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Estinzione Del Processo

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1326 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Computo dell’apprendistato: l’azienda rinuncia e i dipendenti vincono
I Lavoratori hanno ottenuto il riconoscimento dell'anzianità di servizio includendo il computo dell'apprendistato, superando le limitazioni del contratto collettivo. L'Azienda ha impugnato la decisione in Cassazione, ma ha successivamente depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dai dipendenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando che la rinuncia non comporta il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione si applica solo nei casi di rigetto o inammissibilità. La decisione di merito favorevole ai dipendenti diventa così definitiva.
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Definizione agevolata delle controversie tributarie: lite chiusa
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un autotrasportatore l'esenzione IVA applicata alle fatture per il trasporto di merci importate da San Marino, ritenendo insufficiente la clausola franco destino per dimostrare l'inclusione dei costi nella base imponibile doganale. Nelle more del giudizio di Cassazione, il contribuente ha presentato domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie ai sensi della Legge n. 130/2022, pagando l'importo dovuto. Poiché l'ufficio finanziario non ha notificato alcun diniego nei termini di legge, la Corte di Cassazione ha preso atto del perfezionamento della sanatoria e ha dichiarato l'estinzione del giudizio, con spese a carico di chi le ha anticipate.
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Cessione di ramo d’azienda: stipendi dovuti senza riassunzione
Una lavoratrice ha ottenuto l'accertamento dell'illegittimità della cessione di ramo d'azienda effettuata dalla sua ex società datrice di lavoro. Dopo aver costituito in mora l'azienda, ha richiesto il pagamento delle retribuzioni maturate tramite decreto ingiuntivo, confermato in appello. I giudici hanno stabilito che, una volta messa in mora l'azienda, questa deve pagare gli stipendi reali (natura retributiva) e non un mero risarcimento, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare temporaneamente per l'impresa acquirente. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dalla lavoratrice. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio con compensazione delle spese di lite.
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Cessione di ramo d’azienda nulla: stipendi dovuti senza riassunzione
Il caso nasce dall'annullamento giudiziale della cessione di ramo d'azienda da un'azienda cedente a un'altra. Il Lavoratore, non riammesso in servizio dall'azienda originaria nonostante l'annullamento, ha ottenuto un decreto ingiuntivo per le retribuzioni non pagate. I giudici di merito hanno stabilito che, dopo la messa in mora, l'azienda originaria deve pagare gli stipendi e non un semplice risarcimento, anche se il dipendente ha continuato a lavorare per l'impresa cessionaria. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente rinunciato. La Suprema Corte ha dichiarato estinto il processo per rinuncia accettata.
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Definizione agevolata: il Fisco perde il ricorso ormai inutile
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza tributaria riguardante un accertamento bancario a carico di una contribuente. Tuttavia, la contribuente aveva già chiuso la pendenza aderendo alla definizione agevolata della controversia, ottenendo un decreto presidenziale di estinzione del giudizio. Poiché tale provvedimento è diventato definitivo (passato in giudicato), la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'amministrazione finanziaria per sopravvenuta carenza di interesse. La definizione agevolata ha quindi estinto definitivamente ogni pretesa fiscale collegata a quel giudizio, impedendo all'Agenzia delle Entrate di proseguire la sua azione legale.
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Definizione agevolata: il Fisco si ferma e la lite si estingue
Una società di persone e i suoi soci hanno impugnato gli avvisi di accertamento emessi dall'Agenzia delle Entrate per maggiori ricavi non dichiarati ai fini IVA, IRAP e IRPEF. Durante il giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione, i contribuenti hanno presentato domanda di definizione agevolata ai sensi del decreto legge 193 del 2016, allegando la prova dei pagamenti effettuati. L'Agenzia delle Entrate ha confermato il perfezionamento della sanatoria e ha aderito alla richiesta di chiusura della lite. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per rinunzia, compensando le spese di giudizio tra le parti.
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Definizione agevolata: azzerato il debito sulle vendite online
Un contribuente impugnava un avviso di accertamento per tasse non pagate su vendite online di oggetti da collezione. Dopo i primi gradi di giudizio sfavorevoli, il contribuente ricorreva in Cassazione. Prima della decisione, il ricorrente ha aderito alla definizione agevolata prevista dalla legge, pagando il dovuto e presentando regolare istanza di estinzione del giudizio, oltre alla rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha preso atto del pagamento e della rinuncia, dichiarando l'estinzione del processo. Di conseguenza, la controversia tributaria si è conclusa definitivamente senza alcuna condanna alle spese per le parti.
