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Falsa Attestazione A Pubblico Ufficiale

114 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Reato commesso da chi dichiara il falso a un pubblico ufficiale sulla propria o altrui identità o su qualità personali.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricorso penale inammissibile: condanna per resistenza confermata
Un Lavoratore ha presentato ricorso contro la sua condanna per resistenza e falsa attestazione a pubblico ufficiale. La Corte d'Appello di Roma aveva confermato la condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le sue argomentazioni infondate e già valutate dai giudici precedenti. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende. Questo caso chiarisce i limiti dell'inammissibilità del ricorso penale e le sue conseguenze.
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Recidiva reiterata: il tempo non cancella la condanna penale
Un imputato ha subito una condanna per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale, con applicazione dell'aggravante della recidiva reiterata. L'uomo ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo del tempo trascorso rispetto all'ultimo reato commesso. Secondo la difesa, il giudice di merito non aveva valutato adeguatamente la distanza cronologica tra le condotte per dimostrare la sua pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tempo trascorso non cancella la pericolosità se il nuovo reato si inserisce in una lunga serie di illeciti con la medesima natura fraudolenta. L'imputato perde definitivamente la causa, subisce la conferma della condanna penale e deve pagare tremila euro alla cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso vago bocciato
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale previsto dall'articolo 495 del codice penale. Tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una presunta illogicità della motivazione della sentenza di appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il giudicante ha evidenziato che la difesa non ha specificato i motivi concreti della contestazione, limitandosi ad affermazioni teoriche e generiche. La mancata indicazione degli elementi di critica rende impossibile per i giudici esercitare il controllo di legittimità. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, previsto dall'art. 495 c.p. L'uomo aveva impugnato la sentenza della Corte di Appello contestando genericamente l'affermazione di penale responsabilità e l'entità della sanzione inflitta. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso inammissibile a causa dell'indeterminatezza dei motivi formulati, del tutto privi di collegamenti concreti con la motivazione censurata. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito non deve elencare singolarmente tutti gli indici di dosimetria della pena, ma può limitarsi a valorizzare gli elementi salienti. Il ricorrente è stato quindi condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove sulla propria colpevolezza e la quantificazione della pena decisa nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti senza indicare con precisione gli atti ignorati o fraintesi dai giudici di merito. Inoltre, la Corte ha ribadito che la determinazione della pena non richiede una motivazione analitica quando la sanzione finale si colloca al di sotto della media prevista dalla legge. Di conseguenza, la condanna originaria è divenuta definitiva e l'imputato deve versare le spese di giudizio e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: condannato il padre
Un genitore ha dichiarato alla polizia municipale di essere stato alla guida di un ciclomotore al posto del figlio, tentando di scagionare il ragazzo da un'infrazione stradale. I giudici hanno accertato la menzogna e condannato l'uomo per falsa attestazione a pubblico ufficiale. L'imputato ha impugnato la sentenza contestando la validità della notifica dell'atto consegnato alla sorella, l'attendibilità dei testimoni e la severità della pena inflitta. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente le tesi difensive, confermando la piena validità della notifica ai familiari e la legittimità della condanna penale, condannando il ricorrente anche alle spese di giudizio.
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Applicazione della recidiva e false generalità al controllo
Un soggetto già sottoposto a sorveglianza speciale ha fornito false generalità alle forze dell'ordine durante una verifica di routine. I giudici territoriali hanno accertato la responsabilità penale per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale, disponendo anche l'aggravamento sanzionatorio. L'imputato ha impugnato la sentenza contestando la legittimità del calcolo punitivo. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la corretta applicazione della recidiva, evidenziando che l'azione ingannevole mirava proprio a sottrarsi ai controlli di polizia. Questo comportamento evidenzia una persistente inclinazione criminale e una spiccata pericolosità del soggetto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna definitiva dell'interessato alle spese del giudizio e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Motivi nuovi in Cassazione: ricorso bocciato e sanzione
La Corte d'Appello ha confermato la condanna penale nei confronti dell'Imputato per reati di falso documentale e per aver fornito false generalità a pubblici ufficiali. L'Imputato ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione, contestando la violazione di legge sull'accertamento della propria responsabilità penale. I giudici supremi hanno tuttavia rilevato che tale censura non era mai stata sollevata durante il giudizio di secondo grado. Trattandosi di motivi nuovi in Cassazione, la legge ne vieta espressamente la presentazione tardiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile, condannando l'Imputato alle spese del procedimento e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa identità e applicazione della recidiva: no al ricorso
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale sulla propria identità personale. Il condannato ha presentato ricorso per contestare la mancata esclusione dell'aumento di pena per i suoi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della recidiva, rilevando che i giudici hanno valutato concretamente la gravità del fatto, l'intervallo temporale tra i reati e la persistente inclinazione a delinquere del soggetto. L'atto di impugnazione è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e a una sanzione di tremila euro.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: la ritrattazione è vana
