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Periculum In Mora — Anno 2023

255 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Periculum In Mora

Provvedimenti

Sequestro preventivo: nullo se manca il nesso con il reato
Il Tribunale di Napoli aveva confermato il sequestro preventivo di alcuni terreni agricoli e di un'impresa individuale appartenenti a un soggetto indagato per associazione mafiosa, usura e porto d'armi. Secondo l'accusa, il clan utilizzava i terreni per coltivazioni redditizie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'ordinanza era priva di motivazione sul nesso di pertinenzialità tra i beni sequestrati e i reati contestati. L'imputazione provvisoria, infatti, attribuiva all'indagato ruoli legati a usura ed estorsioni, senza alcun riferimento all'attività agricola. Di conseguenza, il sequestro preventivo non poteva essere giustificato senza dimostrare un collegamento concreto tra i beni e la condotta illecita del ricorrente.
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Sequestro preventivo: l’indagato può difendere i beni della moglie
Il Tribunale del riesame annullava parzialmente un sequestro preventivo di beni intestati a un indagato per mancanza di motivazione sul pericolo nel ritardo, ma dichiarava inammissibile il ricorso per i beni intestati alla moglie, ritenuta un prestanome. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che se l'accusa considera la moglie come un soggetto fittiziamente interposto e i beni come effettivamente appartenenti al marito, quest'ultimo ha il pieno diritto di impugnare il sequestro preventivo anche per i beni formalmente intestati alla coniuge. Negare questa possibilità violerebbe il diritto di difesa e la tutela della proprietà garantita dalla Costituzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo giudizio.
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Responsabilità amministrativa degli enti: sequestro di milioni
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre 22 milioni di euro nei confronti di un istituto di credito. L'ente era accusato di riciclaggio per aver consentito il transito di flussi finanziari illeciti provenienti da frodi fiscali e appropriazioni indebite, grazie all'operato di alcuni suoi dirigenti. La difesa sosteneva che il profitto confiscabile dovesse limitarsi alla sola commissione trattenuta dall'ente. La Suprema Corte ha invece stabilito che, trattandosi di un'attività interamente illecita volta all'occultamento di capitali, l'intero importo confluito nei conti correnti costituisce il profitto del reato. Di conseguenza, si applica la disciplina sulla responsabilità amministrativa degli enti, legittimando il sequestro dell'intera somma depositata presso la banca.
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Sequestro preventivo: quando la frode cancella i dubbi del giudice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un indagato contro il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. L'indagato era accusato di associazione a delinquere, indebita percezione di erogazioni pubbliche e autoriciclaggio tramite crediti d'imposta inesistenti. La difesa lamentava la mancanza di motivazione sul pericolo nel ritardo (periculum in mora). La Suprema Corte ha chiarito che, anche nei casi di confisca obbligatoria, il giudice deve motivare il pericolo di dispersione dei beni. Tuttavia, nel caso specifico, tale motivazione era chiaramente desumibile dal meccanismo criminoso utilizzato, caratterizzato dall'uso di società fittizie per creare e far circolare crediti d'imposta inesistenti. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Sequestro preventivo abuso edilizio: casa finita ma illegittima
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo abuso edilizio di un fabbricato residenziale costruito su suolo agricolo senza titolo abilitativo e in violazione delle norme antisismiche. La Proprietaria aveva impugnato il provvedimento sostenendo che, essendo l'immobile ormai ultimato e abitato, non sussistesse il pericolo richiesto dalla legge per il blocco del bene. I giudici hanno invece rigettato il ricorso, stabilendo che la libera disponibilità dell'immobile abusivo può aggravare le conseguenze del reato edilizio e aumentare il carico urbanistico della zona. Di conseguenza, il sequestro preventivo rimane attivo e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Rinuncia al ricorso: il dietrofront costa tremila euro
Il legale rappresentante di una società ha impugnato un decreto di sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Avellino. Prima dell'udienza di discussione in Cassazione, il difensore munito di procura speciale ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso proprio a causa di questa rinuncia. Non essendo stati presentati elementi idonei a escludere la responsabilità del ricorrente nella presentazione dell'impugnazione, i giudici lo hanno condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo: il patrimonio ridotto non basta a bloccarlo
Un amministratore societario ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei suoi beni, emesso per presunti reati fiscali. Il Tribunale aveva confermato la misura ritenendo che il pericolo nel ritardo fosse automatico, poiché il patrimonio dell'indagato era inferiore all'importo totale da sequestrare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministratore, stabilendo che non esiste alcun automatismo: il giudice deve sempre motivare concretamente il rischio di dispersione dei beni durante il processo. La sentenza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione del pericolo.
