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Repechage

133 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'obbligo del datore di lavoro di verificare la possibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni prima di procedere al licenziamento.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Licenziamento illegittimo: la rinuncia al ricorso estingue il giudizio
Un Lavoratore, licenziato da un'Azienda, aveva ottenuto in appello il riconoscimento dell'illegittimità del suo licenziamento e un'indennità risarcitoria. L'Azienda non aveva rispettato l'obbligo di repêchage, cioè di ricollocare il dipendente in altre mansioni compatibili. Il Lavoratore ha poi presentato un ricorso in Cassazione. Tuttavia, ha successivamente deciso di presentare una **rinuncia al ricorso**, accettata dall'Azienda. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, senza pronunciare sulle spese legali, a causa della rinuncia concordata tra le parti.
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Licenziamento per Giustificato Motivo Oggettivo: Reintegra o Indennizzo?
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo da un'azienda. La Corte d'Appello aveva già stabilito l'illegittimità del licenziamento a causa della mancata osservanza dell'obbligo di repêchage da parte dell'azienda, ordinando la reintegrazione del lavoratore. L'azienda ha impugnato la decisione, sostenendo errori procedurali e l'applicazione errata della tutela reintegratoria. La Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando la reintegra del lavoratore. Ha sottolineato che la violazione dell'obbligo di repêchage era già coperta da giudicato interno e ha applicato i principi derivanti dalla dichiarazione di incostituzionalità della parola "manifesta" nell'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, rafforzando la tutela contro il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
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Licenziamento e Errore Revocatorio: Quando la Cassazione non riesamina i fatti
Un lavoratore, licenziato per giustificato motivo oggettivo, ha impugnato il licenziamento. La Corte di Cassazione aveva confermato la validità del recesso, ritenendo rispettato l'obbligo di repêchage. Il lavoratore ha quindi proposto un ricorso per errore revocatorio, sostenendo che la precedente sentenza avesse valutato erroneamente le prove relative alla disponibilità di posti. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'errore revocatorio riguarda solo errori di percezione dei fatti, non errori di giudizio o di valutazione delle prove. La sentenza precedente si basava su un'ampia analisi probatoria, rendendo l'impugnazione un tentativo di riesame del merito, non consentito.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: reintegra dovuta
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente adducendo un calo di fatturato e la cancellazione della sua posizione lavorativa. Il giudice di secondo grado ha accertato l'illegittimità del recesso per mancata soppressione del ruolo, ma ha negato la reintegrazione sul posto di lavoro, assegnando solo una modesta indennità risarcitoria per assenza di manifesta insussistenza del fatto. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale impostazione in seguito alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno eliminato il requisito della manifesta insussistenza. I giudici supremi hanno chiarito che, dinanzi all'inesistenza del motivo aziendale, il ripristino del posto di lavoro è automatico e non alternativo all'indennizzo.
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Licenziamento ritorsivo: quando il motivo illecito prevale sul giustificato motivo
Un Lavoratore è stato licenziato per presunta riduzione di personale. Ha contestato il licenziamento, ritenendolo un licenziamento ritorsivo a causa delle sue richieste. Il Tribunale ha dato ragione al Lavoratore, ma la Corte d'Appello ha escluso la natura ritorsiva, riconoscendo un giustificato motivo oggettivo e condannando l'Azienda a un'indennità. La Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore. Ha stabilito che la Corte d'Appello non ha correttamente valutato l'onere della prova sul giustificato motivo oggettivo e sull'obbligo di repechage, né ha considerato adeguatamente gli indici di ritorsività. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Licenziamento del dirigente: illegittimo se il motivo è fittizio
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso intimato da una banca a un proprio dirigente d'area. L'istituto di credito aveva giustificato il licenziamento del dirigente adducendo la riorganizzazione aziendale e la riduzione dei settori territoriali da quattro a tre. I giudici hanno accertato la natura pretestuosa e arbitraria della decisione. La banca ha infatti affidato le medesime funzioni a una risorsa inquadrata come quadro e assunto nuovo personale per gestire le aree residue. Tale condotta viola le regole di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto. Nonostante la libertà di recesso nei rapporti dirigenziali, la riorganizzazione aziendale non può celare il mero intento di estromettere un dipendente sgradito. La Suprema Corte ha pertanto rigettato il ricorso del datore di lavoro, confermando l'obbligo di versare l'indennità supplementare.
