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Misure Di Prevenzione — Anno 2022

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180 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misure Di Prevenzione

Provvedimenti

Trasferimento fraudolento di valori: nuda proprietà al figlio
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di diversi beni immobili formalmente intestati al figlio di un soggetto con precedenti penali. L'indagine ipotizza il reato di trasferimento fraudolento di valori. Il padre aveva donato la nuda proprietà di una casa e fornito il denaro per l'acquisto di ulteriori immobili al figlio, privo di reddito e lavoro. La difesa sosteneva la legittimità delle operazioni e la natura parziale della donazione. I giudici hanno chiarito che il reato scatta anche solo per il fondato timore di subire misure di prevenzione patrimoniali. Inoltre, la fittizietà del passaggio emerge chiaramente dall'assoluta incapacità economica del familiare intestatario, rendendo legittimo il sequestro dei beni.
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Liquidazione compensi professionali: ricorso inammissibile in prevenzione
Un Professionista ha richiesto la **liquidazione compensi professionali misure di prevenzione** per attività legali svolte in una procedura di fallimento poi convertita in misura di prevenzione. Il Tribunale aveva liquidato i compensi ai minimi tariffari. Il Professionista ha contestato tale liquidazione, ritenendola insufficiente e basata su motivazioni errate, specialmente riguardo i criteri di valutazione e il rimborso spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del Professionista inammissibile. Ha confermato che il Tribunale aveva correttamente rivalutato i compensi secondo i principi di diritto già stabiliti, ma ha ritenuto che i motivi del nuovo ricorso non rientrassero nei limiti previsti per le impugnazioni in materia di prevenzione, condannando il ricorrente alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: quando l’accordo blocca i giudici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto da un cittadino condannato per possesso di documenti falsi e violazione delle misure di prevenzione. L'imputato lamentava la mancanza di motivazione del giudice in merito alla mancata assoluzione e alla qualificazione giuridica del fatto. La Suprema Corte ha stabilito che tali contestazioni non rientrano nei limitati casi in cui è ammesso il ricorso contro patteggiamento secondo il codice di procedura penale. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Competenza territoriale misure di prevenzione: prevale il reato
Un cittadino ha proposto ricorso contro il provvedimento che gli imponeva la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per un anno. Il ricorrente sosteneva che il tribunale competente dovesse essere quello della propria residenza anagrafica e non quello del luogo di commissione dei presunti illeciti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha chiarito che la competenza territoriale misure di prevenzione si determina in base al luogo di manifestazione attuale e concreta della pericolosità sociale del soggetto, ossia dove sono stati commessi i reati più gravi e recenti, e non sulla base della semplice dimora civilistica. Di conseguenza, è stata confermata la competenza dei giudici milanesi con condanna del ricorrente alle spese e al versamento di una sanzione pecuniaria.
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Revoca della condanna: quando la ricettazione resta punibile
Il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto aveva disposto la revoca della condanna per un cittadino accusato di violazione delle misure di prevenzione e di ricettazione. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la revoca della condanna per ricettazione era illegittima. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza del Tribunale limitatamente alla ricettazione, ripristinando la pena di due anni, un mese e dieci giorni di reclusione e la multa di 1800 euro.
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Compensi amministratore giudiziario: la Cassazione sceglie il civile
Tre amministratori giudiziari hanno impugnato il decreto di liquidazione dei propri compensi emesso dal Tribunale di Palermo nell'ambito di un procedimento di prevenzione. La Corte di Appello ha confermato il decreto e i professionisti hanno proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione Penale. La Suprema Corte, rilevando che la materia concerne la determinazione delle spettanze economiche di custodi e amministratori, ha stabilito che la competenza spetta alle Sezioni Civili. Di conseguenza, ha disposto la trasmissione degli atti alla Cancelleria centrale civile per l'assegnazione alla sezione civile competente. Questa decisione riafferma il principio per cui le controversie sulla liquidazione compensi amministratore giudiziario appartengono alla giurisdizione civile.
