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Mora Credendi

51 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La situazione in cui il creditore, senza un motivo legittimo, non riceve il pagamento offertogli o non compie quanto è necessario affinché il debitore possa adempiere l'obbligazione. Nel diritto del lavoro, si verifica quando il datore di lavoro rifiuta illegittimamente la prestazione del lavoratore.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Mora del creditore nella locazione tra rifiuto e canoni dovuti
Una società inquilina rifiuta di prendere in consegna un magazzino commerciale dopo la fine dei lavori di ristrutturazione eseguiti dalla società proprietaria. L'inquilina chiede la restituzione del deposito cauzionale sostenendo la mancata consegna del bene. La proprietaria dimostra invece il completamento dei lavori tramite testimoni e fotografie. La Corte di Cassazione stabilisce che il rifiuto ingiustificato dell'inquilino di ritirare le chiavi integra la mora del creditore nella locazione. Questo comportamento non esenta l'inquilino dal pagamento dei canoni d'affitto a partire dal momento in cui l'immobile è stato messo a sua disposizione. Il ricorso dell'inquilina viene dichiarato inammissibile e la società deve saldare i canoni dovuti oltre alle spese legali.
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Appalto illecito: l’azienda paga tutti gli arretrati
Un lavoratore ha ottenuto l'accertamento giudiziale di un appalto illecito e ha messo a disposizione le proprie energie lavorative a favore dell'azienda committente. L'azienda ha rifiutato la prestazione e non ha pagato gli stipendi maturati. Il dipendente ha quindi richiesto i compensi insoluti. L'azienda ha contestato il debito, pretendendo di sottrarre quanto il lavoratore aveva guadagnato svolgendo altre mansioni presso datori di lavoro terzi ed estranei alla vicenda. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che le somme dovute dopo la formale offerta della prestazione hanno natura retributiva e non risarcitoria. Pertanto, l'azienda committente non può detrarre i compensi corrisposti da soggetti terzi estranei all'appalto irregolare.
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Ritardato Versamento Contributi: Sanzioni Civili INPS Automatiche?
Un Contribuente ha ritardato il pagamento dei contributi INPS per la Gestione Commercianti, sostenendo di non aver ricevuto i bollettini. L'INPS ha richiesto le sanzioni civili INPS per il ritardo. La Corte d'Appello aveva escluso le sanzioni, applicando la disciplina della mora del creditore (mora credendi), ritenendo il ritardo non imputabile al Contribuente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS. Ha stabilito che le sanzioni civili per ritardato versamento contributivo sono automatiche. Non importa se il ritardo dipende dalla mancata ricezione dei bollettini. La Cassazione ha cassato la sentenza e rinviato la causa per un nuovo esame.
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Sospensione unilaterale del rapporto di lavoro e stipendi
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione allo stato passivo del fallimento aziendale per ottenere gli stipendi non percepiti durante l'anno, periodo in cui l'ente formativo aveva chiuso le sedi a seguito della revoca dell'accreditamento regionale. I giudici di merito avevano respinto la richiesta sostenendo l'impossibilità oggettiva di ricevere la prestazione. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro non esonera l'azienda dal pagare le retribuzioni, a meno che non dimostri una totale e non imputabile impossibilità di ricevere l'attività. I normali rischi di gestione aziendale ricadono interamente sul datore di lavoro. La lavoratrice vince parzialmente e il processo torna in riesame.
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Riqualificazione rapporto di lavoro: stipendi fino al ripristino
Una dottoressa ha svolto incarichi sanitari formalmente autonomi e a termine per una struttura ospedaliera. I giudici hanno accertato la natura subordinata della prestazione sin dal principio. Tuttavia, la Corte d'Appello ha riconosciuto il risarcimento per le retribuzioni perdute solo fino alla data di deposito del ricorso introduttivo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della dipendente, chiarendo che la riqualificazione rapporto di lavoro impone il pagamento degli stipendi dalla messa in mora fino all'effettivo ripristino del rapporto. I giudici di legittimità hanno escluso qualunque limite temporale legato all'avvio della causa.
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Sospensione unilaterale del rapporto di lavoro: stipendi dovuti
Una società di servizi subisce l'improvvisa interruzione di una commessa pubblica di pulizia. L'azienda comunica ai sindacati la volontà di richiedere la cassa integrazione straordinaria e sospende l'attività del personale. L'ente pubblico nega però l'integrazione salariale e l'impresa omette il pagamento delle retribuzioni. Le lavoratrici agiscono in giudizio per ottenere le mensilità maturate. I giudici di merito accertano che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro non esonera la datrice dall'obbligo retributivo in assenza di una totale e incolpevole impossibilità oggettiva. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il calo delle commesse rientra nel normale rischio d'impresa e il semplice verbale sindacale non autorizza il mancato versamento degli stipendi.