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Sequestro preventivo: no al blocco automatico dei beni
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un professionista contro il provvedimento che disponeva il sequestro preventivo dei suoi beni per oltre 570 mila euro, ipotizzato per reati di corruzione. Il Tribunale aveva confermato il blocco dei beni ritenendo che il pericolo di dispersione fosse implicito o legato al rischio di commettere nuovi reati. La Suprema Corte ha chiarito che anche nei reati contro la pubblica amministrazione il sequestro preventivo non è automatico. I giudici devono sempre motivare in modo specifico il "periculum in mora", ossia il rischio effettivo che i beni vengano nascosti o venduti prima della fine del processo, senza confondere questo rischio con la semplice possibilità di reiterare il reato. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: l’amministratrice perde l’auto e le carte
L'Amministratrice di Sostegno di diversi soggetti vulnerabili è stata accusata del reato di peculato per l'ammanco di oltre 81.000 euro dai conti dei suoi assistiti. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo della somma, delle carte di pagamento delle persone offese e dell'auto dell'indagata. L'indagata ha proposto ricorso per cassazione contestando la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi erano generici e ripetitivi. Inoltre, ha confermato che l'indagata non ha la legittimazione per contestare il sequestro di carte intestate a terzi e non ha provato l'indispensabilità dell'auto per il lavoro. Di conseguenza, il sequestro preventivo resta confermato e l'indagata è stata condannata alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo delle quote: i soci perdono il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo delle quote di una società a responsabilità limitata, intestate a due soci accusati di bancarotta fraudolenta. I ricorrenti contestavano il legame tra le quote e il reato, sostenendo inoltre che una sentenza civile di revoca del trasferimento escludesse il pericolo di ulteriori cessioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il sequestro preventivo delle quote è legittimo poiché i beni sono indirettamente collegati al disegno distrattivo. Inoltre, l'azione revocatoria civile non elimina il pericolo di alienazione fino al passaggio in giudicato della sentenza. Di conseguenza, i soci perdono il ricorso e devono pagare le spese processuali.
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Miscelazione illecita di carburante: distributore sotto sequestro
Il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro preventivo del distributore privato di una società di autotrasporti. L'amministratore era indagato per la miscelazione illecita di carburante, avendo unito gasolio per autotrazione con gasolio marino esente da accisa per evadere le imposte. La difesa ha contestato il provvedimento lamentando l'assenza di prove e di pericoli concreti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il sequestro è ammesso solo per violazione di legge e non per valutare nuovamente il merito dei fatti. Le analisi chimiche hanno confermato la presenza anomala di zolfo, e il rischio di reiterazione del reato giustifica pienamente la misura cautelare. Di conseguenza, il sequestro rimane attivo e il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Sequestro preventivo per equivalente: casa della madre bloccata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una madre contro il sequestro preventivo per equivalente di due immobili formalmente intestati a lei. I beni erano stati sequestrati nell'ambito di un'indagine per reati tributari a carico del figlio. I giudici hanno stabilito che la formale intestazione alla madre non esclude la reale disponibilità dei beni in capo al figlio. Quest'ultimo utilizzava regolarmente gli immobili, gestiva i lavori di manutenzione e forniva alla madre il denaro per pagare le relative tasse. La Suprema Corte ha confermato che, ai fini del sequestro, rileva il possesso effettivo e non la mera proprietà catastale. Di conseguenza, la madre perde il controllo dei beni e deve pagare le spese processuali.
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Sequestro preventivo: l’auto in buona fede resta bloccata
Un truffatore ha noleggiato tre auto, ha falsificato i documenti di proprietà e ha venduto una di esse a un acquirente in buona fede. Il veicolo è stato sottoposto a sequestro preventivo. L'acquirente ha chiesto la revoca del blocco, sostenendo di aver acquistato regolarmente il mezzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro preventivo. I giudici hanno chiarito che la regola del "possesso vale titolo" non si applica ai beni mobili registrati, come le automobili. Poiché il venditore non era il reale proprietario, il trasferimento non è valido. Inoltre, la circolazione di un'auto con intestazione falsa rappresenta un pericolo concreto di aggravamento del reato, giustificando la misura cautelare anche a danno del terzo estraneo in buona fede.
