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Domanda Riconvenzionale

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1729 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Giurisdizione sulle penali contrattuali: privato batte la PA
Una società di trasporti marittimi ha ottenuto dei decreti ingiuntivi contro un'amministrazione regionale per ottenere la revisione dei prezzi del servizio. L'ente pubblico si è opposto richiedendo il pagamento di penali per presunte violazioni nello svolgimento del servizio. La società ha quindi sollevato la questione di giurisdizione. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che la giurisdizione sulle penali contrattuali e sulla revisione dei prezzi spetta al giudice ordinario. Infatti, l'applicazione delle penali e la richiesta di adeguamento delle tariffe rientrano nella fase esecutiva del contratto, dove le parti agiscono su un piano di parità e non vi è l'esercizio di poteri autoritativi pubblici.
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Giurisdizione sulle penali contrattuali: P.A. contro privato
Una società di trasporti marittimi ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una Regione per la revisione dei prezzi contrattuali. La Regione si è opposta, chiedendo in via riconvenzionale il pagamento di penali per inadempimento del servizio. La Corte di Cassazione, risolvendo il conflitto sulla giurisdizione sulle penali contrattuali, ha stabilito che l'intero giudizio spetta al giudice ordinario. Sia la richiesta di revisione dei prezzi basata su criteri automatici, sia l'applicazione delle penali per inadempimento, rientrano in un rapporto paritetico tra le parti. Non essendoci l'esercizio di poteri autoritativi o discrezionali da parte della Pubblica Amministrazione, la controversia appartiene al giudice ordinario, che dovrà ora decidere sul merito della causa.
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Licenziamento per giusta causa: orario e assenze
La Corte d'Appello di Genova ha parzialmente riformato una sentenza di primo grado, stabilendo che un rapporto di lavoro può essere qualificato come part-time anche senza contratto scritto se provato dalle buste paga. Tuttavia, ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa, poiché le assenze ingiustificate non superavano la soglia dei tre giorni prevista dal CCNL per la sanzione espulsiva.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: errore costa caro
Un avvocato ha assistito una lavoratrice in una causa di lavoro senza impugnare il primo licenziamento, rendendo impossibile applicare la tutela del trasferimento d'azienda. Nonostante la sconfitta in primo grado, il professionista ha proseguito la lite nei gradi successivi, causando ingenti spese legali alla cliente. Quest'ultima ha quindi contestato la richiesta di parcella dell'avvocato, chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità professionale dell'avvocato. I giudici hanno stabilito che, sebbene l'obbligazione del difensore sia di mezzi, insistere in giudizi palesemente infondati dopo una prima sentenza sfavorevole costituisce una grave negligenza. L'avvocato perde la causa e deve risarcire la cliente pagando le spese processuali.
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Uso della cosa comune: il contratto vince sulla legge generale
Una società venditrice ha chiesto il rilascio di una porzione di locale caldaia occupata da una società acquirente oltre il limite del 25,5% stabilito nel contratto di compravendita. La Corte d'Appello ha respinto la domanda applicando la regola generale sull'uso della cosa comune (Art. 1102 c.c.), ritenendo che l'occupazione in eccedenza non impedisse il pari uso dell'altro comproprietario. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della venditrice. I giudici hanno stabilito che l'accordo contrattuale prevale sulla legge generale: se le parti concordano un limite preciso, questo va rispettato. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per una nuova decisione.
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Nullità del contratto di conto corrente: firma in bianco inutile
Una società di costruzioni e i suoi garanti si opponevano ai decreti ingiuntivi emessi da una banca per saldi passivi di conto corrente. Una correntista eccepiva la nullità del contratto di conto corrente poiché il modulo di apertura era stato firmato in bianco. La Corte d'Appello respingeva l'opposizione, rilevando che la correntista aveva comunque autorizzato per iscritto l'addebito e riconosciuto il debito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno chiarito che la contestazione della valutazione delle prove operata nei gradi di merito non è ammessa in sede di legittimità, confermando la validità del debito accertato attraverso il comportamento concreto e i documenti contabili della correntista.
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Azione di rivendicazione: scontro tra proprietà e usucapione
Una società proprietaria di un appartamento ha promosso un'azione di rivendicazione contro un'occupante per ottenere il rilascio dell'immobile. L'occupante ha eccepito l'acquisto per usucapione. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda della società per mancato assolvimento della probatio diabolica, ritenendo insufficiente la sola produzione del titolo d'acquisto. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società, stabilendo che il rigore probatorio dell'azione di rivendicazione si attenua se il convenuto oppone un'usucapione iniziata in epoca successiva al titolo del rivendicante o se non contesta l'originaria appartenenza del bene. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Divisione ereditaria: decide il foro del defunto, non dei beni
Il Coerede ha promosso una causa davanti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto per ottenere la divisione ereditaria parziale di alcuni immobili situati a Lipari, appartenenti alla defunta madre. Gli altri coeredi hanno eccepito l'incompetenza territoriale di quel tribunale, sostenendo che la causa spettasse al Tribunale di Messina, luogo in cui si era aperta la successione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Coerede, confermando la competenza del Tribunale di Messina. La Suprema Corte ha stabilito che la regola del foro della successione si applica non solo alla divisione dell'intero patrimonio, ma anche alla divisione ereditaria di singoli beni, purché interamente compresi nell'eredità. Di conseguenza, il processo deve ricominciare a Messina.