Durante un controllo stradale, un conducente fornisce generalità inventate agli agenti di polizia. I pubblici ufficiali scoprono la discrepanza anche attraverso i fogli di registrazione del cronotachigrafo. L'uomo ritratta la versione e mostra i veri documenti solo quando le forze dell'ordine lo invitano in caserma per ulteriori accertamenti. I giudici di merito lo condannano a un anno e tre mesi di reclusione per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il delitto si consuma istantaneamente al momento della prima dichiarazione menzognera. La successiva esibizione dei documenti autentici non cancella la violazione della pubblica fede, avvenuta già con la risposta orale non veritiera resa agli operatori. L'imputato deve quindi scontare la pena e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: fedina pulita non basta
L'Imputato propone ricorso alla Corte di Cassazione contro la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La difesa contesta la responsabilità penale e lamenta il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte dichiara il ricorso del tutto inammissibile. I giudici evidenziano che i motivi presentati ripetono in modo generico gli argomenti già respinti nei gradi precedenti. Inoltre, l'assenza di precedenti penali e la presenza di un impiego stabile non bastano da sole a giustificare uno sconto di pena. La decisione stabilisce che la dichiarazione mendace all'autorità non beneficia di attenuanti senza elementi idonei. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: condanna per il ricorso generico
L'Imputato viene condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. Il difensore propone ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile a causa della sua estrema genericità. I giudici evidenziano che l'atto di impugnazione non specifica i motivi concreti per i quali il fatto avrebbe dovuto essere considerato di lieve entità. La Cassazione riafferma il principio secondo cui l'inammissibilità dell'impugnazione può essere rilevata d'ufficio in ogni stato e grado del processo, anche se il giudice d'appello non l'aveva riscontrata. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: Cassazione e recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la condanna per il delitto di falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità personale. La difesa contestava la sussistenza del fatto, il mancato riconoscimento della particolare tenuità e l'applicazione dell'aumento di pena per recidiva. I giudici hanno chiarito che non è possibile riproporre in sede di legittimità le medesime censure già esaminate e respinte dai giudici di merito senza una critica specifica della decisione impugnata. La valutazione sulla recidiva risulta corretta poiché fondata sull'esame concreto della personalità dell'autore e della persistente inclinazione al delitto. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità personale. L'uomo ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando l'eccessiva severità della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno respinto l'impugnazione per assoluta genericità dei motivi presentati. La Corte ha chiarito che il giudice di merito non deve analizzare ogni singolo elemento difensivo, ma può limitarsi a valorizzare i profili ritenuti decisivi per quantificare la sanzione. L'Imputato ha perso definitivamente il giudizio ed è stato condannato anche al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: condanna definitiva
L'Imputata ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Napoli, la quale confermava la condanna di primo grado per il delitto di falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità. La difesa contestava l'erronea qualificazione dell'elemento oggettivo del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile poiché le argomentazioni riproponevano pedissequamente i motivi già respinti in appello, senza sviluppare una reale critica alla pronuncia impugnata. L'Imputata ha quindi perso definitivamente la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione sull’identità: condanna definitiva
Un cittadino ha fornito un cognome alterato alle Forze dell'ordine durante un controllo stradale, omettendo la prima lettera del proprio cognome reale. L'accertamento della reale identità ha richiesto l'esecuzione di rilievi dattiloscopici in caserma. La difesa ha sostenuto l'esistenza di un semplice errore percettivo da parte dei militari, chiedendo la derubricazione del fatto in un'ipotesi di reato più lieve e la concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la condanna per il delitto di falsa attestazione sull'identità. I giudici hanno chiarito che l'omessa correzione spontanea e la necessità di ricorrere alle impronte digitali escludono qualsiasi fraintendimento, condannando l'imputato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità. L'uomo contestava la correttezza della motivazione dei giudici territoriali e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno confermato la piena validità della sentenza precedente. La motivazione della condanna è risultata solida, logica e coerente. Inoltre, la Corte ha ribadito che il giudice non è tenuto a vagliare ogni singolo elemento difensivo per negare le attenuanti, bastando l'analisi degli aspetti decisivi. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità. La difesa contestava l'esistenza dell'elemento soggettivo, sostenendo l'assenza di dolo. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché riproduceva pedissequamente le stesse contestazioni già esaminate e correttamente respinte dalla Corte di Appello. Di conseguenza, la condanna a carico dell'imputato è diventata definitiva, con l'ulteriore obbligo di pagare le spese processuali e di versare una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Precedenti e dolo: niente circostanze attenuanti generiche
L'Imputato ha ricevuto una condanna a otto mesi di reclusione per il reato continuato di falsa attestazione della propria identità a un pubblico ufficiale. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La motivazione della sentenza impugnata è corretta e sufficiente poiché valorizza elementi ostativi precisi, come l'elevata intensità del dolo e i numerosi precedenti penali a carico del soggetto. L'Imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e la somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: rigetto e sanzione
I giudici di merito hanno condannato un cittadino per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale all'esito di un giudizio abbreviato. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contestando l'elemento oggettivo del reato e lamentando la mancata concessione sia della particolare tenuità del fatto sia delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile perché la difesa ha sollevato queste argomentazioni per la prima volta davanti ai giudici di legittimità senza averle inserite nell'atto di appello originario. A causa di questa omissione procedurale, la Corte ha condannato l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e a versare una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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