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Procedura Di Mobilità

17 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Procedura prevista dalla legge per gestire le eccedenze di personale nelle aziende, che permette ai lavoratori licenziati di essere iscritti in apposite liste per favorirne il reinserimento lavorativo, ricevendo un'indennità.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Cessione di ramo di azienda: nullo il passaggio fittizio
Una società commerciale ha scorporato un ipermercato creando una nuova azienda e cedendone subito le quote a un terzo privo di garanzie economiche. Pochi giorni dopo il passaggio, la nuova società ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per i dipendenti trasferiti. I giudici di merito hanno accertato la natura fittizia e fraudolenta dell'intera operazione, dichiarando nulla la cessione di ramo di azienda. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questa pronuncia, rigettando le difese della società cedente. L'operazione societaria mirava unicamente a espellere il personale aggirando i vincoli di tutela previsti dalla legge. Di conseguenza, la Corte ha ordinato il ripristino immediato del rapporto di lavoro dei dipendenti presso l'azienda originaria e il pagamento di tutte le retribuzioni maturate sin dal momento del presunto trasferimento.
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Licenziamento collettivo e nuove assunzioni: la reintegra
Un'azienda di vigilanza privata avvia una procedura di mobilità e licenzia una guardia giurata, lamentando la perdita di commesse e un esubero di personale. Nel giudizio di merito emerge una realtà opposta: la società ha taciuto ai sindacati l'aggiudicazione di cospicui appalti pubblici e ha proceduto a oltre cento nuove assunzioni nello stesso periodo. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il licenziamento collettivo per insussistenza delle ragioni aziendali, ordinando la reintegrazione e il risarcimento. La società impugna la decisione in Cassazione, ma successivamente deposita un atto di rinuncia formalmente accettato dal lavoratore. La Suprema Corte dichiara quindi estinto il giudizio, rendendo definitiva la tutela e la reintegra disposta in favore del dipendente.
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Licenziamento collettivo: illegittima la rettifica della lista
Un'azienda ha avviato un licenziamento collettivo per esuberi limitati esclusivamente al personale con qualifica di guardia giurata. Al termine dell'accordo sindacale, la società ha rettificato la graduatoria finale inserendo un lavoratore addetto alla reception, estraneo alla categoria negoziata. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il recesso per manifesta insussistenza del fatto, disponendo la reintegrazione del dipendente e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso aziendale confermando che l'estensione unilaterale della platea dei licenziandi, avvenuta senza il previo confronto sindacale, trasforma il recesso in un licenziamento individuale nullo e privo di giustificazione oggettiva.
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Licenziamento collettivo: elenchi tardivi e criteri di scelta
L'Azienda ha avviato una procedura conclusa con il Licenziamento collettivo di diversi dipendenti, tra cui Il Lavoratore. Quest'ultimo ha impugnato il recesso contestando i criteri di selezione e la mancata considerazione della propria anzianità convenzionale. L'Azienda ha ricorso in Cassazione lamentando la regolarità delle proprie comunicazioni ai sindacati. La Corte Suprema ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha stabilito che l'invio tardivo e frammentato degli elenchi dei licenziati rende il Licenziamento collettivo illegittimo, confermando l'obbligo di risarcimento indennitario. Allo stesso tempo, ha chiarito che l'anzianità convenzionale, concordata individualmente, non può derogare ai criteri legali di selezione, poiché violerebbe la trasparenza verso gli altri dipendenti.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se la lista è frammentata
Un'azienda ha avviato un licenziamento collettivo coinvolgendo centinaia di dipendenti nel settore dei servizi di vigilanza. Il datore di lavoro ha inviato la comunicazione finale prevista dalla legge allegando una graduatoria generale, omettendo però l'elenco nominativo specifico dei lavoratori licenziati. Successivamente la società ha inviato comunicazioni integrative a distanza di mesi per correggere i dati. La Corte d'Appello ha giudicato illegittimo il recesso, riconoscendo al dipendente un risarcimento di quindici mensilità. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e rigettato il ricorso aziendale. I giudici hanno stabilito che l'informativa finale del licenziamento collettivo deve essere unica, trasparente e tempestiva, vietando qualsiasi parcellizzazione o rettifica tardiva dell'elenco degli esuberi.