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Integrazione della domanda: quando la difesa è automatica
Un Ente Pubblico ha citato in giudizio due comproprietari per l'occupazione abusiva di un'area di sua proprietà, chiedendone il rilascio e il risarcimento dei danni. I convenuti hanno eccepito la nullità dell'atto di citazione. Il Tribunale ha ordinato l'integrazione della domanda. Successivamente, i giudici di merito hanno condannato i comproprietari al rilascio del suolo e al risarcimento. I comproprietari hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi procedurali legati alla mancata formale rimessione in termini per difendersi dopo l'integrazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'integrazione della domanda fa scattare automaticamente per il convenuto il diritto di presentare nuove difese e domande riconvenzionali, senza necessità di un formale provvedimento del giudice. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Usucapione di beni demaniali: privato perde contro lo Stato
Il caso riguarda la richiesta di una cittadina di vedersi riconosciuta l'usucapione di beni demaniali, nello specifico un immobile diroccato situato nel borgo storico di Bussana Vecchia. L'Agenzia del Demanio si è opposta, sostenendo la natura demaniale e l'interesse storico-artistico del bene, confermato da un decreto ministeriale del 2000. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cittadina, confermando che i beni pubblici di interesse storico e culturale appartengono al demanio pubblico e sono assolutamente inalienabili. Di conseguenza, non possono essere oggetto di usucapione di beni demaniali, anche prima di un formale provvedimento amministrativo di vincolo, se le loro caratteristiche intrinseche ne testimoniano il valore culturale. La ricorrente perde la causa e viene condannata a pagare le spese legali.
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Decoro architettonico: intonaco contro pietra a vista
Una proprietaria ha citato in giudizio il vicino per alcune opere abusive. Il vicino ha risposto con una domanda riconvenzionale, contestando alla donna di aver coperto di intonaco bianco la facciata del piano superiore dell'edificio, originariamente in pietra a vista, alterando l'estetica del palazzo. La Corte d'Appello ha ordinato alla proprietaria la rimozione dell'intonaco per ripristinare lo stato originario. La donna ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la contestazione sul decoro architettonico fosse una difesa nuova e tardiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che parlare di "stravolgimento strutturale" equivale a contestare l'alterazione del decoro architettonico. Di conseguenza, la proprietaria ha perso la causa e deve ripristinare la facciata in pietra a vista a sue spese.
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Rivalsa IVA senza fattura: il committente vince contro l’impresa
Un committente ha affidato a un'impresa edile la ristrutturazione di un immobile. Sorge una controversia sui pagamenti e sui difetti delle opere. L'appaltatore riceve acconti per 21.000 euro senza emettere fattura. La Corte d'Appello calcola l'imposta sull'intero importo dei lavori, sottraendo poi l'acconto. La Cassazione accoglie il ricorso del committente, stabilendo che la rivalsa IVA senza fattura non è ammessa. Per gli acconti non fatturati al momento del pagamento, l'imposta non può essere pretesa dal cliente. Inoltre, la Suprema Corte rileva una motivazione apparente nella riduzione dei danni operata in appello, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Imputazione dei pagamenti: pagare di più non cancella il debito
L'Azienda Fornitrice ha richiesto il pagamento di attrezzature agricole all'Acquirente. Quest'ultima ha eccepito la presenza di vizi e ha richiesto il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha accertato l'esistenza di due contratti distinti (del 1997 e del 2000). Ha stabilito che i pagamenti effettuati con assegni nel 1997 coprivano interamente il primo debito, escludendo il saldo richiesto dall'Azienda. Tuttavia, l'eccedenza pagata non poteva compensare il debito del secondo contratto del 2000, mancando una specifica domanda di compensazione. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi, confermando che l'imputazione dei pagamenti e la valutazione delle prove spettano al giudice di merito. La decisione ribadisce che, senza una formale richiesta della parte, il giudice non può d'ufficio operare la compensazione tra debiti derivanti da rapporti autonomi.
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Polizza fideiussoria e collaudo: la Cassazione frena il Comune
Un Comune stipula una convenzione per opere pubbliche con un'associazione di imprese, garantita da una polizza fideiussoria. A causa di inadempimenti, il Comune avvia una causa per ottenere il risarcimento. La compagnia assicurativa eccepisce la liberazione dal debito per il mancato collaudo entro i termini di legge. La Corte d'Appello condanna la garante, che ricorre in Cassazione lamentando l'omessa pronuncia su tale eccezione. La Terza Sezione Civile della Cassazione, rilevando che la questione riguarda il collaudo di opere pubbliche, non decide nel merito ma rimette la causa alla Prima Sezione Civile, competente per questa materia.
