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Diritto Soggettivo — Anno 2023

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168 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Diritto Soggettivo

Provvedimenti

Revoca Contributo Pubblico: Azienda Perde i Fondi per Opere Incompiute
Un'azienda ottiene un contributo per la ricostruzione post-terremoto ma non completa le opere. Il Ministero dispone la revoca del contributo pubblico e chiede la restituzione delle somme anticipate con gli interessi. L'azienda si oppone, sostenendo che l'accordo contenesse clausole vessatorie invalide secondo il codice civile. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiave: gli accordi per i finanziamenti pubblici non sono contratti privati. Le tutele previste dall'art. 1341 c.c. non si applicano. La revoca è legittima perché l'obiettivo del finanziamento non è stato raggiunto, rendendo obbligatoria la restituzione dei fondi.
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Danni in appalto pubblico: il giudice è un rebus per la Cassazione
Un consorzio concessionario di lavori ferroviari ha chiesto un risarcimento danni per i ritardi subiti. La controversia si è arenata sulla competenza: giudice ordinario o amministrativo? I tribunali di merito hanno indicato il giudice amministrativo, ritenendo che la causa riguardasse una concessione e l'esercizio di poteri discrezionali della pubblica amministrazione. Il consorzio ha contestato questa visione, sostenendo si trattasse di un inadempimento contrattuale. La Corte di Cassazione, vista la complessità del tema e la necessità di un orientamento chiaro, ha sospeso la decisione sul **riparto di giurisdizione appalti pubblici** e ha rimesso la questione alle Sezioni Unite, il suo organo più autorevole, per una pronuncia definitiva.
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Immobile occupato: sì al risarcimento danni per inerzia della P.A.
Una società immobiliare chiede il risarcimento dei danni allo Stato per non aver sgomberato un suo edificio occupato abusivamente da centinaia di persone. La questione centrale è stabilire quale giudice abbia il potere di decidere: quello ordinario o quello amministrativo. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite stabilisce la competenza del giudice ordinario. La richiesta della società non contesta una decisione della Pubblica Amministrazione, ma lamenta la lesione del suo diritto di proprietà a causa della totale inattività degli organi preposti. Questo comportamento omissivo configura un illecito civile e giustifica una domanda di risarcimento danni per inerzia della P.A. ai sensi dell'art. 2043 del codice civile.
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Meno cibo in carcere? Non è disparità di trattamento detenuti
Un detenuto ha denunciato una presunta disparità di trattamento perché il catalogo di generi alimentari acquistabili nel suo carcere era più limitato rispetto a quello di un altro istituto penitenziario. Sosteneva che questa differenza violasse il principio di uguaglianza. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che le differenze organizzative tra carceri sono inevitabili e non costituiscono una illegittima disparità di trattamento detenuti se il vitto fornito è sufficiente e conforme alle norme nutrizionali. La semplice assenza di alcuni prodotti, presenti altrove, non lede un diritto fondamentale del detenuto. La richiesta è stata quindi dichiarata inammissibile.
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Cibo in carcere: meno scelta non è disparità di trattamento
Un detenuto ha denunciato una presunta disparità di trattamento perché il catalogo dei generi alimentari acquistabili nel suo carcere era più limitato rispetto a quello di un altro istituto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio importante: la semplice differenza tra i prodotti disponibili in diverse carceri non costituisce una discriminazione. Se il catalogo offerto è adeguato a soddisfare le esigenze alimentari e di salute, e il vitto di base è garantito, le diverse scelte organizzative dei singoli istituti sono legittime. Non esiste un diritto del detenuto ad avere esattamente lo stesso identico catalogo in ogni carcere d'Italia. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Giurisdizione incarichi dirigenziali: nomina contestata, vince il giudice del lavoro
Un dirigente pubblico contesta la nomina di un'altra persona a Segretario Generale di un ente, ritenendo di averne diritto. L'ente sostiene che la decisione sia un atto organizzativo di competenza del giudice amministrativo. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite chiarisce la questione sulla giurisdizione per gli incarichi dirigenziali. La Corte stabilisce che il conferimento di un incarico non è un atto di macro-organizzazione, ma un atto di gestione del rapporto di lavoro che incide su un diritto soggettivo del lavoratore. Di conseguenza, la competenza a decidere la controversia spetta al giudice ordinario del lavoro, non a quello amministrativo. Il dirigente vince la questione preliminare e la causa proseguirà davanti al Tribunale del Lavoro.