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Cassa integrazione guadagni straordinaria: stop a criteri vaghi
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della sospensione di un dipendente collocato in cassa integrazione guadagni straordinaria per quasi dieci anni. L'Azienda aveva applicato criteri di scelta generici e totalmente discrezionali, violando gli obblighi di trasparenza previsti dalla legge. I giudici hanno stabilito che la semplice inerzia del lavoratore nel contestare il provvedimento non equivale a una rinuncia ai propri diritti. Inoltre, trattandosi di un risarcimento per inadempimento contrattuale, si applica la prescrizione ordinaria di dieci anni e non quella breve di cinque. L'Azienda è stata quindi condannata a risarcire il dipendente pagandogli la differenza tra la retribuzione piena e il trattamento di integrazione salariale percepito.
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Cassa integrazione straordinaria: criteri oscuri, paga l’azienda
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della sospensione a zero ore di un dipendente collocato in cassa integrazione straordinaria. L'Azienda aveva applicato criteri di scelta generici e discrezionali, violando gli accordi. La Suprema Corte ha chiarito che il risarcimento del danno per l'illegittima sospensione è soggetto alla prescrizione decennale ordinaria e che la semplice inerzia del lavoratore non equivale a una rinuncia ai propri diritti. Inoltre, l'illegittimo rifiuto del datore di lavoro di ricevere la prestazione lavorativa fa scattare automaticamente la sua mora, senza necessità di una formale diffida scritta da parte del dipendente. L'Azienda è stata quindi condannata a pagare le differenze retributive.
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Danni da farina nociva: sì alla responsabilità extracontrattuale
Un produttore dolciario subisce ingenti danni commerciali, tra cui la perdita di un importante cliente estero, a causa della presenza di arachidi non dichiarate nella farina fornita da un partner commerciale, che ha causato uno shock anafilattico a una consumatrice. La Corte d'Appello respinge la richiesta di risarcimento ritenendo tardiva la denuncia dei vizi della merce. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso del produttore, stabilendo che, oltre alla responsabilità contrattuale, è configurabile la responsabilità extracontrattuale del venditore se il danno lede diritti assoluti estranei al contratto, come l'avviamento commerciale e la reputazione aziendale. Questa azione non è soggetta ai brevi termini di decadenza previsti per i vizi della vendita. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Restituzione dei canoni di leasing: no senza riconsegna del bene
Una società utilizzatrice stipula un contratto di leasing traslativo immobiliare con una banca concedente, ma smette di pagare i canoni mensili. La banca ottiene la risoluzione del contratto e la condanna al rilascio dell'immobile. La società utilizzatrice richiede la restituzione dei canoni di leasing già versati. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società, stabilendo che la restituzione dei canoni di leasing è subordinata alla previa riconsegna dell'immobile. Solo dopo la restituzione del bene è infatti possibile calcolare l'equo compenso spettante alla banca per l'utilizzo dell'immobile ed evitare ingiusti arricchimenti.
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Specificità dei motivi di appello: vince la sostanza sulla forma
Un acquirente ha citato in giudizio un'azienda per ottenere la risoluzione del contratto di acquisto di un televisore. Il Giudice di Pace ha accolto la domanda, ma il Tribunale ha dichiarato inammissibile l'appello dell'azienda per difetto di specificità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che per la specificità dei motivi di appello non occorrono formule sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di sentenza. È sufficiente che l'atto individui chiaramente i punti contestati e le ragioni del disaccordo, confutando la decisione di primo grado. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Contratto di somministrazione nullo: il Ministero deve assumere
Un lavoratore, assunto con un contratto di somministrazione nullo presso un'azienda stradale, ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e il successivo trasferimento presso il Ministero delle Infrastrutture, a cui era stato trasferito il suo intero reparto di vigilanza. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del contratto di somministrazione, stabilendo che il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato fin dall'inizio. Di conseguenza, il lavoratore ha diritto al trasferimento nei ruoli del Ministero e al risarcimento del danno per la mancata tempestiva assunzione. Il Ministero, in quanto nuovo datore di lavoro succeduto per legge, deve risarcire il dipendente a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Custode vende beni altrui: è Furto aggravato e non sgombero
Il Comodatario di un magazzino si è impossessato di beni lasciati in custodia dal Proprietario, rivendendoli in un mercatino dell'usato. L'imputato si è difeso sostenendo che i beni fossero abbandonati a seguito di un allagamento. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto aggravato. I giudici hanno rilevato che l'uomo possedeva il numero di telefono del proprietario ma non lo ha mai contattato, né ha attivato procedure formali di restituzione. Inoltre, per prelevare la merce, ha forzato un lucchetto, configurando l'aggravante della violenza sulle cose. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale e la condanna al risarcimento dei danni.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: stop all’azienda
Un'azienda tenta di intimare un licenziamento per giustificato motivo oggettivo inviando la lettera a un vecchio indirizzo del dipendente. La raccomandata torna indietro. Convinta di aver risolto il rapporto, la società reitera il recesso settimane dopo, ma in piena pandemia, violando il blocco dei licenziamenti imposto dal Governo. L'azienda si difende sostenendo l'impossibilità di pagare gli stipendi a causa delle chiusure forzate. La Corte di Cassazione respinge la tesi datoriale. La prima notifica risulta inefficace senza l'avviso di ricevimento ufficiale, e il secondo recesso è radicalmente nullo. Inoltre, l'azienda avrebbe dovuto attivare gli ammortizzatori sociali invece di lasciare il lavoratore senza stipendio. Scatta quindi la reintegra e la condanna al pagamento delle retribuzioni arretrate.
