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Domanda Riconvenzionale

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1729 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Responsabilità professionale dell’avvocato: no a danni se tratta
Una società contesta il pagamento delle parcelle ai propri legali, chiedendo un risarcimento danni per presunta negligenza nella gestione di una causa contro un terzo debitore. La società lamenta ritardi nell'esecuzione forzata e scarsa efficacia nelle tutele cautelari. I giudici di merito rigettano la richiesta risarcitoria, confermando il diritto dei professionisti al compenso. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, escludendo la responsabilità professionale dell'avvocato. La Suprema Corte evidenzia che il risultato favorevole è stato comunque raggiunto e che i ritardi nell'esecuzione erano dovuti alle trattative dirette avviate personalmente dalla stessa società cliente, escludendo così ogni colpa o inadempimento dei difensori.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: l’errore non basta
Gli eredi di un Segretario Comunale hanno fatto causa a un Avvocato chiedendo il risarcimento dei danni. L'Avvocato aveva depositato in ritardo un appello di lavoro per ottenere indennità per mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi, confermando che non sussiste la responsabilità professionale dell'avvocato. Infatti, anche se l'appello fosse stato depositato in tempo, sarebbe stato comunque respinto perché le mansioni svolte rientravano nei doveri ordinari del Segretario Comunale. La Corte ha ribadito che, per condannare un legale, serve la prova che la causa avrebbe avuto un esito favorevole (valutazione prognostica). Gli eredi sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Distanze legali tra costruzioni: tettoie e terrapieni abusivi
Un comproprietario ha contestato le opere realizzate dalla vicina sul confine, tra cui una sopraelevazione del tetto, una tettoia (ex pompeiana) e un terrapieno artificiale, lamentando la violazione delle distanze legali tra costruzioni. La Corte d'Appello aveva escluso la natura di "costruzione" per tali opere. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del proprietario, stabilendo che qualsiasi modifica volumetrica che aumenti l'ingombro esterno, compresi i terrapieni artificiali e le tettoie stabili, costituisce nuova costruzione e deve rispettare le distanze minime. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Infiltrazioni condominiali: danni e bocche di lupo
La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione di primo grado, stabilendo la responsabilità del condominio per le infiltrazioni condominiali provenienti dalle fosse biologiche ammalorate. La sentenza ha inoltre confermato la legittimità delle bocche di lupo realizzate dal costruttore originario prima della costituzione formale del condominio, annullando l'ordine di rimozione e disponendo il risarcimento dei danni a favore del proprietario dei locali interrati.
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Riconoscimento del debito contributivo: condanna da un milione
Un avvocato ha contestato la richiesta della Cassa Forense di pagare oltre un milione di euro di contributi previdenziali arretrati dal 1980. Il professionista sosteneva che un precedente accordo transattivo fosse nullo e che il debito fosse prescritto. La Corte d'Appello, pur dichiarando inefficace la transazione, ha condannato il professionista al pagamento. La decisione si fonda su una lettera del 2003 in cui l'avvocato chiedeva un condono e manifestava l'intenzione di iscriversi tardivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che tale missiva costituisce un valido riconoscimento del debito contributivo. Questo atto ha interrotto la prescrizione, rendendo legittima la richiesta di pagamento della Cassa Forense. Il professionista perde la causa e deve saldare il debito previdenziale oltre alle spese legali.
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Clausola compromissoria: l’arbitrato privato vince sul giudice
L'Acquirente ha citato in giudizio il Fornitore per l'inadempimento nella fornitura di un macchinario industriale. Il Fornitore ha eccepito l'incompetenza del giudice ordinario a causa della presenza di una clausola compromissoria nel contratto, che devolveva le controversie ad arbitri privati. La Corte d'Appello ha dichiarato l'incompetenza del giudice statale. L'Acquirente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il Fornitore avesse rinunciato alla clausola difendendosi nel merito e che la contemporanea indicazione di un foro statale escludesse l'arbitrato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la clausola compromissoria è pienamente valida ed esclude la giurisdizione del giudice ordinario. La difesa tecnica e la richiesta di termini istruttori non costituiscono rinuncia all'arbitrato, e la scelta di un foro statale può coesistere con la convenzione arbitrale per finalità specifiche, come i provvedimenti cautelari.
