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Estinzione Del Processo

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1326 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Rinuncia al ricorso per cassazione: l’azienda si arrende e paga
Un assistente di volo ottiene in appello la dichiarazione di illegittimità del proprio licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro. Le società datrici di lavoro propongono ricorso in Cassazione per contestare la decisione. Successivamente, prima dell'udienza, le medesime società notificano la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo per rinuncia. Nonostante la mancata accettazione della rinuncia da parte del lavoratore, la Corte condanna le società rinuncianti al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore del lavoratore, confermando che la rinuncia determina il passaggio in giudicato della sentenza di appello. Il lavoratore vince definitivamente, mantenendo il diritto alla reintegrazione e al risarcimento.
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Aliunde perceptum: il risarcimento pieno batte i tagli dell’azienda
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dall'Azienda. La Corte d'appello dichiara illegittimo il recesso, ordina la reintegrazione e condanna l'Azienda al risarcimento del danno con il limite di dodici mensilità, detraendo direttamente l'aliunde perceptum di circa cinquemila euro da tale tetto massimo. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso incidentale della lavoratrice, chiarisce le modalità di calcolo del risarcimento. Il principio stabilito prevede che l'aliunde perceptum debba essere sottratto dal danno totale effettivamente subito (le retribuzioni perse dall'estromissione alla reintegra) e non dal tetto massimo delle dodici mensilità. Poiché il danno effettivo, anche dopo la detrazione, superava ampiamente il limite legale, la lavoratrice ha diritto all'intera indennità risarcitoria di dodici mensilità, senza alcuna decurtazione.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una compagnia aerea ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di una assistente di volo, disponendone la reintegrazione. Successivamente, l'azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando la definitività della decisione precedente a favore della lavoratrice. Nonostante la rinuncia, la Suprema Corte ha condannato la società al pagamento delle spese processuali in favore della dipendente, stabilendo che la rinuncia non cancella l'obbligo di rimborsare i costi legali sostenuti dalla controparte per difendersi.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una lavoratrice ha impugnato il proprio licenziamento collettivo ritenendolo illegittimo. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, accertando che le due società datrici di lavoro costituivano un unico centro di imputazione aziendale, e ha ordinato la reintegrazione. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, hanno depositato una formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo. Tuttavia, poiché la lavoratrice non ha accettato la compensazione delle spese legali, i giudici hanno applicato il principio della soccombenza virtuale. La Cassazione ha condannato le società al pagamento delle spese di giudizio, confermando che il loro ricorso sarebbe stato comunque respinto e che il licenziamento collettivo era illegittimo.
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Licenziamento collettivo: rinuncia al ricorso ma spese alle aziende
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da due società collegate, ha ottenuto in appello la reintegrazione nel posto di lavoro. I giudici di secondo grado hanno infatti accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le imprese. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando la vittoria del lavoratore. Applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici hanno condannato le aziende al pagamento delle spese legali, poiché il loro ricorso sarebbe stato comunque respinto in base ai precedenti orientamenti giurisprudenziali favorevoli al dipendente.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: nessun raddoppio di tasse
Un Lavoratore ha ottenuto la dichiarazione di illegittimità del proprio licenziamento e la condanna dell'Azienda al pagamento di 18 mensilità. L'Azienda ha impugnato la decisione fino alla Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. L'Azienda ha quindi presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dal Lavoratore. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo con compensazione delle spese. La Corte ha inoltre chiarito che, in caso di estinzione per rinuncia, non si applica il raddoppio del contributo unificato, misura riservata solo ai casi di rigetto o inammissibilità originaria del ricorso.
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Delega di firma dell’accertamento: valida anche senza nome
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento per maggiori ricavi nei confronti di una società immobiliare e dei suoi soci. Il giudice d'appello ha annullato gli atti ritenendo illegittima la delega di firma dell'accertamento perché non nominativa ma impersonale, indicando solo la qualifica del funzionario. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del fisco contro i soci. La Corte ha chiarito che la delega di firma è un mero strumento organizzativo interno che non richiede l'indicazione del nome del delegato, essendo sufficiente l'individuazione della sua qualifica professionale. Per la società, il processo è stato dichiarato estinto per adesione alla definizione agevolata.
