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Domanda Riconvenzionale

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1729 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Caparra confirmatoria: no al doppio ma sì alla restituzione
I comproprietari di un immobile promettono di vendere il bene a due acquirenti, ma una comproprietaria rimane estranea all'accordo e ne chiede la nullità. Gli acquirenti chiedono la risoluzione del contratto per inadempimento dei venditori e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello nega loro la restituzione della caparra, ritenendola incompatibile con la domanda di risoluzione. La Cassazione chiarisce che, sebbene la scelta della risoluzione escluda il diritto a ricevere il doppio della caparra confirmatoria, essa non fa perdere il diritto alla restituzione della somma originariamente versata. Tale restituzione costituisce un effetto naturale dello scioglimento del contratto. La sentenza viene quindi cassata con rinvio.
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Annullamento del contratto per violenza: scelta o minaccia?
Un creditore ha chiesto il pagamento di somme dovute in base a scritture private. I debitori hanno richiesto l'annullamento del contratto per violenza, sostenendo di essere stati costretti a firmare per liberare un'azienda agricola e non perdere una vantaggiosa vendita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei debitori. I giudici hanno chiarito che il timore interno di perdere un affare o la pressione economica non costituiscono violenza morale. Per ottenere l'annullamento del contratto per violenza è necessaria una minaccia specifica, ingiusta e oggettiva da parte dell'altro contraente o di un terzo, idonea a condizionare una persona sensata. Le semplici valutazioni di convenienza economica non invalidano il consenso.
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Recupero dei sottotetti: la nuova legge batte le vecchie distanze
I proprietari di un immobile venivano condannati ad arretrare una sopraelevazione con abbaini perché considerata nuova costruzione in violazione delle distanze dal confine. I proprietari presentavano anche una domanda contro i vicini per opere nel cortile comune, dichiarata inammissibile nei primi gradi. La Cassazione accoglie il ricorso dei proprietari. Per quanto riguarda le distanze, la Corte stabilisce che il giudice deve applicare la nuova legge sul "Salva Casa" (Legge 105/2024), che agevola il recupero dei sottotetti consentendo deroghe alle distanze minime a determinate condizioni. Inoltre, la Cassazione dichiara errata l'inammissibilità della domanda sul cortile comune, trattandosi di rapporti di vicinato. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Decadenza dalla cassa integrazione: lavoro in prova senza avviso
Un pilota d'aereo, beneficiario di ammortizzatori sociali, ha svolto un periodo di prova retribuito per una compagnia aerea estera senza informare l'ente previdenziale. L'istituto ha quindi disposto la revoca dei benefici e richiesto la restituzione di circa novantamila euro. Il lavoratore si è difeso sostenendo che l'attività servisse solo a mantenere le licenze di volo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del pilota, confermando la decadenza dalla cassa integrazione. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di comunicazione preventiva è assoluto quando l'attività non è finalizzata esclusivamente al mantenimento dei brevetti, ma punta a una nuova assunzione. Di conseguenza, il lavoratore perde definitivamente il diritto all'integrazione salariale e deve restituire le somme indebitamente percepite.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: niente parcella
Due coniugi chiedono il risarcimento dei danni ai propri legali per la perdita dell'equo indennizzo dovuto alla durata irragionevole di un processo. I professionisti avevano infatti sbagliato l'ente contro cui promuovere il giudizio. La Corte d'appello nega il danno ritenendo che la causa sarebbe stata comunque persa per la mancata presentazione dell'istanza di prelievo nel processo amministrativo. La Cassazione accoglie il ricorso dei clienti, chiarendo che la mancata istanza non esclude la proponibilità della domanda ma incide solo sulla quantificazione dell'indennizzo. Di conseguenza, sussiste la responsabilità professionale dell'avvocato per aver precluso l'esame nel merito della causa. Viene inoltre confermata la perdita del diritto al compenso per i legali inadempienti.
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Regolamento di competenza: il Comune blocca il decreto ingiuntivo
Una società ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un Comune per lavori di progettazione. Il Comune si è opposto chiedendo la risoluzione del contratto, ma il Tribunale ha dichiarato la causa improponibile per la presenza di una clausola compromissoria che devolveva la lite agli arbitri. Entrambe le parti hanno proposto appello ordinario. La Corte di Cassazione ha chiarito che, contro le decisioni che si pronunciano esclusivamente sulla competenza arbitrale, l'unico mezzo di impugnazione ammesso è il regolamento di competenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva erroneamente deciso nel merito, dichiarando inammissibili gli appelli ordinari. Vince il Comune: la controversia spetta agli arbitri e la società deve pagare le spese legali.
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Contratto autonomo di garanzia: stop all’escussione abusiva
Una stazione appaltante pubblica ha revocato un contratto di appalto e ha richiesto alla compagnia assicuratrice il pagamento della polizza fideiussoria, qualificata come contratto autonomo di garanzia. La compagnia si è opposta eccependo l'escussione abusiva, poiché i ritardi nei lavori erano interamente imputabili alla stessa stazione appaltante, come confermato anche dal Tribunale di Roma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della stazione appaltante. I giudici hanno stabilito che, nonostante l'autonomia della garanzia, il garante può legittimamente rifiutare il pagamento sollevando l'eccezione di dolo se il creditore agisce in modo palesemente scorretto e abusivo, tentando di trarre profitto dai propri stessi inadempimenti.