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Cibo negato in carcere: il reclamo del detenuto va al giudice giusto
Un detenuto presenta un reclamo perché l'amministrazione penitenziaria gli nega la possibilità di ricevere alcuni alimenti tramite pacco postale. Il Magistrato di Sorveglianza respinge la richiesta. Il detenuto impugna la decisione, ma il suo ricorso viene erroneamente inviato alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte chiarisce la procedura corretta: questo tipo di reclamo del detenuto, una volta deciso nel merito, deve essere appellato davanti al Tribunale di Sorveglianza. Invece di respingere il ricorso, la Corte lo 'salva', lo riqualifica come reclamo e lo trasmette al giudice giusto. Il detenuto vince la battaglia procedurale, ottenendo che il suo caso sia esaminato dalla corte competente.
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Stabilizzazione Precari: il Co.co.co. non vale, sentenza netta
La Corte di Cassazione ha negato il diritto alla stabilizzazione a una lavoratrice che aveva maturato parte della sua anzianità con un contratto di collaborazione (co.co.co.) presso una cooperativa, la quale a sua volta lavorava per un'Azienda Sanitaria Locale. La Corte ha stabilito un principio chiaro: la procedura di stabilizzazione precari pubblico impiego è riservata esclusivamente a chi ha avuto un rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato direttamente con la Pubblica Amministrazione. I periodi di lavoro autonomo o con soggetti terzi, anche se svolti a favore dell'ente pubblico, non sono validi per raggiungere il requisito dei tre anni di servizio. Di conseguenza, la lavoratrice ha perso la causa.
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Escussione Polizza Fideiussoria: il Comune agisce come privato
Una società immobiliare si oppone alla richiesta di un Comune di incassare una garanzia fideiussoria per la mancata realizzazione di opere urbanistiche. Il caso arriva alle Sezioni Unite della Cassazione per decidere quale giudice abbia competenza: quello amministrativo o quello civile. La Corte Suprema stabilisce che la controversia rientra nella competenza del giudice ordinario. La decisione sulla giurisdizione per l'escussione della polizza fideiussoria si basa su un principio chiaro: quando il Comune agisce per incassare la garanzia, non esercita un potere pubblico autoritativo, ma si muove sul piano di un rapporto contrattuale privato, distinto dalla convenzione urbanistica originaria. Pertanto, la causa deve essere trattata come una normale controversia civile.
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Danno da opera pubblica: decide il Giudice Ordinario, non il TAR
Un'azienda ha citato in giudizio un Comune per i danni subiti a causa della costruzione di una rotatoria. Secondo l'azienda, alcune modifiche all'opera, come l'obbligo di svolta e una penisola rialzata, sono state realizzate 'di fatto', ostacolando l'accesso dei suoi veicoli. La Corte di Cassazione ha stabilito che la competenza a decidere non è del giudice amministrativo, ma di quello ordinario. Il principio sancito è che il risarcimento per un **danno da cattiva esecuzione di opera pubblica**, derivante da comportamenti materiali e non da un atto di potere, rientra nella giurisdizione del giudice civile. L'Azienda ha quindi agito correttamente davanti al Tribunale ordinario.
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Vince concorso ma l’ente chiude: Diritto all’assunzione salvo
Una ricercatrice, vincitrice di un concorso pubblico, si vede negata l'assunzione perché l'ente banditore viene soppresso e le sue funzioni trasferite alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che invoca un 'blocco delle assunzioni'. La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto all'assunzione del vincitore di concorso sorge con l'approvazione della graduatoria, un momento anteriore al blocco. Questo diritto, quindi, non viene meno. L'ente che subentra nelle funzioni eredita anche l'obbligo di assumere. Di conseguenza, la Presidenza del Consiglio è stata condannata a risarcire il danno, pari alle retribuzioni perse dalla mancata assunzione.
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Danni da fauna selvatica: raccolto distrutto, indennizzo limitato
Un'azienda agricola subisce la distruzione totale di un campo di mais da parte di cinghiali provenienti da un Parco Nazionale. L'Ente Parco offre una somma basata su un proprio regolamento interno, che limita l'importo all'80% del danno stimato. L'azienda rifiuta e chiede in tribunale il risarcimento integrale. La Corte di Cassazione stabilisce che il diritto del danneggiato è un vero e proprio 'diritto soggettivo' e non un 'interesse legittimo'. Tuttavia, la legge conferisce al Parco il potere di stabilire con un regolamento le modalità e i limiti di calcolo dell'indennizzo per danni da fauna selvatica. Poiché l'azienda non ha specificamente contestato i criteri di calcolo del Parco, la sua richiesta di risarcimento integrale viene respinta. Vince l'Ente Parco.