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Perde l’appalto ma assume: nullo il licenziamento oggettivo
Una cooperativa sociale ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un'educatrice a seguito della perdita di un appalto per la gestione di asili nido. La dipendente ha impugnato il recesso contestando la violazione dell'obbligo di ripescaggio (repêchage). I giudici di merito hanno accertato la disponibilità di posti vacanti e l'assunzione di nuovo personale a termine in altre strutture gestite dalla società, dichiarando illegittimo il recesso e condannando il datore di lavoro all'indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa, confermando che l'azienda non ha assolto l'onere probatorio relativo all'impossibilità di ricollocare la lavoratrice all'interno della propria organizzazione aziendale.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: repêchage nullo
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente dopo la perdita di un appalto di ristorazione. La Corte di Appello ha dichiarato illegittimo il recesso per mancata dimostrazione dell'impossibilità di ricollocare il dipendente (violazione dell'obbligo di repechage), concedendo però solo un risarcimento economico. La Corte di Cassazione ha rigettato le difese dell'azienda e accolto il ricorso del dipendente sulla tutela applicabile. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 125 del 2022, che ha cancellato il requisito della manifesta insussistenza del fatto, l'assenza di giustificato motivo per mancato repechage apre alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Suprema Corte ha rimesso la decisione ai giudici di merito per l'applicazione della nuova disciplina.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e repechage
Un'azienda ha intimato un licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente a seguito della riduzione di un appalto. La comunicazione di recesso è avvenuta tramite lettere aziendali relative alla procedura conciliativa e al saldo delle competenze. Il lavoratore ha impugnato il recesso contestando la mancanza di forma scritta e l'assenza delle ragioni economiche. La Corte d'Appello ha riconosciuto la validità della forma scritta ma ha dichiarato il recesso illegittimo per mancata prova dell'impossibilità di repechage, ordinando la reintegrazione e il risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. La mancata dimostrazione dell'impossibilità di ricollocare il lavoratore rende insussistente il fatto posto a base del recesso e giustifica la reintegrazione ex articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
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Mancata iscrizione albo fisioterapisti: valido il licenziamento
Un'Azienda Sanitaria ha licenziato un dipendente assunto con mansioni sanitarie a causa della mancata iscrizione albo fisioterapisti entro i termini previsti. Il lavoratore, in possesso del solo diploma di massofisioterapista, non aveva richiesto nei tempi l'inserimento negli elenchi speciali istituiti dalla riforma. Il dipendente ha impugnato il recesso invocando una successiva riapertura normativa dei termini e chiedendo l'assegnazione a mansioni diverse. I giudici di merito hanno respinto le domande del lavoratore. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento. I giudici supremi hanno chiarito che le nuove norme non hanno efficacia retroattiva sulle decadenze già maturate. Il titolo di massofisioterapista non equivale alla laurea abilitante sanitaria.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: guida
La Corte di Cassazione chiarisce i presupposti del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, confermando l'onere del datore di lavoro di provare l'impossibilità di reimpiegare il dipendente (repêchage). La decisione analizza il nesso tra riorganizzazione aziendale e soppressione del posto, stabilendo i criteri per la legittimità della sanzione espulsiva.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: reintegra
Una dipendente subisce un licenziamento per giustificato motivo oggettivo per soppressione del proprio posto. I giudici d'appello accertano la reale soppressione della posizione, ma rilevano che la banca non ha provato l'impossibilità di ricollocare la dipendente in altre mansioni (repêchage). Nonostante tale carenza probatoria, la Corte territoriale concede soltanto un indennizzo economico, escludendo il ritorno sul posto di lavoro per presunta eccessiva onerosità aziendale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della lavoratrice e ribalta la pronuncia. I giudici di legittimità stabiliscono che la mancata prova del repêchage integra la totale insussistenza del fatto giustificativo. Di conseguenza, alla luce dei recenti arresti della Corte Costituzionale, il giudice deve applicare automaticamente la tutela della reintegrazione sul posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno, senza alcun margine di scelta discrezionale.
