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Periculum In Mora — Anno 2023

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255 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Periculum In Mora

Provvedimenti

Sequestro preventivo: il blind trust non salva il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo del patrimonio di una società di servizi ecologici, respingendo il ricorso del suo amministratore. I giudici hanno chiarito che il terzo estraneo al reato che richiede la restituzione dei beni sequestrati non può contestare la sussistenza del reato stesso, ma solo dimostrare la propria buona fede e la titolarità del bene. Inoltre, la nomina di un amministratore formale e la costituzione di un blind trust sulle sole quote sociali non escludono il pericolo di reiterazione dei reati, qualora l'amministratore agisca come prestanome del reale gestore indagato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Truffa all’INPS: confermato il sequestro preventivo al consulente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Consulente del Lavoro contro il sequestro preventivo di oltre 197mila euro. L'uomo era indagato per truffa ai danni dell'INPS, avendo trasmesso comunicazioni di assunzione per rapporti di lavoro inesistenti, inclusi quelli della convivente e della cognata, e avendo guidato una finta lavoratrice tramite messaggi. La difesa contestava la mancanza di indizi e di profitto personale. La Suprema Corte ha chiarito che per il sequestro preventivo basta il fumus commissi delicti (la compatibilità astratta del reato) e che il profitto della truffa può andare a vantaggio di terzi. Il sequestro è stato quindi confermato.
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Sequestro preventivo per truffa: finto lavoro, vero reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice contro il sequestro preventivo per truffa finalizzato alla confisca di circa ottomila euro. L'indagata era accusata di aver partecipato a un sistema truffaldino, simulando un rapporto di lavoro con una ditta priva di reale struttura e licenze commerciali, al solo scopo di percepire indebitamente indennità di sostegno al reddito. La difesa contestava la sussistenza del reato e del pericolo nel ritardo. I giudici di legittimità hanno confermato la misura cautelare, ribadendo che il ricorso per cassazione contro i sequestri è limitato alle sole violazioni di legge e che la natura fungibile del denaro giustifica pienamente il pericolo di dispersione, rendendo legittimo il blocco dei conti.
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Cancellazione dall’albo degli avvocati: il falso titolo spagnolo
Un professionista, iscrittosi come avvocato stabilito in Italia grazie al titolo spagnolo di "abogado", è stato successivamente cancellato dall'albo ordinario. Il Ministero della Giustizia aveva infatti respinto il riconoscimento del titolo estero, poiché l'interessato non aveva completato il percorso formativo richiesto in Spagna. Il Consiglio dell'Ordine locale ha quindi disposto la cancellazione dall'albo degli avvocati. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno confermato la legittimità del provvedimento. La Corte ha chiarito che l'esercizio triennale della professione in Italia non sana l'invalidità originaria del titolo straniero. Di conseguenza, senza i requisiti di base, l'iscrizione iniziale è nulla e l'Ordine ha il dovere di intervenire per ripristinare la legalità.
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Avvocato stabilito dipendente pubblico: l’iscrizione è legittima
Un professionista con titolo di "abogado" conseguito in Spagna ha chiesto l'iscrizione come avvocato stabilito presso l'Ordine degli Avvocati di Verona. L'Ordine ha rifiutato l'iscrizione poiché il richiedente era un dipendente pubblico addetto all'ufficio legale di un ente comunale, ritenendo tale ruolo incompatibile con la professione forense. Il Consiglio Nazionale Forense ha invece accolto il ricorso del professionista. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno confermato la decisione del Consiglio Nazionale Forense, rigettando il ricorso dell'Ordine. La Corte ha stabilito che la normativa europea garantisce all'avvocato stabilito la possibilità di esercitare anche come lavoratore subordinato presso un ente pubblico, alle stesse condizioni previste per i professionisti italiani. Di conseguenza, l'iscrizione è legittima.