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Vizi della cosa locata: se l’immobile è abusivo niente affitto
Il Locatore ha intimato lo sfratto per morosità al Conduttore per il mancato pagamento dei canoni. Il Conduttore si è opposto eccependo la presenza di gravi difformità edilizie che impedivano il rilascio delle autorizzazioni commerciali per l'attività di parrucchiere, chiedendo la risoluzione per inadempimento e il risarcimento dei danni per vizi della cosa locata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Locatore, confermando la risoluzione del contratto a suo carico. La Corte ha stabilito che la mancata corrispondenza dell'immobile alla planimetria catastale costituisce un grave inadempimento del locatore, in quanto impedisce l'uso pattuito del bene. Inoltre, la domanda riconvenzionale del conduttore, formulata nella fase sommaria e precisata nella memoria integrativa, è pienamente ammissibile senza necessità di chiedere un nuovo rinvio d'udienza.
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Regolamento di competenza: la Cassazione frena per un vizio
Il Lavoratore propone un ricorso per regolamento di competenza contro la decisione del Tribunale di Alessandria, che aveva cancellato la sua domanda di pagamento di quarantamila euro per litispendenza con un'altra causa avviata a Torino. La Corte di Cassazione rileva tuttavia un vizio procedurale: mancano le conclusioni scritte del Pubblico Ministero. Applicando le norme transitorie della Riforma Cartabia, la Corte stabilisce che, per i ricorsi notificati prima del 2023 con udienza già fissata, è ancora necessario il parere del Procuratore Generale. Di conseguenza, la Cassazione rinvia la causa a nuovo ruolo per consentire l'acquisizione di tale parere, bloccando temporaneamente la decisione finale.
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Onorari dell’avvocato e domanda riconvenzionale di risarcimento
Un avvocato ha chiesto la liquidazione delle proprie competenze professionali per l'attività svolta a favore di una cliente. La cliente si è difesa eccependo la negligenza del professionista e proponendo una domanda riconvenzionale per il risarcimento dei danni. Il Tribunale ha accolto la domanda dell'avvocato e rigettato quella della cliente applicando il rito sommario, ritenendo impossibile il passaggio al rito ordinario. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della cliente, stabilendo che, a fronte di una domanda riconvenzionale che richiede un'istruttoria complessa, il giudice deve separare le cause e trattare la richiesta di risarcimento con il rito ordinario. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Compensazione impropria: perché il condominio perde la causa
Un'impresa edile ha richiesto il pagamento per lavori di ristrutturazione eseguiti in un condominio. Il Condominio ha eccepito la compensazione del debito con i danni derivanti da presunti vizi delle opere, senza tuttavia formulare una formale domanda di risarcimento. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile tale eccezione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condomino, confermando che non si può applicare la compensazione impropria se non viene formalmente azionata la pretesa risarcitoria per i vizi. Trattandosi di titoli diversi (corrispettivo dell'appalto e risarcimento danni), il giudice non può procedere d'ufficio a un semplice accertamento contabile senza incorrere in un vizio di ultra-petizione. Il condomino è stato quindi condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Diritto al compenso del professionista: sì ad affari parziali
Un Professionista ha assistito un'Azienda per la vendita di quote societarie. Il contratto prevedeva una clausola di successo (success fee) anche per vendite concluse entro dodici mesi dalla fine del rapporto. L'Azienda ha poi ceduto solo una società controllata entro il termine, rifiutando di pagare il compenso perché l'operazione era parziale e senza l'intervento diretto del consulente. La Cassazione ha accolto il ricorso del Professionista, stabilendo che il diritto al compenso del professionista spetta anche per vendite parziali se previste dall'accordo e se concluse entro i termini, senza necessità di partecipazione diretta alle trattative finali.
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Associazione professionale: debiti tra soci validi per 10 anni
Un ingegnere, escluso da un'associazione professionale, ha chiesto la liquidazione della propria quota. Gli altri soci hanno risposto chiedendo la restituzione di somme trattenute indebitamente dal collega. La Corte d'Appello ha condannato l'escluso a restituire oltre 32.000 euro. Il professionista ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il diritto dei colleghi fosse ormai scaduto per via della prescrizione breve di cinque anni prevista per le società. La Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ha stabilito che all'associazione professionale si applica la prescrizione ordinaria di dieci anni e non quella breve di cinque anni, poiché tale realtà non è iscritta nella sezione ordinaria del registro delle imprese. Di conseguenza, il professionista escluso ha perso la causa e deve pagare le spese legali.
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