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Onere della prova: l’ammissione del debito supera il contratto verbale
Una proprietaria terriera si opponeva al decreto ingiuntivo di un'impresa agricola per il pagamento di lavori di trebbiatura, eccependo l'esistenza di un diverso accordo verbale e chiedendo i danni per cattiva esecuzione. Il Tribunale separava le cause, ma la proprietaria non riassumeva la causa sui danni, determinandone l'estinzione. Il Tribunale accoglieva quindi la domanda dell'impresa, ritenendo provato il credito grazie alle ammissioni della proprietaria stessa. La Cassazione rigetta il ricorso della donna: le questioni di competenza andavano impugnate con regolamento di competenza, mentre sul merito non vi è stata alcuna inversione dell'onere della prova. Avendo la proprietaria ammesso l'esecuzione dei lavori e non avendo provato il diverso accordo, il credito dell'impresa è pienamente valido.
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Arricchimento senza causa: professionista batte il Comune
Un professionista ha svolto attività di consulenza per un Comune, ma il contratto è stato dichiarato nullo per mancanza di forma scritta. Di fronte all'opposizione del Comune al pagamento, il professionista ha richiesto un indennizzo per arricchimento senza causa. La Corte d'Appello ha ritenuto tale domanda inammissibile. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la domanda di arricchimento senza causa è pienamente ammissibile se proposta tempestivamente nella comparsa di costituzione durante il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso del professionista, cassando la decisione precedente e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Responsabilità dei soci: debiti svaniti senza prove di incasso
Un creditore ha intimato il pagamento di un debito agli ex soci e al liquidatore di una società cancellata dal registro delle imprese. Gli ex soci si sono opposti, sostenendo di non aver ricevuto alcuna somma dal bilancio finale di liquidazione. Il creditore ha chiesto il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del creditore, confermando che la responsabilità dei soci dopo la cancellazione della società è limitata a quanto effettivamente riscosso. Spetta al creditore dimostrare che i soci hanno percepito somme o beni con il bilancio finale. Inoltre, per far valere la responsabilità del liquidatore, il creditore deve provare il danno specifico e il nesso di causa tra la condotta del liquidatore e il mancato pagamento.
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Iscrizione d’ufficio: vince la Cassa ma le spese sono illegittime
Un ingegnere ha contestato l'iscrizione d'ufficio effettuata da Inarcassa e la richiesta di pagamento dei contributi previdenziali arretrati. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità dell'iscrizione, ma ha accolto parzialmente l'eccezione di prescrizione per l'anno 2000. Tuttavia, nel rideterminare le spese legali di primo grado, il giudice d'appello le ha aumentate a danno del professionista, nonostante questi fosse parzialmente vittorioso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore limitatamente alla statuizione sulle spese di lite. La Suprema Corte ha chiarito che l'aumento delle spese di primo grado in appello, senza una specifica impugnazione sul punto, costituisce una violazione del divieto di peggioramento della posizione dell'appellante. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova quantificazione delle spese.
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Distanze legali tra costruzioni: il seminterrato sul confine
Il proprietario di un terreno ha citato in giudizio la società confinante per la violazione delle distanze legali tra costruzioni, contestando la realizzazione di un piano seminterrato con un muro cieco sul confine alto oltre dodici metri. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittima l'opera applicando una deroga locale per i piccoli lotti residui. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del proprietario, chiarendo che i regolamenti edilizi comunali integrano il codice civile e vanno applicati d'ufficio. I giudici di merito hanno errato nel non verificare se l'area costituisse davvero un piccolo lotto e nel non calcolare la distanza minima in base all'altezza effettiva del seminterrato. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Improcedibilità del ricorso per cassazione: errore formale fatale
Una società conduttrice si oppone allo sfratto per morosità richiesto dalle locatrici, pretendendo la restituzione di oltre trecentomila euro versati in eccedenza sulla base di un accordo verbale non registrato. La Corte d'Appello rigetta la richiesta per mancanza di prove dei pagamenti in nero. La società propone ricorso in Cassazione, ma omette di depositare tempestivamente la relata di notifica telematica della sentenza impugnata. La Suprema Corte dichiara l'improcedibilità del ricorso per cassazione, confermando che il deposito tardivo dei messaggi PEC non sana il vizio formale. Inoltre, avendo la ricorrente rifiutato la proposta di definizione accelerata insistendo infondatamente nel giudizio, viene condannata per abuso del processo al pagamento di pesanti sanzioni pecuniarie in favore delle controparti e dello Stato.