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Definizione agevolata: il Fisco perde la causa per il suo silenzio
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione favorevole al contribuente riguardante avvisi di accertamento per maggiore IVA negli anni 2006 e 2007. Durante il giudizio di Cassazione, Il Contribuente ha aderito alla definizione agevolata delle liti fiscali ai sensi del decreto legge 119/2018, pagando la prima rata e depositando la documentazione. Poiché l'amministrazione finanziaria non ha notificato alcun diniego entro i termini di legge e nessuna delle parti ha richiesto la trattazione, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere. Le spese del giudizio restano a carico di chi le ha anticipate e non è dovuto il raddoppio del contributo unificato.
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Riconoscimento anzianità di servizio: tutela sì, ma senza aumenti
Un dipendente pubblico, trasferito dalla Provincia al Ministero dell'Istruzione, ha richiesto il Riconoscimento anzianità di servizio maturata presso l'ente di provenienza per ottenere una ricostruzione di carriera favorevole. L'Amministrazione ha invece applicato il criterio del maturato economico, recuperando le somme pagate in eccedenza dopo l'estinzione di un precedente giudizio non riassunto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che, in base alle norme europee e nazionali, il trasferimento non deve causare un peggioramento retributivo sostanziale all'atto del passaggio, ma non garantisce un automatico aumento di stipendio o la parità assoluta con i colleghi già in servizio. Poiché i giudici di merito hanno accertato l'assenza di una perdita economica significativa, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Trasferimento del personale ATA: anzianità persa ma stipendio salvo
Il Lavoratore, trasferito dalla Provincia al Ministero dell'Istruzione come personale ATA, ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente di provenienza per ottenere una ricostruzione di carriera favorevole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il trasferimento del personale ATA non deve comportare un peggioramento retributivo sostanziale, ma non attribuisce il diritto a un miglioramento automatico dello stipendio. Poiché i giudici di merito hanno escluso perdite economiche significative all'atto del passaggio, e rilevata l'estinzione di un precedente giudizio per mancata riassunzione, l'Amministrazione Pubblica ha legittimamente negato i benefici richiesti e avviato il recupero delle somme non dovute.
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Riconoscimento anzianità di servizio: no ad aumenti automatici
Una lavoratrice, trasferita dalla Provincia al Ministero dell'Istruzione come personale ATA, ha richiesto il riconoscimento anzianità di servizio maturata presso l'ente di provenienza per ottenere una ricostruzione di carriera economica favorevole. La dipendente ha contestato anche la richiesta di restituzione di somme precedentemente ricevute. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che il trasferimento non deve comportare un peggioramento retributivo sostanziale rispetto alla situazione precedente, ma non dà diritto a un automatico aumento dello stipendio. Poiché i giudici di merito hanno accertato l'assenza di una perdita economica reale al momento del passaggio, la richiesta è stata respinta. La ricorrente è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Trasferimento del personale ATA: tutele sì, ma niente aumenti
Un dipendente provinciale, a seguito del trasferimento del personale ATA nei ruoli dello Stato, ha chiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente di provenienza per ottenere un aumento di stipendio. Il lavoratore ha inoltre contestato la richiesta dello Stato di restituire le somme ricevute in base a una vecchia sentenza favorevole, poi annullata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il trasferimento del personale ATA garantisce solo la conservazione dello stipendio precedente per evitare un peggioramento economico, ma non dà diritto a scatti retributivi automatici. Inoltre, la mancata riassunzione della causa precedente ha cancellato i vecchi effetti favorevoli, obbligando il lavoratore a pagare le spese di lite.