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Equa riparazione: indennizzo anche se la causa viene cancellata
Un Cittadino ha richiesto l'equa riparazione per l'eccessiva durata di una causa civile iniziata nel 2008 e cancellata dal ruolo nel 2018. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che il processo fosse estinto per inattività delle parti e che mancasse la prova del danno psicologico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Cittadino. I giudici hanno chiarito che, poiché la domanda di indennizzo è stata presentata prima della scadenza del termine per riassumere la causa, il processo era ancora giuridicamente pendente. Di conseguenza, il diritto all'equa riparazione era già maturato e la sofferenza psicologica causata dall'incertezza del giudizio si presume esistente, senza necessità di fornire ulteriori prove. La decisione impugnata è stata cassata con rinvio.
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Definizione agevolata delle controversie tributarie: stop alla lite
Un autotrasportatore ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate contestava la deduzione dei costi per l'acquisto di carburante, ritenendoli privi di inerenza. Durante il giudizio di Cassazione, il contribuente ha richiesto la definizione agevolata delle controversie tributarie ai sensi della Legge 130/2022, pagando quanto dovuto tramite modello F24. Poiché l'amministrazione finanziaria non ha notificato alcun diniego e ha inserito la controversia nell'elenco dei giudizi da definire, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Di conseguenza, la lite si è conclusa definitivamente senza una decisione sul merito, con le spese a carico di chi le ha anticipate.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: estinzione senza spese
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale che aveva respinto l'opposizione alla liquidazione dei compensi a favore del Consulente Tecnico d'Ufficio. Prima dell'udienza, il Ricorrente ha presentato formale rinuncia al ricorso in Cassazione, e il Professionista ha accettato tale rinuncia. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Poiché vi è stata l'accettazione della controparte, la Corte non ha pronunciato alcuna condanna alle spese di giudizio, confermando che la rinuncia al ricorso in Cassazione è un atto unilaterale che estingue il processo a prescindere dall'accettazione, ma l'adesione della controparte evita la condanna alle spese.
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Estinzione del processo: il ritardo dell’ente salva il lavoratore
Un lavoratore ottiene dal Tribunale il risarcimento per l'abusiva reiterazione di contratti a termine da parte di un ente pubblico. Durante l'appello, l'ente viene soppresso e incorporato in un nuovo soggetto. Il difensore dichiara l'evento in udienza, provocando l'interruzione del giudizio. L'ente successore riassume la causa oltre il termine di tre mesi, portando la Corte d'Appello a dichiarare l'estinzione del processo. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'ente successore, confermando che la dichiarazione incondizionata del difensore legittima l'interruzione e che il mancato rispetto del termine perentorio comporta inevitabilmente l'estinzione del processo, con condanna dell'ente alle spese.
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Estinzione del giudizio di appello: spese a chi non riassume
L'originaria proprietaria di un immobile agisce contro il comodatario per ottenerne il rilascio. Il Tribunale accoglie la domanda e il comodatario propone appello. Durante il giudizio di secondo grado, la proprietaria muore. Il processo viene riassunto da un legatario, ma la Corte d'Appello dichiara il suo difetto di legittimazione, determinando l'estinzione del giudizio di appello per mancata tempestiva riassunzione da parte dei soggetti legittimati (gli eredi universali). Di conseguenza, le spese vengono compensate. Il comodatario ricorre in Cassazione contestando la compensazione delle spese. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che l'estinzione del giudizio di appello comporta che le spese restino a carico di chi le ha anticipate, un effetto equivalente alla compensazione. Inoltre, l'estinzione rende definitiva la sentenza di primo grado sfavorevole al comodatario, qualificandolo come sostanzialmente soccombente.
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Mancata riassunzione del processo: la vittoria diventa sconfitta
Il Contribuente impugna una cartella di pagamento emessa dall'Amministrazione Finanziaria a seguito di sanzioni. Inizialmente, il giudice tributario annulla le sanzioni, ma in appello viene dichiarato il difetto di giurisdizione a favore del giudice ordinario. A causa della mancata riassunzione del processo nei termini di legge, il giudizio si estingue. Il Contribuente sostiene che l'estinzione renda definitiva la prima sentenza favorevole. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, stabilendo che la dichiarazione di difetto di giurisdizione in appello priva di efficacia la decisione di primo grado. La mancata riassunzione del processo comporta l'estinzione dell'intero giudizio e la perdita degli effetti della domanda originaria, rendendo legittima la pretesa fiscale dello Stato.