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Domanda riconvenzionale: un solo processo per beni distanti
Tre fratelli avviano una causa a Genova contro la sorella per dividere l'eredità materna. La sorella propone una domanda riconvenzionale per dividere anche un immobile ad Aosta, proveniente in parte dalla successione paterna e in parte da donazioni. Il Tribunale di Genova dichiara la propria incompetenza per l'immobile di Aosta, ritenendo competente il tribunale locale. La sorella si rivolge alla Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che il giudice della causa principale è competente anche sulla domanda riconvenzionale, anche se questa spetterebbe teoricamente a un altro tribunale per territorio. La causa intera si svolgerà quindi a Genova, garantendo l'unità del processo.
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Onere di allegazione: risarcimento perso per un ritardo
La Società Fornitrice ha chiesto la risoluzione di contratti di noleggio e il risarcimento dei danni alla Società Cliente per oltre tre milioni di euro. Il Tribunale ha dichiarato la risoluzione per inadempimento della cliente, ma ha rigettato la richiesta di risarcimento. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, ritenendo tardiva e generica la quantificazione dei danni. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della fornitrice. La ricorrente non ha infatti contestato correttamente la decisione di rito dei giudici d'appello, che avevano sanzionato il mancato rispetto dell'onere di allegazione tempestiva dei fatti costitutivi del danno. Di conseguenza, la fornitrice perde definitivamente la causa ed è condannata a pagare le spese processuali.
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Contratto di appalto: lavori extra non contestati vanno pagati
Gli eredi di un committente si sono opposti a un decreto ingiuntivo ottenuto da un'impresa edile per il pagamento di lavori extra, sostenendo che le opere rientrassero in un precedente contratto di appalto già saldato e richiedendo i danni per vizi. La Corte d'Appello ha confermato il debito, rilevando che i lavori contestati erano estranei al vecchio accordo e che i committenti non avevano contestato tempestivamente la loro esecuzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi, confermando che la mancata contestazione specifica dei lavori rende superfluo l'onere della prova del creditore e che la presenza di una doppia decisione conforme impedisce il riesame dei fatti. Vince l'impresa edile, che ha diritto a trattenere le somme ingiunte.
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Segnalazione alla Centrale Rischi: niente risarcimento senza prove
Un cliente si è opposto a un decreto ingiuntivo chiedendo il risarcimento dei danni per una presunta illegittima segnalazione alla Centrale Rischi. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda risarcitoria poiché il fascicolo contenente le prove era andato smarrito e il cliente non ne aveva chiesto la ricostruzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del cliente, confermando che la segnalazione alla Centrale Rischi non costituisce un danno automatico (in re ipsa). Il cliente deve sempre dimostrare concretamente sia l'illegittimità della segnalazione sia il pregiudizio economico o patrimoniale subito. Non avendo fornito tali prove a causa dello smarrimento dei documenti, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Ammissibilità dell’appello: la Cassazione batte il formalismo
Un Ente Pubblico ha revocato un finanziamento europeo a una Società Immobiliare per presunte irregolarità nelle fatture e difformità urbanistiche. Il Tribunale ha confermato la revoca, condannando la società alla restituzione delle somme. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione della società per carenza di specificità. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società, stabilendo che i motivi di gravame erano chiari ed esaurienti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha sancito la piena ammissibilità dell'appello, cassando la decisione precedente e rinviando la causa alla Corte d'Appello per l'esame del merito della vicenda.
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Risoluzione del contratto per inadempimento: ko l’appaltatore
Un'azienda di affissioni ha fatto causa a un Comune per contestare l'interruzione del contratto di appalto. Il Comune ha risposto chiedendo la risoluzione del contratto per inadempimento a causa di continui disservizi e ritardi. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente pubblico, ritenendo gravi le violazioni dell'appaltatrice. La Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità dei disservizi spetta solo al giudice di merito. Di conseguenza, è stata confermata la risoluzione del contratto per inadempimento, con la condanna dell'azienda al pagamento delle spese legali.
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Contratto a progetto: lavoro extra smentito dai patti scritti
Il Lavoratore ha collaborato per anni con L'Azienda tramite diversi contratti con la formula del contratto a progetto. Successivamente, ha richiesto il pagamento di differenze retributive per presunte giornate lavorative aggiuntive rispetto a quelle pattuite. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ritenendo il compenso proporzionato al lavoro svolto e non provate le prestazioni extra. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del collaboratore. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e che non vi erano prove di accordi per giornate lavorative ulteriori. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Incarico dirigenziale pubblico: l’accordo cancella i ricorsi
Un dirigente pubblico ha impugnato la cessazione anticipata del suo contratto di lavoro, avvenuta a causa di una legge regionale di riorganizzazione. Il dirigente chiedeva il pagamento delle retribuzioni originarie, contestando la legittimità del nuovo termine contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle sue richieste. I giudici hanno stabilito che la risoluzione del precedente rapporto era stata concordata e accettata dalle parti con l'accettazione di un nuovo incarico dirigenziale pubblico per la durata residua. Di conseguenza, l'accordo transattivo non è sindacabile in sede giudiziale e il dirigente perde la causa, dovendo anche pagare le spese processuali aggiuntive.