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Sequestro preventivo: rischio d’impresa non basta per il blocco
Il Tribunale di Crotone aveva confermato il sequestro preventivo di oltre 1,8 milioni di euro nei confronti del legale rappresentante di una società, indagato per reati tributari. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione contestando la mancanza di una motivazione concreta sul pericolo di dispersione dei beni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il semplice riferimento al rischio d'impresa, inteso come le normali spese di gestione aziendale, costituisce una motivazione solo apparente. Per disporre il sequestro preventivo, il giudice deve dimostrare in modo concreto ed effettivo il reale pericolo di perdita dei beni prima della confisca. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: la casa abusiva si può bloccare
Un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti ha subito il sequestro preventivo di un immobile di sua proprietà adibito a casa familiare. La difesa ha contestato il provvedimento, sostenendo che l'immobile, essendo abusivo e con una pratica di condono edilizio ancora pendente, fosse per legge inalienabile. Di conseguenza, secondo la difesa, mancava il pericolo di vendita del bene durante il processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che gli immobili abusivi non sono del tutto esclusi dal mercato e possono essere venduti a determinate condizioni. Pertanto, il pericolo di alienazione sussiste e giustifica pienamente il sequestro preventivo finalizzato alla futura confisca del bene.
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Sequestro preventivo per omesso versamento IVA: beni bloccati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del legale rappresentante di una società contro il provvedimento che confermava il sequestro preventivo per omesso versamento IVA per oltre quattro milioni di euro. Il ricorrente contestava la legittimità del sequestro in presenza di un piano di rateizzazione del debito tributario e il mancato rispetto dei termini procedurali. I giudici hanno chiarito che l'azione penale e quella amministrativa sono compatibili e che la società era comunque decaduta dalla rateizzazione per mancanza di liquidità. Inoltre, il ritardo della Procura nella trasmissione degli atti non rende inefficace la misura, poiché il relativo termine non è perentorio. L'imprenditore è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo di veicolo: la scusa della grigliata fallisce
Il Tribunale del Riesame confermava il sequestro preventivo di veicolo (un autocarro) di proprietà di un'azienda edile, utilizzato dai dipendenti per trasportare e abbandonare illecitamente rifiuti legnosi. Il legale rappresentante dell'azienda proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo la propria totale estraneità ai fatti e affermando che i dipendenti avessero agito fuori dall'orario di lavoro per scopi privati (una grigliata). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le riprese di videosorveglianza dimostravano una condotta reiterata e riconducibile alle direttive aziendali. Di conseguenza, è stata esclusa la buona fede del proprietario del mezzo, confermando la legittimità del vincolo cautelare per impedire la reiterazione del reato ambientale.
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Sequestro preventivo per equivalente: no al blocco automatico
Il caso riguarda la richiesta di fondi europei per l'agricoltura da parte di un'impresa. Il Titolare e il Procuratore hanno omesso di dichiarare una condanna definitiva per associazione mafiosa del Titolare, circostanza che impediva l'accesso ai contributi. L'accusa ha quindi contestato la truffa aggravata, disponendo il sequestro dei conti del Procuratore e il sequestro preventivo per equivalente dei terreni del Titolare. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del Titolare. I giudici hanno stabilito che, anche in caso di sequestro preventivo per equivalente finalizzato alla confisca obbligatoria, il giudice non può applicare la misura in modo automatico. È sempre necessaria una specifica motivazione sul periculum in mora, ossia sul pericolo concreto e attuale legato al ritardo nel sequestro dei beni. La misura sui terreni è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: tolto il pc al fotografo per stalking
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un fotografo indagato per diffamazione e atti persecutori, confermando il sequestro preventivo dei suoi dispositivi informatici (hard disk, smartphone e notebook). La difesa sosteneva che andassero sequestrati solo i singoli file e non gli interi apparecchi, essenziali per il lavoro dell'indagato. I giudici hanno invece confermato la legittimità del vincolo cautelare sull'intera strumentazione. La decisione si fonda sul concreto pericolo di cancellazione o divulgazione dei dati informatici e sul rischio di reiterazione dei reati, data la stretta strumentalità dei dispositivi rispetto alle condotte illecite contestate.
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Sequestro preventivo: no a motivi nuovi in appello cautelare
Un Amministratore di fatto ha impugnato il provvedimento di rigetto del dissequestro del proprio conto corrente, colpito da un sequestro preventivo per reati tributari. Inizialmente, l'indagato aveva chiesto la restituzione delle somme lamentando solo difficoltà personali legate al pagamento del mutuo e dello stipendio. Successivamente, in sede di appello, ha sollevato nuove contestazioni riguardanti la sua effettiva qualifica di amministratore e l'assenza di indizi di reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che nell'appello cautelare non è possibile introdurre motivi del tutto nuovi rispetto a quelli presentati con la prima richiesta al giudice per le indagini preliminari. Di conseguenza, il blocco dei conti correnti è stato confermato.
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