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Definizione agevolata: stop alla lite IVA sulle frodi
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato a un'azienda attiva nel settore dei metalli ferrosi un avviso di accertamento per il recupero dell'IVA su fatture ritenute relative a operazioni soggettivamente inesistenti. La società aveva applicato il meccanismo del reverse charge. Dopo la decisione sfavorevole del giudice d'appello, l'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, la contribuente ha aderito alla definizione agevolata dei carichi pendenti, pagando gli importi dovuti. Di conseguenza, l'Agenzia delle Entrate ha richiesto l'estinzione del giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere, compensando le spese di lite tra le parti.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al raddoppio delle tasse
Alcuni ex dipendenti di un'azienda energetica hanno promosso un giudizio per ottenere le riduzioni tariffarie sulla fornitura elettrica previste dal vecchio contratto collettivo. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, i lavoratori hanno proposto ricorso in Cassazione, ma hanno successivamente depositato un atto formale di rinuncia al ricorso per cassazione, accettato dall'azienda. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo e ha chiarito che, in caso di rinuncia, non si applica il raddoppio del contributo unificato. Questa tassa aggiuntiva, infatti, ha natura sanzionatoria e si applica esclusivamente nei casi espressamente previsti di rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell'impugnazione.
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Recesso da accordo collettivo: addio agli sconti in bolletta
Un gruppo di ex dipendenti e superstiti ha impugnato la decisione di un'azienda elettrica di disdire l'accordo collettivo che garantiva loro agevolazioni tariffarie sulla fornitura di energia. La Corte d'Appello ha ritenuto legittimo il recesso da accordo collettivo a tempo indeterminato, escludendo la presenza di diritti quesiti poiché il beneficio non costituiva un corrispettivo diretto dell'attività lavorativa. Successivamente, i pensionati hanno presentato formale rinuncia al ricorso in Cassazione, accettata dall'azienda. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, senza alcuna pronuncia sulle spese di giudizio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alle bollette scontate
Un gruppo di ex dipendenti e superstiti ha impugnato la revoca delle agevolazioni tariffarie sulla fornitura di energia elettrica decisa dall'Azienda. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittimo il recesso dell'Azienda dall'accordo a tempo indeterminato, escludendo l'esistenza di diritti quesiti. Successivamente, i ricorrenti hanno presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dall'Azienda. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo e compensato le spese tra le parti.
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Definizione agevolata contro pretese del fisco: vince la società
L'Agenzia delle Entrate contestava a una Società Estera la presenza di una stabile organizzazione in Italia, gestita tramite la sua controllata italiana, emettendo avvisi di accertamento per IRES e IRAP. Dopo che i giudici di merito avevano dato ragione alla società, l'ente impositore proponeva ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, la Società Estera e la controllata hanno presentato domanda di definizione agevolata per tutte le annualità contestate, provvedendo ai relativi pagamenti. Poiché nessuna delle parti ha richiesto la prosecuzione del giudizio entro i termini di legge e non è intervenuto alcun diniego da parte del fisco, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Vince il contribuente che vede chiudersi definitivamente la lite fiscale.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al doppio contributo
Il Comune ha impugnato la decisione che annullava un avviso di liquidazione per il canone pubblicitario emesso contro una Società di Pubblicità. Successivamente, il Comune ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio e ha compensato le spese legali tra le parti. I giudici hanno chiarito che, in caso di rinuncia al ricorso per cassazione, non si applica il raddoppio del contributo unificato. Questa misura, di natura eccezionale e sanzionatoria, colpisce solo il rigetto, l'inammissibilità o l'improcedibilità del ricorso, e non può essere estesa per analogia alla rinuncia volontaria.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al doppio contributo
Un Comune ha emesso un avviso di liquidazione per richiedere a una società pubblicitaria un maggiore importo a titolo di canone per l'installazione di mezzi pubblicitari (CIMP). Dopo la decisione dei giudici di appello favorevole alla società, il Comune ha impugnato la sentenza. Successivamente, l'ente pubblico ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo e compensato le spese. I giudici hanno stabilito che la rinuncia al ricorso per cassazione non comporta l'obbligo di pagare il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione si applica solo nei casi di rigetto o inammissibilità dell'impugnazione.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al doppio contributo
Un Comune ha richiesto a una società pubblicitaria il pagamento di tariffe maggiorate per l'installazione di cartelloni pubblicitari. Dopo la decisione favorevole alla società in appello, il Comune ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente, l'ente pubblico ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo e ha stabilito la compensazione delle spese di giudizio. I giudici hanno chiarito che, in caso di rinuncia volontaria, non si applica il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione colpisce solo il rigetto o l'inammissibilità del ricorso.
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