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Clausola compromissoria valida anche senza firma congiunta
L'Azienda Fornitrice ha richiesto il pagamento di forniture di olio all'Azienda Acquirente. Quest'ultima ha risposto contestando la qualità della merce e richiedendo il risarcimento dei danni tramite domanda riconvenzionale. La Corte d'Appello ha dichiarato improponibile la richiesta di risarcimento davanti al giudice ordinario a causa di una clausola compromissoria che devolveva le controversie a un arbitrato irrituale. L'Azienda Acquirente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'invalidità della clausola per mancata firma congiunta sul documento di acquisto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la clausola compromissoria è valida anche se stipulata tramite scambio di proposta e accettazione scritte non contestuali. Di conseguenza, l'Azienda Acquirente deve pagare la fornitura e avviare un arbitrato per i danni.
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Usucapione decennale: confini cancellati dal titolo d’acquisto
Un proprietario ha citato in giudizio il vicino per stabilire i confini tra i loro terreni e recuperare una porzione di terreno occupata. Il vicino si è difeso chiedendo l'accertamento dell'avvenuta usucapione decennale dell'area contesa. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dato ragione al vicino, accertando l'usucapione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario originario. I giudici hanno chiarito che l'atto di acquisto del vicino, contenente precisi riferimenti catastali, era un titolo idoneo a far scattare l'usucapione abbreviata. Il ricorrente è stato inoltre condannato per lite temeraria a causa della manifesta infondatezza del ricorso.
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Usucapione di un terreno: il vicino vince e il proprietario paga
Il proprietario di un fondo ha citato in giudizio il vicino lamentando l'occupazione abusiva di una porzione di terreno e chiedendo il ripristino dei confini. Il vicino si è difeso proponendo una domanda per ottenere l'usucapione di un terreno, sostenendo di aver posseduto l'area per oltre vent'anni. I giudici di merito hanno accolto la tesi del vicino, riconoscendo l'usucapione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione delle prove e dei testimoni spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato anche per responsabilità aggravata.
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Usucapione ventennale: perde la terra chi la abbandona per anni
Il Comproprietario di alcuni terreni agricoli ha citato in giudizio il Possessore, accusandolo di occupazione abusiva. Il Possessore si è difeso chiedendo che venisse accertata l'avvenuta usucapione ventennale dei terreni, avendoli coltivati e recintati per oltre vent'anni. Dopo la morte del Possessore, la causa è proseguita contro gli eredi. I giudici di merito hanno accolto la richiesta di usucapione ventennale. Il Comproprietario ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e la condanna a pagare le spese legali ad alcuni familiari estromessi dal processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e chi chiama in causa soggetti non legittimati deve comunque pagarne le spese legali in caso di estromissione. Vince la famiglia del Possessore.
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Muro di confine: l’accordo amichevole cancella la demolizione
Una proprietaria chiede l'accertamento della comunione di un muro di confine e il rimborso delle spese. I vicini si oppongono, chiedendo l'arretramento della struttura. La Corte d'Appello accerta l'esistenza di un accordo amichevole del 1994 per la costruzione del muro, escludendo violazioni di distanze. I vicini ricorrono in Cassazione contestando tale ricostruzione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: la valutazione sull'esistenza dell'accordo è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito. Inoltre, la Cassazione conferma la discrezionalità del giudice nel compensare le spese legali in caso di soccombenza reciproca. I ricorrenti perdono definitivamente la causa e vengono condannati a pagare una sanzione di quattromila euro alla cassa delle ammende per aver presentato un ricorso manifestamente infondato.
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Giudicato sostanziale e usucapione: vietato riaprire la causa
Un'azienda ha chiesto la restituzione di alcuni terreni occupati senza titolo da un privato. In un precedente giudizio agrario, il privato aveva tentato di far valere l'usucapione speciale, ma la sua domanda era stata dichiarata inammissibile perché presentata in ritardo. Successivamente, il privato ha avviato una nuova causa autonoma per vedersi riconoscere l'usucapione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che il giudicato sostanziale copre sia il dedotto sia il deducibile. Poiché il privato non aveva fatto valere tempestivamente l'usucapione nel primo processo, non poteva più proporre la stessa richiesta in un secondo momento. La Suprema Corte ha quindi rigettato definitivamente la domanda di usucapione del privato.
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