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licenziamento per inidoneità fisica: cosa sapere
La Corte d'Appello ha annullato un licenziamento per inidoneità fisica poiché basato su un parere medico non più attuale. Al momento del recesso, le condizioni del lavoratore erano migliorate, rendendolo idoneo alla mansione di operatore di macchine movimento terra. La Corte ha ordinato la reintegrazione e il risarcimento del danno.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: errore ma zero danni
Il Lavoratore ha promosso un'azione per far valere la responsabilità professionale dell'avvocato a causa del tardivo deposito di un ricorso contro il licenziamento, dichiarato inammissibile dal giudice del lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di risarcimento del danno avanzata dal Lavoratore. I giudici hanno applicato il giudizio controfattuale, rilevando che la causa originaria sarebbe stata comunque persa. All'epoca dei fatti, antecedenti alla Legge Fornero, il licenziamento privo di motivazione non era inefficace in automatico, ma richiedeva una tempestiva richiesta scritta di chiarimenti da parte del dipendente, mai effettuata. Di conseguenza, non essendoci un legame diretto tra l'errore del legale e la perdita del posto di lavoro, il risarcimento non è dovuto. Il Lavoratore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Licenziamento per cambio appalto: senza assunzione è nullo
Un'azienda di vigilanza ha intimato il licenziamento per cambio appalto a un dipendente, presupponendo il suo immediato passaggio alla società subentrante. Tuttavia, quest'ultima ha prima rifiutato l'assunzione e poi ha proposto un contratto a orario ridotto, interrompendo la continuità lavorativa. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il recesso, ordinando la reintegra del lavoratore e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che la legittimità del licenziamento per cambio appalto dipende dall'effettiva e incondizionata assunzione del lavoratore da parte della nuova azienda alle medesime condizioni. Senza questa garanzia reale, il licenziamento intimato dall'azienda uscente rimane nullo e privo di giustificazione.
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Licenziamento per cambio appalto: nullo se la nuova ditta rifiuta
Un lavoratore viene licenziato a causa di un cambio di appalto. La società subentrante, tuttavia, rifiuta inizialmente l'assunzione e successivamente propone condizioni contrattuali peggiorative con orario ridotto. Il lavoratore impugna il provvedimento. La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del recesso, stabilendo che il licenziamento per cambio appalto è legittimo solo se si realizza l'effettivo e incondizionato passaggio del dipendente alla nuova azienda, senza soluzioni di continuità e alle medesime condizioni economiche. Di conseguenza, la Suprema Corte rigetta il ricorso dell'azienda uscente, confermando la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro e la condanna al risarcimento del danno pari a dodici mensilità.
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Licenziamento collettivo: legittima la chiusura della sede
Un gruppo di dipendenti ha impugnato il licenziamento collettivo intimato da una nota società di telecomunicazioni, lamentando l'illegittimità della procedura, la mancata applicazione del repechage e l'errata selezione del personale da mandare a casa. La Corte d'Appello ha rigettato le domande dei lavoratori, ritenendo corretta la chiusura del sito produttivo e la trasparenza della comunicazione sindacale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che il controllo del tribunale deve limitarsi alla regolarità formale della procedura, senza poter sindacare le scelte strategiche e organizzative dell'imprenditore, come la chiusura di una specifica sede. Di conseguenza, i lavoratori hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Licenziamento del dirigente: fusione aziendale e niente repêchage
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di un dirigente e di un istituto bancario, confermando la legittimità del recesso datoriale. Il caso nasce dal licenziamento del dirigente a seguito di una fusione societaria, motivato dall'assenza di posizioni organizzative adeguate al suo ruolo. La Suprema Corte ha chiarito che per il licenziamento del dirigente non si applica l'obbligo di repêchage (ricollocamento). Inoltre, ha stabilito che l'indennità sostitutiva del preavviso non deve essere computata nel calcolo del trattamento di fine rapporto (TFR) in caso di recesso immediato. Infine, la Cassazione ha respinto il ricorso incidentale della banca in merito alla quantificazione della penale per il patto di stabilità, confermando la decisione della Corte d'appello.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: no a offerte tardive
Una lavoratrice ha impugnato l'esclusione dal passivo fallimentare dei crediti derivanti da un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ritenuto illegittimo per violazione dell'obbligo di repêchage. Il Tribunale aveva ritenuto legittimo il recesso valorizzando una proposta di ricollocamento formulata dall'azienda quattordici giorni dopo il licenziamento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che l'impossibilità di ricollocare il dipendente deve essere valutata rigorosamente al momento del licenziamento e non in un momento successivo. Di conseguenza, una proposta tardiva non sana l'illegittimità del recesso ma, al contrario, dimostra la disponibilità di posizioni alternative. La Suprema Corte ha cassato il decreto con rinvio.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: regole e limiti
Un lavoratore, impiegato come necroforo, era stato inizialmente licenziato nell'ambito di una procedura collettiva poi dichiarata inefficace. Successivamente alla reintegrazione, l'azienda ha intimato un nuovo licenziamento per giustificato motivo oggettivo a causa della definitiva cessazione dell'appalto del servizio cimiteriale. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, lamentando l'illegittimità del recesso e la violazione dell'obbligo di ricollocamento (repechage). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando la legittimità del licenziamento. I giudici hanno chiarito che l'azienda ha dimostrato l'impossibilità di ricollocare il lavoratore in altri settori (porto ed eliporto), in quanto questi erano già saturi e richiedevano brevetti specifici non posseduti dal dipendente. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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