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Misure di prevenzione: ricorso respinto per il pluripregiudicato
Il caso riguarda un cittadino condannato a due mesi di arresto per aver violato le prescrizioni imposte dalle misure di prevenzione (art. 75, d.lgs. 159/2011). Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità della pena e la mancanza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena era corretta e ampiamente motivata, soprattutto considerando i numerosi precedenti penali dell'uomo per reati contro il patrimonio e resistenza a pubblico ufficiale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione delle misure di prevenzione: nessun sconto sulla pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a tre mesi di arresto per la violazione delle misure di prevenzione (prevista dall'articolo 75 del Codice Antimafia). Il ricorrente contestava l'eccessiva severità della pena, lamentando una mancanza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della sanzione spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se la motivazione è logica e coerente. I giudici avevano infatti accertato la pericolosità sociale della condotta in modo ineccepibile. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa, deve espiare la pena e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Violazione delle misure di prevenzione: no a sconti sulla pena
Il Ricorrente è stato condannato a tre mesi di arresto per la violazione delle misure di prevenzione, nello specifico per aver trasgredito le prescrizioni imposte dal codice antimafia. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un'eccessiva severità nella quantificazione della pena e una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la determinazione della pena spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se la motivazione è logica e coerente. La condotta del Ricorrente ha dimostrato una chiara pericolosità sociale, giustificando la sanzione applicata. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Misure di prevenzione: la Cassazione confisca i beni all’evasore
Il caso riguarda un cittadino destinatario di misure di prevenzione personali e patrimoniali, inclusa la confisca di beni acquistati dal 2006. L'uomo ha impugnato il provvedimento lamentando l'assenza di un'effettiva pericolosità sociale attuale e sostenendo che i beni confiscati derivassero da passati guadagni non dichiarati (evasione fiscale). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso per cassazione è limitato alla sola violazione di legge, escludendo i vizi di motivazione. Inoltre, la pericolosità sociale può essere valutata autonomamente anche sulla base di reati prescritti o archiviati. Infine, non è possibile giustificare la provenienza lecita dei beni confiscati adducendo un presunto reimpiego di proventi da evasione fiscale, in assenza di qualsiasi dichiarazione dei redditi per oltre un decennio.
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Misure di prevenzione: il boss in cella resta pericoloso
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione, nello specifico la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, nei confronti di un esponente di un clan camorristico. Nonostante una detenzione di quasi ventotto anni e una condotta carceraria apparentemente corretta, i giudici hanno ritenuto attuale la sua pericolosità sociale. Durante la carcerazione, l'uomo ha continuato a ricevere uno stipendio dal clan e a inviare messaggi strategici all'esterno tramite la moglie. Inoltre, una volta libero, è stato vittima di un agguato, a dimostrazione del suo ruolo ancora attivo e centrale nelle dinamiche criminali. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, confermando che la lunga carcerazione non cancella automaticamente la pericolosità se vi sono prove di un legame associativo mai interrotto.
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Foglio di via obbligatorio incompleto: la condanna è nulla
Il Questore di Arezzo aveva emesso un foglio di via obbligatorio nei confronti di una donna, vietandole di tornare nel Comune di Cortona per tre anni. Tuttavia, il provvedimento non conteneva l'ordine esplicito di fare rientro nel suo comune di residenza. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna penale per la violazione del divieto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della difesa, stabilendo che il foglio di via obbligatorio è nullo se non contiene contemporaneamente sia l'ordine di rientro alla residenza sia il divieto di ritorno. Trattandosi di elementi inscindibili, la mancanza dell'ordine di rientro rende l'atto illegittimo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna perché il fatto non sussiste.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: limiti e confische
Il difensore di un soggetto destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale propone un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Cassazione. Il ricorrente lamenta che i giudici non abbiano considerato la prova sull'origine lecita dei fondi usati per acquistare un immobile confiscato. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il ricorso straordinario per errore di fatto si applica solo alle sentenze irrevocabili di condanna. Questo rimedio straordinario non può essere utilizzato nei procedimenti che non portano a una condanna definitiva, come quelli relativi alle misure di prevenzione o ai provvedimenti cautelari. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attualità della pericolosità sociale: buona condotta vs clan
La Corte di Cassazione ha confermato le misure di prevenzione della sorveglianza speciale e della confisca dei beni a carico di un soggetto indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando la buona condotta in carcere e la risalenza dei reati. I giudici hanno stabilito che il comportamento carcerario positivo non basta a dimostrare il recesso dal clan. Inoltre, la confisca è legittima poiché la pubblica accusa ha provato la sproporzione tra il valore dei beni e i redditi dichiarati, mentre la difesa non ha fornito prove concrete sulla provenienza lecita delle risorse utilizzate per l'acquisto.