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Sequestro preventivo: nullo se manca il pericolo di dispersione
Il Tribunale di Cosenza confermava il sequestro preventivo di circa 9.500 euro a carico della Titolare della Farmacia, indagata per truffa. La difesa ricorreva in Cassazione lamentando l'assoluta mancanza di motivazione sul pericolo nel ritardo, evidenziando che l'elevato fatturato annuo della farmacia escludeva qualsiasi rischio di dispersione di una somma così modesta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che anche il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto richiede una specifica motivazione sul pericolo di dispersione del bene durante il processo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di sequestro, rinviando la decisione al Tribunale di Cosenza per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: annullato il blocco se manca il pericolo
Il Tribunale del Riesame confermava il sequestro preventivo di quasi un milione di euro nei confronti di un medico, di sua moglie e di un farmacista, accusati di truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale tramite false ricette. Gli indagati proponevano ricorso in Cassazione lamentando la totale mancanza di motivazione sul periculum in mora, ossia sul concreto rischio di dispersione dei beni nelle more del giudizio. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto richiede una specifica motivazione sul pericolo nel ritardo. Di conseguenza, la Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari, rinviando il caso al Tribunale di Cosenza per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo da 880mila euro: la Cassazione lo annulla
Un dipendente di due farmacie, indagato per truffa, subisce un sequestro preventivo di oltre 880 mila euro come profitto del reato. La difesa impugna il provvedimento lamentando la totale mancanza di motivazione sul periculum in mora (il pericolo nel ritardo). La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca non può essere automatico, ma richiede sempre una motivazione specifica sul pericolo di dispersione o alterazione dei beni durante il processo. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla l'ordinanza del Tribunale del Riesame e rinvia il caso per un nuovo esame sulla sussistenza delle esigenze cautelari.
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Sequestro preventivo di denaro: il conto lecito non salva il profitto
Un uomo ha effettuato bonifici per 75.000 euro dal conto del fratello malato, usando le sue carte di debito. Dopo il decesso del fratello, che ha nominato erede una Onlus, il giudice ha disposto il sequestro preventivo di denaro sul conto dell'indagato. Quest'ultimo ha sostenuto che le somme sequestrate derivassero dalla sua attività professionale e che vi fosse una delega scritta del fratello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il denaro è un bene fungibile. Di conseguenza, il sequestro colpisce il valore equivalente al profitto del reato, rendendo irrilevante la provenienza lecita dei fondi presenti sul conto corrente al momento del blocco. Il sequestro preventivo di denaro è stato quindi confermato.
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Sequestro preventivo delle quote: confermato nonostante la revoca
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo delle quote di una società affittuaria di un'azienda. L'accusa ipotizzava che il contratto di affitto d'azienda fosse uno strumento fraudolento per distrarre i beni di una società vicina al fallimento, trasferendoli a una nuova realtà per sottrarli ai creditori e al fisco. La difesa contestava la legittimità del nuovo sequestro dopo una precedente revoca, invocando il giudicato cautelare e l'abuso del processo. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il nuovo provvedimento si fondava su un quadro indiziario molto più ampio, comprensivo di reati fallimentari e tributari. Di conseguenza, la società ricorrente ha perso il ricorso e il sequestro delle quote è stato confermato.
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Riduzione del prezzo per vizi: conservare la casa o perderla
Un'acquirente acquista una villa che presenta gravi difetti strutturali. A causa del fallimento della società venditrice, l'acquirente richiede la riduzione del prezzo per vizi per evitare di perdere l'immobile senza poter recuperare l'acconto versato. I giudici di merito dichiarano invece la risoluzione del contratto, ritenendola l'unica via per vizi così gravi. L'acquirente ricorre in Cassazione per tutelare il proprio diritto alla conservazione del contratto. La Suprema Corte, riscontrando la complessità della questione, rinvia la causa a una pubblica udienza per stabilire se sia possibile richiedere la riduzione del prezzo anche in presenza di gravi difetti di qualità.
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Sequestro preventivo per equivalente: respinto il ricorso
Un dipendente di una farmacia, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale, ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo per equivalente sui suoi beni. La difesa sosteneva la mancanza di un'adeguata motivazione sul pericolo di dispersione dei beni (periculum in mora). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del sequestro. I giudici hanno stabilito che, sebbene sintetica, la motivazione del Tribunale del Riesame era sufficiente e non apparente, avendo evidenziato il rischio concreto di occultamento del profitto illecito anche grazie ai collegamenti internazionali dell'organizzazione criminale. Di conseguenza, il blocco dei beni rimane pienamente efficace.