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Ferie non godute: tra tagli pubblici e diritti dei lavoratori
Un dipendente di una società di trasporti a totale partecipazione pubblica rassegnava le dimissioni richiedendo la monetizzazione delle ferie non godute pari a 45 giorni. La Corte d'Appello negava il diritto applicando il divieto di monetizzazione previsto per le pubbliche amministrazioni dal D.L. 95/2012, volto al risparmio della spesa pubblica. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha chiarito che le società in house seguono le regole del diritto privato per i rapporti di lavoro e che il divieto normativo non si applica loro automaticamente. Inoltre, il datore di lavoro ha l'obbligo di dimostrare di aver invitato formalmente il dipendente a fruire delle ferie prima della cessazione del rapporto. In assenza di tale prova, il diritto all'indennità rimane integro.
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NASpI: il lavoro effettivo include il rifiuto datoriale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una lavoratrice a cui era stata negata la NASpI per il presunto mancato raggiungimento delle trenta giornate di lavoro effettivo nei dodici mesi precedenti la disoccupazione. Il fulcro della controversia riguardava il rifiuto del datore di lavoro di ricevere la prestazione lavorativa nel mese di agosto. La Suprema Corte ha stabilito che il requisito del lavoro effettivo deve essere inteso in senso giuridico e non meramente materiale. Pertanto, se il lavoratore offre la propria prestazione e il datore la rifiuta illegittimamente, tali giornate devono essere conteggiate ai fini del diritto all'indennità di disoccupazione.
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Obbligo retributivo cedente: il datore di lavoro paga
La Corte di Cassazione conferma che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, l'obbligo retributivo del cedente verso il lavoratore è di natura salariale e non risarcitoria. Il datore di lavoro originario, che non riammette in servizio il dipendente, è tenuto a corrispondere l'intera retribuzione, senza poter detrarre quanto percepito dal lavoratore presso l'azienda cessionaria (c.d. aliunde perceptum). La sentenza ribadisce che il rapporto di lavoro prosegue legalmente con il cedente, il quale si trova in una situazione di mora del creditore.
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Trasferimento ramo d’azienda: obblighi del cedente
La Cassazione conferma che in caso di trasferimento ramo d'azienda illegittimo, l'obbligo del datore di lavoro cedente che non ottempera all'ordine di reintegra ha natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, non è possibile detrarre quanto percepito dal lavoratore presso il cessionario. L'obbligo di pagare l'intera retribuzione sorge dalla mora del creditore (datore di lavoro).
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Cessione ramo d’azienda: illegittima? I tuoi diritti
Un lavoratore, trasferito attraverso una illegittima cessione ramo d'azienda, ha citato in giudizio il suo datore di lavoro originario per ottenere il pagamento delle retribuzioni non corrisposte. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto a ricevere l'intero stipendio dal datore di lavoro originario, anche se nel frattempo aveva lavorato per la nuova azienda. La Corte ha chiarito che la pretesa del lavoratore ha natura retributiva e non risarcitoria, respingendo le difese dell'azienda basate sul giudicato e sulla prescrizione.
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Cessione ramo d’azienda: obblighi del datore cedente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30087/2023, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il datore di lavoro originario (cedente) è tenuto a pagare le retribuzioni al lavoratore. Questo obbligo sorge dal momento in cui il lavoratore mette a disposizione le proprie energie lavorative, anche se di fatto ha continuato a lavorare per la società acquirente (cessionaria). La Corte ha rigettato il ricorso della società cedente, confermando la duplicità del rapporto di lavoro: uno 'de iure' con il cedente e uno 'di fatto' con il cessionario, e ha ribadito che il pagamento ricevuto dal cessionario non libera il cedente dal proprio obbligo retributivo.
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