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Frazionamento del credito: lecito dividere le parcelle autonome
Un'azienda ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale che la condannava a pagare i compensi professionali al proprio ex avvocato. L'azienda lamentava l'illegittimo frazionamento del credito da parte del professionista, che aveva richiesto due distinti decreti ingiuntivi per prestazioni relative a cause diverse. Inoltre, l'azienda chiedeva il risarcimento dei danni per presunta responsabilità professionale del legale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che non costituisce frazionamento del credito la richiesta di pagamenti distinti per incarichi professionali autonomi e non seriali. Ha inoltre dichiarato inammissibile la domanda di risarcimento, poiché andava impugnata con appello e non direttamente in Cassazione. L'azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Eccezione di inadempimento: basta contestare i danni per non pagare
Un committente si oppone al decreto ingiuntivo di un geometra per prestazioni professionali, contestando l'incompetenza del professionista su alcune attività di progettazione, dichiarate poi nulle. Il committente solleva l'eccezione di inadempimento chiedendo il risarcimento dei danni per errori catastali e ritardi. La Corte d'Appello ritiene l'eccezione tardiva perché non formulata espressamente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del committente, stabilendo che l'eccezione di inadempimento non richiede formule sacramentali o espresse, essendo sufficiente che la volontà di sollevarla emerga chiaramente dall'insieme delle difese presentate fin dal primo grado. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Accertamento negativo del credito: prova sempre al creditore
Un'azienda concessionaria per l'estrazione di idrocarburi in mare si è opposta alla richiesta della Pubblica Amministrazione di pagare un canone demaniale quasi sette volte superiore rispetto all'anno precedente, calcolato su una "superficie virtuale" anziché su quella reale. L'azienda ha promosso un'azione di accertamento negativo del credito. I giudici di merito hanno respinto la domanda ritenendo che spettasse all'azienda dimostrare l'inesistenza del debito. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che anche nei casi di accertamento negativo del credito l'onere della prova spetta sempre al creditore (in questo caso l'Amministrazione), che deve dimostrare i fatti costitutivi della propria maggiore pretesa economica. Di conseguenza, l'azienda ha vinto il ricorso e la causa dovrà essere riesaminata.
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Inadempimento contrattuale del professionista e domande tardive
Un ingegnere ha ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento delle sue prestazioni professionali di progettazione e direzione dei lavori. L'erede della committente si è opposta contestando l'inadempimento contrattuale del professionista per vizi dell'opera, difformità urbanistiche e mancato deposito dei calcoli strutturali. La Corte d'Appello ha confermato il rigetto dell'opposizione, dichiarando inammissibili le contestazioni sulle difformità urbanistiche poiché sollevate tardivamente solo in appello. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso dell'erede, confermando che le nuove eccezioni e le domande risarcitorie collegate (come la perdita dell'Ecobonus 110%) non possono essere introdotte per la prima volta in secondo grado. L'erede perde la causa ed è condannata a pagare le spese processuali.
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Produzione tardiva documenti: pagare non basta se lo provi tardi
Una proprietaria ha citato in giudizio il direttore dei lavori per ricalcolare il compenso professionale dovuto per la ristrutturazione di alcuni immobili. Il professionista ha risposto chiedendo il pagamento del saldo residuo. Solo in appello, e poi in Cassazione, la donna ha cercato di dimostrare l'avvenuto pagamento presentando una fattura quietanzata direttamente al consulente tecnico d'ufficio (CTU) durante un sopralluogo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la produzione tardiva documenti non è ammessa. Anche se si tratta di una prova di pagamento, i documenti devono essere depositati entro i termini di legge stabiliti per le prove, e non possono essere consegnati direttamente al perito del giudice per aggirare le scadenze processuali.
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Risoluzione del contratto preliminare: da quando decorre?
La vicenda nasce da un accordo di compravendita immobiliare in cui il Promittente Venditore e il Promissario Acquirente si sono scambiati reciproche accuse di inadempimento, chiedendo entrambi la risoluzione del contratto. Poiché nessuna colpa specifica è stata accertata, i giudici hanno dichiarato lo scioglimento del vincolo per impossibilità di esecuzione. Il nodo centrale ha riguardato il calcolo dell'indennizzo dovuto al venditore per l'occupazione dell'immobile da parte dell'acquirente. La Corte di Cassazione ha stabilito che la risoluzione del contratto preliminare senza colpa decorre dal momento in cui si incrociano le volontà di sciogliere il vincolo, ossia dal deposito della domanda riconvenzionale in giudizio, e non dalla consegna originaria del bene. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare l'indennizzo.
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Prezzo chiuso negli appalti: sì al calcolo sull’intero ritardo
Un imprenditore si aggiudica l'appalto per costruire una base elicotteri, ma i lavori vengono consegnati ben sette anni dopo la presentazione dell'offerta. L'imprenditore chiede quindi l'adeguamento del corrispettivo tramite il meccanismo del prezzo chiuso negli appalti, previsto dalla legge regionale siciliana in caso di ritardi della Pubblica Amministrazione. La Corte d'Appello limita fortemente il calcolo dell'aumento basandosi solo sulla breve durata contrattuale dei lavori (sei mesi). La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'imprenditore, stabilendo che la maggiorazione del 5% annuo deve calcolarsi considerando l'intero periodo di ritardo accumulato prima della consegna dei lavori, e non solo la durata del cantiere. La sentenza viene cassata con rinvio per un nuovo calcolo.
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