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Deposito atti penali via PEC: l’indirizzo errato costa caro
Un imprenditore ha proposto appello contro il rigetto del controllo giudiziario per la sua azienda. Tuttavia, ha trasmesso l'atto tramite posta elettronica certificata all'indirizzo del Tribunale del riesame, anziché a quello dell'ufficio che aveva emesso il provvedimento. Il Tribunale ha dichiarato l'appello inammissibile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il deposito atti penali via PEC a un indirizzo errato comporta l'inammissibilità dell'impugnazione. La deroga che consente l'invio alla PEC del riesame si applica esclusivamente alle misure cautelari e non può essere estesa alle misure di prevenzione. Di conseguenza, il ricorso dell'imprenditore è stato rigettato con condanna alle spese.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: no per le confische
Il ricorrente ha proposto un Ricorso straordinario per errore di fatto contro la decisione della Cassazione che confermava la confisca di un immobile in un procedimento di prevenzione. La difesa sosteneva che i giudici non avessero valutato la provenienza lecita dei fondi usati per l'acquisto del bene. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che questo rimedio eccezionale si applica solo alle sentenze irrevocabili che definiscono il giudicato penale nei confronti di un condannato. Di conseguenza, non è possibile utilizzare questo strumento contro i provvedimenti in materia di misure di prevenzione, i quali intervengono prima del giudicato definitivo.
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Sorveglianza speciale: legittima per chi non lavora e delinque
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per un anno e sei mesi. Il ricorrente contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale, ritenendo la decisione basata su vecchi precedenti e priva di motivazione reale. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in materia di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è ammesso solo per violazione di legge o motivazione del tutto inesistente. Nel caso specifico, la Corte d'Appello ha ampiamente giustificato il provvedimento evidenziando i numerosi precedenti penali per furto, ricettazione e spaccio, uniti all'assenza di un'attività lavorativa lecita. Di conseguenza, il soggetto viveva abitualmente con i proventi di attività delittuose, confermando la legittimità della misura applicata.
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Misure di prevenzione: quando il patrimonio tradisce i redditi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un nucleo familiare contro la confisca di beni e l'applicazione della sorveglianza speciale. Il capofamiglia, ritenuto vicino a un'associazione mafiosa, contestava la pericolosità sociale e la duplicazione delle misure di prevenzione. La moglie e il figlio si opponevano alla confisca di immobili, veicoli e di un'impresa, lamentando errori nel calcolo delle spese familiari. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione contro le misure di prevenzione è limitato alla sola violazione di legge. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la legittimità dei provvedimenti, evidenziando la netta sproporzione tra i redditi leciti dichiarati e gli investimenti effettuati, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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Donazione o reato? Il trasferimento fraudolento di valori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di trasferimento fraudolento di valori nei confronti di una donna. Quest'ultima, insieme al marito defunto, aveva donato fittiziamente due terreni alla convivente del figlio. L'atto era avvenuto subito dopo il ricorso del Procuratore contro la revoca del sequestro dei beni. La Suprema Corte ha ritenuto fittizia la donazione poiché lo stato dei terreni è rimasto immutato (incolti e abbandonati) e la nuova proprietaria non ha mai avviato alcuna attività né richiesto autorizzazioni. Il tempismo dell'atto dimostra la volontà di sottrarre i beni a una futura confisca. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, condannandola anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione misure di prevenzione: inutile contestare i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di violazione misure di prevenzione, previsto dal Codice Antimafia. Il ricorrente, ritenuto soggetto socialmente pericoloso poiché dedito a traffici illeciti, contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni riguardavano esclusivamente valutazioni di fatto, precluse nel giudizio di legittimità. Inoltre, i motivi di ricorso risultavano generici e ripetitivi di tesi già ampiamente e correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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