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Licenziamento collettivo nullo: elenchi tardivi e maxi indennizzo
Un'azienda di vigilanza ha avviato un licenziamento collettivo per centinaia di dipendenti. Il datore di lavoro ha inviato agli uffici competenti e ai sindacati una comunicazione iniziale priva dei nomi specifici dei lavoratori da espellere. In seguito, la società ha trasmesso integrazioni parziali e tardive, ben oltre il termine perentorio di sette giorni. Il dipendente ha impugnato il recesso contestando la violazione degli obblighi informativi. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo per difetto di trasparenza e frammentazione delle comunicazioni. I giudici hanno respinto il ricorso dell'azienda, convalidando l'indennità risarcitoria di venti mensilità a favore del lavoratore e condannando la società al rimborso integrale delle spese processuali.
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Perdita di chance: il Comune risarcisce anche l’indennità
Un ingegnere dipendente pubblico chiedeva il trasferimento presso un altro Comune per coprire un posto vacante. L'ente rifiutava la domanda e assumeva un altro professionista a tempo determinato, attribuendogli un'indennità di posizione. I giudici di merito accertavano l'illegittimità del comportamento del Comune, ma escludevano dal risarcimento l'indennità di posizione, ritenendo necessario l'effettivo svolgimento dell'attività. La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'indennità di posizione, essendo legata alla titolarità dell'ufficio e non al raggiungimento di obiettivi, deve essere inclusa nella valutazione del danno per perdita di chance. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Licenziamento collettivo: elenchi tardivi e dipendente risarcita
Un'azienda ha intimato un licenziamento collettivo a una dipendente, ma ha inviato la comunicazione finale obbligatoria in modo incompleto e frammentato. La prima nota, inviata prima dei licenziamenti, non conteneva i nominativi dei lavoratori coinvolti, mentre gli elenchi successivi sono stati trasmessi oltre il termine di legge. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il recesso, condannando l'azienda a pagare diciotto mensilità di indennità. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del datore di lavoro. I giudici hanno chiarito che la comunicazione dei lavoratori licenziati e dei criteri di scelta deve essere unica, trasparente e inviata tassativamente entro sette giorni dal primo licenziamento, per garantire il controllo dei sindacati e non compromettere i diritti di difesa del lavoratore.
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Licenziamento collettivo: azienda perde per poca trasparenza
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di due dipendenti per incompletezza informativa della comunicazione di avvio della procedura di mobilità. L'Azienda lamentava anche l'errata applicazione del rito ordinario anziché del rito Fornero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la mancata conversione del rito non invalida il processo se non arreca un concreto pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'illegittimità del licenziamento collettivo poiché la comunicazione iniziale non specificava i motivi per cui la riduzione del personale era limitata a un solo stabilimento, impedendo un trasparente confronto sindacale. I lavoratori ottengono la reintegrazione e il risarcimento.
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Licenziamento collettivo: rito errato ma il lavoratore vince
Un'azienda ha intimato un licenziamento collettivo a un dipendente a seguito di una procedura di mobilità limitata a un singolo stabilimento. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento con rito ordinario invece del rito Fornero. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento per carenza di informazioni nella comunicazione di avvio della procedura e ha ordinato la reintegrazione del dipendente, anche in altre sedi aziendali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che l'errore sul rito processuale non comporta la decadenza dell'azione se non causa un reale pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'obbligo di reintegrazione generica in azienda in caso di chiusura della sede originaria e ha respinto la richiesta di riduzione del risarcimento per aliunde perceptum poiché priva di prove specifiche. Vince il lavoratore.