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Sequestro preventivo: trattore bloccato per errore sui rifiuti
Il Tribunale di Matera aveva confermato il sequestro preventivo di un trattore appartenente a un agricoltore, ipotizzando il rischio di reiterazione del reato di illecito smaltimento di scarti agricoli insieme al figlio. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, rilevando che il giudice del rinvio ha ignorato le prove della difesa. Tali prove dimostravano che l'azienda smaltiva regolarmente i rifiuti tramite contratti autorizzati e che il trattore apparteneva al padre e non all'azienda del figlio. La Cassazione ha stabilito che una motivazione basata su congetture e travisamenti dei fatti costituisce una motivazione apparente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Sfruttamento del lavoro: sigilli ai macchinari dell’azienda
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di 61 macchine da cucire ai danni di un datore di lavoro accusato del reato di sfruttamento del lavoro. L'indagato contestava la sussistenza del pericolo di dispersione dei beni e la consapevolezza dello stato di bisogno dei dipendenti. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che lo stato di bisogno era palese, poiché l'imprenditore stesso aveva procurato alloggi precari ai lavoratori. Inoltre, lo sfruttamento era provato da turni massacranti, telecamere di sorveglianza e violazioni delle norme di sicurezza. La Cassazione ha chiarito che per i beni mobili il rischio di alienazione è implicito e che la confisca diretta dei macchinari usati per il reato prevale sempre su quella per equivalente. L'imprenditore perde definitivamente i macchinari ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Maltrattamento di animali: tagliare le ali è reato penale
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di undici fenicotteri e tre pellicani a cui erano state tagliate le penne remiganti. Il proprietario sosteneva che la tarpatura fosse un'operazione indolore e che i volatili vivessero in un'area recintata. I giudici hanno invece stabilito che questa pratica configura il reato di maltrattamento di animali. Il taglio delle penne impedisce il volo, altera l'equilibrio motorio e causa un grave stress psicofisico, mortificando l'istinto naturale dei volatili. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca del sequestro preventivo: no all’ordine di demolizione
Il Tribunale di Torino ha confermato il sequestro preventivo di un immobile abusivo. Il proprietario ha richiesto la revoca del sequestro preventivo, sostenendo che l'ordine di demolizione emesso dal Comune e il tempo trascorso avessero azzerato il pericolo di prosecuzione dell'abuso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che né il decorso del tempo né l'ordine di demolizione comunale costituiscono un fatto nuovo idoneo a giustificare la revoca della misura cautelare. L'ordine di demolizione, infatti, conferma l'abusività dell'opera e rafforza le esigenze di cautela. Per eseguire la demolizione, il proprietario deve richiedere una temporanea autorizzazione d'accesso tramite incidente di esecuzione, senza che ciò comporti la restituzione definitiva del bene.
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Sequestro preventivo licenza NCC: finta rimessa costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo licenza NCC ai danni di un operatore accusato di falso ideologico per induzione. L'indagato aveva ottenuto l'autorizzazione dichiarando falsamente di disporre di una rimessa attiva nel territorio del Comune autorizzante. Le indagini hanno invece dimostrato che il locale era adibito a legnaia e che l'attività veniva svolta in un'altra area geografica, come confermato dai tracciati telefonici e dai registri di viaggio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura cautelare reale poiché l'atto autorizzativo era stato ottenuto tramite dichiarazioni non veritiere.
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Sequestro preventivo: lecito il blocco anche del denaro pulito
Il Tribunale ha confermato il sequestro preventivo di oltre 400.000 euro su conti e carte di una famiglia accusata di commercio illecito di sostanze dopanti. Gli indagati hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che parte del denaro avesse un'origine lecita e che mancasse il nesso diretto con il reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per il denaro, non serve dimostrare la provenienza illecita delle singole somme sequestrate, poiché il denaro si confonde nel patrimonio. Inoltre, il pericolo di dispersione dei beni è emerso chiaramente dal trasferimento di fondi su carte dei familiari dopo le prime perquisizioni. Di conseguenza, gli indagati perdono il ricorso e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: la transazione cancella il blocco dei beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro la revoca del sequestro preventivo, precedentemente disposto per un'ipotesi di truffa aggravata da oltre 700mila euro. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura ritenendo insussistente il pericolo di dispersione dei beni (periculum in mora). Questa decisione si fondava sulla vendita di un immobile il cui ricavato era rimasto tracciabile e sulla firma di un accordo transattivo con la società vittima, che aveva portato alla revoca del sequestro civile. La Cassazione ha confermato che il ricorso contro i provvedimenti di sequestro preventivo è ammesso solo per violazione di legge e non per contestare la ricostruzione dei fatti operata dal giudice, ritenendo la motivazione del Tribunale solida, coerente e non apparente. Vince l'indagata, che mantiene la disponibilità dei propri beni.
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Sequestro preventivo per truffa: società fantasma contro Erario
Un imprenditore ha costituito una società fittizia, priva di sede e dipendenti, intestandole centinaia di auto per evitare il pagamento del bollo regionale. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo per truffa dei veicoli e di circa 238.000 euro. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la mancanza dei presupposti del reato e del pericolo di dispersione dei beni, oltre al sequestro di un immobile in comproprietà con la moglie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la fittizietà della società dimostra il reato e che la comproprietà non impedisce il sequestro della quota del coniuge indagato. L'imprenditore perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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