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Estinzione pignoramento immobiliare: quando il ritardo non conta
Una banca ha avviato un'espropriazione immobiliare contro due debitori. Il giudice dell'esecuzione ha inizialmente dichiarato l'estinzione del procedimento a causa del deposito tardivo della nota di trascrizione del pignoramento. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo che il vizio fosse ormai sanato poiché non rilevato entro la prima udienza utile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dei debitori. La Suprema Corte ha stabilito che l'estinzione del pignoramento immobiliare dovuta al tardivo deposito della nota di trascrizione deve essere rilevata d'ufficio o eccepita dalle parti entro e non oltre la prima udienza successiva al verificarsi del vizio, coincidente con l'udienza per l'autorizzazione alla vendita. Superato questo limite temporale, l'eccezione non è più proponibile e la procedura esecutiva prosegue regolarmente.
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Contratto di formazione e lavoro: l’Azienda rinuncia e paga
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che la condannava a pagare ai Lavoratori le differenze retributive per il mancato riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante un contratto di formazione e lavoro. Successivamente, l'Azienda ha depositato un atto di rinuncia al ricorso, accettato senza riserve dai Lavoratori. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio. Di conseguenza, la decisione precedente favorevole ai Lavoratori diventa definitiva, confermando il loro diritto a ricevere gli scatti biennali e i supplementi retributivi precedentemente negati.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia al ricorso salva il posto
Due società di trasporto aereo impugnano la sentenza d'appello che le aveva condannate a reintegrare una dipendente a seguito di un licenziamento collettivo illegittimo. Durante il giudizio di Cassazione, le società, nel frattempo poste in liquidazione, depositano formale rinuncia al ricorso. La lavoratrice prende atto della rinuncia e chiede la condanna alle spese. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo. Di conseguenza, la sentenza di appello passa in giudicato, confermando in via definitiva la reintegra della lavoratrice e il risarcimento del danno. Le società rinuncianti vengono inoltre condannate a pagare le spese legali del giudizio di legittimità.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una lavoratrice impugna il proprio licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara l'illegittimità del provvedimento, ordinando il reintegro e il risarcimento del danno a carico di due società collegate. Le aziende propongono ricorso in Cassazione ma, successivamente, scelgono di presentare formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del giudizio. Poiché la rinuncia non richiede l'accettazione della controparte per essere efficace, la sentenza d'appello diventa definitiva. Tuttavia, non essendoci stato un accordo transattivo tra le parti, le società rinuncianti vengono condannate a pagare le spese legali in favore dei difensori della lavoratrice.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo che estingue la lite
L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che la condannava a pagare differenze retributive a favore del Lavoratore. Successivamente, l'Azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione ai sensi dell'articolo 390 del codice di procedura civile. Il Lavoratore ha accettato senza condizioni tale rinuncia, concordando anche sulla gestione delle spese. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, senza alcuna condanna alle spese per le parti.
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Definizione agevolata: stop alla lite e niente doppie spese
Una società di gestione portuale ha impugnato un avviso di accertamento per maggiori ricavi relativi a IRPEG, IRAP e IVA. Durante il giudizio di Cassazione, la contribuente ha aderito alla definizione agevolata delle controversie tributarie, pagando la prima rata. L'Agenzia delle Entrate ha quindi emesso un provvedimento di sgravio, confermando la regolarità della procedura. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere. Le spese giudiziarie sono rimaste a carico di chi le ha anticipate e la Corte ha escluso l'obbligo di versare il doppio contributo unificato, poiché l'estinzione deriva dalla definizione agevolata.
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Definizione agevolata: il Fisco cede e il processo si estingue
Un contribuente, titolare di un'attività di parrucchiere, riceveva avvisi di accertamento per IRPEG, IRAP e IVA relativi agli anni 2007 e 2008. Dopo i primi gradi di giudizio, proponeva ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, il contribuente aderiva alla definizione agevolata prevista dal decreto legge 193/2016, provvedendo al pagamento integrale delle somme dovute in base al piano di rateazione. Avendo estinto il debito erariale, sia il contribuente sia l'Agenzia delle Entrate richiedevano l'estinzione del giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere, disponendo la compensazione delle spese di lite tra le parti ed escludendo il versamento del raddoppio del contributo unificato.
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