsi la legittima difesa se manca la proporzione tra la presunta minaccia e la reazione violenta. Nel caso specifico, l'aggressore ha continuato a colpire la vittima anche quando questa si trovava a terra inerme, escludendo così sia l'attualità del pericolo sia la necessità di difendersi. Inoltre, la sproporzione della reazione impedisce anche il riconoscimento dell'attenuante della provocazione.
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Diritto di critica: esposto contro avvocato non è diffamazione
Il Presidente della Commissione per la determinazione delle indennità di esproprio invia un esposto al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati e ad altre autorità per segnalare la condotta ostruzionistica di un Avvocato, accusandolo di interferire con i lavori della commissione attraverso continue diffide. Condannato nei primi due gradi di giudizio per diffamazione, il Presidente propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte annulla la condanna senza rinvio perché il fatto non costituisce reato. I giudici stabiliscono che la condotta è coperta dal legittimo esercizio del diritto di critica. Le espressioni utilizzate nell'esposto, sebbene aspre e severe, erano strettamente collegate ai fatti e dirette all'operato professionale dell'Avvocato, senza sfociare in insulti personali gratuiti e rispettando così il limite della continenza.
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Slot abusive ma sanzione nulla per motivazione apparente
Un'azienda installava apparecchi da gioco leciti presso un esercente terzo. L'Amministrazione riscontrava la raccolta abusiva di scommesse da parte dell'esercente e sanzionava l'azienda installatrice. Il Tribunale e la Corte d'appello confermavano la sanzione. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, rilevando un vizio di motivazione apparente. I giudici d'appello non hanno infatti spiegato se e come gli apparecchi dell'azienda fossero stati effettivamente usati per le scommesse illecite, limitandosi a confermare la presenza fisica dei dispositivi. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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