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Licenziamento collettivo: la comunicazione a rate costa caro
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda confermando l'illegittimità del licenziamento collettivo intimato a un dipendente. La controversia nasce dall'inosservanza delle regole sulla comunicazione finale dei lavoratori licenziati. L'azienda aveva inviato una prima informativa incompleta, priva dei nominativi dei lavoratori in esubero, seguita da successive rettifiche frammentate ben oltre i termini di legge. I giudici hanno chiarito che la comunicazione finale non può essere parcellizzata in più atti, ma deve essere unica, tempestiva e contenere l'elenco definitivo dei dipendenti licenziati e i criteri di scelta applicati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dell'azienda al pagamento di un'indennità risarcitoria pari a diciotto mensilità in favore del lavoratore.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: stop ai trucchi
Un'azienda ha avviato una procedura di mobilità per le guardie giurate, ma ha poi inserito nella graduatoria dei licenziandi un addetto alla reception, qualifica esclusa dal confronto sindacale preliminare. La Corte d'Appello ha dichiarato l'illegittimità del recesso, qualificandolo come un illegittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo basato su un fatto manifestamente insussistente, ordinando la reintegrazione del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che non si può estendere il licenziamento a profili professionali diversi senza un preventivo accordo con i sindacati, applicando la massima tutela per il lavoratore.
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Fungibilità delle mansioni: anzianità batte il licenziamento
Un ente di formazione ha licenziato un formatore per esubero di personale. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, lamentando che un collega con minore anzianità era stato mantenuto in servizio per svolgere mansioni del tutto simili. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, accertando la fungibilità delle mansioni tra i due dipendenti. I giudici hanno chiarito che la fungibilità delle mansioni non si valuta solo in base alle dichiarazioni del lavoratore, ma anche analizzando i contratti collettivi e gli ordini di servizio storici. Di conseguenza, l'ente avrebbe dovuto applicare il criterio dell'anzianità di servizio per individuare il dipendente da licenziare. Il ricorso del datore di lavoro è stato rigettato.
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Licenziamento collettivo illegittimo: azienda condannata per caos comunicativo
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo, ma le sue comunicazioni agli uffici competenti e ai sindacati sono risultate frammentarie, tardive e poco chiare. Un lavoratore, licenziato nell'ambito di questa procedura, ha impugnato il provvedimento. I giudici hanno dichiarato il licenziamento collettivo illegittimo proprio a causa della violazione delle norme sulla trasparenza e completezza delle informazioni. L'azienda è stata condannata a pagare un'indennità risarcitoria al lavoratore. La Corte di Cassazione ha poi dichiarato estinto il processo, confermando di fatto la vittoria del dipendente, poiché l'azienda ha rinunciato al proprio ricorso.
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Estorsione datore di lavoro: annullata condanna
La Cassazione ha annullato la condanna per estorsione di un datore di lavoro. Si contestava la minaccia di licenziamento per far firmare accordi di solidarietà, ma la Corte ha rilevato contraddizioni: la procedura di mobilità era già attiva e l'accordo fu proposto dai sindacati per evitare i licenziamenti, rendendo la minaccia inefficace. Il caso è rinviato per un nuovo esame sull'estorsione del datore di lavoro.
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Agevolazioni contributive: no a finte assunzioni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 8786/2024, ha negato il diritto alle agevolazioni contributive a un'azienda che aveva assunto lavoratori licenziati da un'altra società ad essa collegata da stretti vincoli familiari. L'operazione è stata ritenuta una ristrutturazione fittizia, finalizzata a eludere la normativa e ottenere indebitamente i benefici, poiché mancava un reale incremento occupazionale e i lavoratori non erano stati genuinamente espulsi dal mercato del lavoro.
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Licenziamento collettivo: comunicazione e illegittimità
Un'azienda effettua un licenziamento collettivo, ma la procedura viene dichiarata illegittima a causa di una comunicazione incompleta a sindacati e autorità. La Corte di Cassazione conferma la decisione, sottolineando che la legge richiede una comunicazione tempestiva e dettagliata, includendo i nomi dei lavoratori e la specifica applicazione dei criteri di scelta, per garantire un controllo effettivo. Comunicazioni successive, se anch'esse incomplete, non possono sanare il vizio iniziale.
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