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Contributo calamità: Comune approva, Regione non paga. Chi decide?
Un'azienda agricola, danneggiata da calamità naturali, si vede riconoscere un contributo dal Comune. Tuttavia, la Regione non paga. L'azienda si rivolge al giudice ordinario, che però nega la propria competenza, ritenendo la causa di pertinenza del giudice amministrativo. Secondo i giudici di merito, il diritto al pagamento non era ancora sorto. La Corte di Cassazione, rilevando la complessità della normativa regionale e l'assenza di precedenti specifici, non decide la controversia. Invece, solleva una 'questione di giurisdizione contributo calamità' e rimette il caso alle Sezioni Unite per una decisione definitiva. L'esito finale è quindi sospeso.
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Ministero non paga? Decide il giudice ordinario, non il TAR
Una società concessionaria di autostrade ha chiesto a un Ministero il pagamento di oltre 30 milioni di euro per aumenti tariffari già approvati ma non versati. Il Ministero sosteneva che la competenza fosse del giudice amministrativo, trattandosi di una concessione pubblica. La Corte di Cassazione ha invece affermato la giurisdizione del giudice ordinario. La Corte ha stabilito che, una volta firmato il contratto di concessione, le controversie relative al suo adempimento, come il pagamento di somme dovute, riguardano diritti soggettivi e obblighi contrattuali. In questa fase, l'Amministrazione agisce su un piano di parità con il privato e non esercita un potere autoritativo.
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Contributo Pubblico Concesso ma non Pagato: Giudice Civile o no?
Un imprenditore agricolo, dopo aver ottenuto dal proprio Comune il riconoscimento di un contributo per danni da calamità naturale, non riceve il pagamento dalla Regione. Si rivolge al giudice ordinario, ma i tribunali negano la propria competenza. Il caso arriva in Cassazione, che si trova di fronte a un complesso problema di riparto di giurisdizione per contributi pubblici. Data la delicatezza della questione e l'assenza di precedenti specifici sulla legge regionale applicabile, la Corte non decide. Rimette la questione alle Sezioni Unite, il suo massimo organo, per stabilire una volta per tutte quale giudice, ordinario o amministrativo, abbia il potere di decidere su queste controversie.
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Danno da fauna selvatica: risarcimento negato, solo indennizzo
Un agricoltore subisce un ingente danno da fauna selvatica a causa del passaggio di cinghiali sul suo terreno coltivato a mais, situato all'interno di un Parco Nazionale. L'agricoltore chiede il risarcimento totale del danno, ma l'Ente Parco offre solo un indennizzo parziale, pari all'80%, come previsto dal proprio regolamento. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: nelle aree protette, la tutela della fauna è un valore di interesse pubblico. Pertanto, il danno subito dal privato non deriva da un fatto illecito e non dà diritto a un risarcimento integrale, ma solo a un indennizzo. La Corte bilancia così l'interesse del singolo con quello della collettività, confermando la legittimità dell'indennizzo parziale.
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Accesso canali TV detenuto: la scelta non è un diritto assoluto
Un detenuto sottoposto al regime speciale 41-bis chiedeva di poter vedere più canali televisivi rispetto a quelli offerti dall'istituto penitenziario. Inizialmente i giudici di sorveglianza gli avevano dato ragione. La Corte di Cassazione ha però ribaltato la decisione, stabilendo che l'accesso canali televisivi detenuto non è un diritto assoluto. Se l'amministrazione garantisce la visione dei principali canali nazionali, la limitazione dell'offerta non viola il diritto all'informazione. Si tratta di una semplice scelta organizzativa interna al carcere, non di una lesione dei diritti fondamentali del detenuto. Di conseguenza, il Ministero della Giustizia ha vinto il ricorso e la richiesta del detenuto è stata respinta definitivamente.
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Uso frigorifero in carcere: la sicurezza batte il diritto del detenuto
Un detenuto sottoposto al regime speciale del 41-bis si era visto negare dall'Amministrazione Penitenziaria la possibilità di conservare cibi freschi in un congelatore. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Amministrazione, stabilendo che non esiste un diritto automatico del detenuto all'uso frigorifero in carcere. La valutazione sulla compatibilità di tali richieste con le esigenze di sicurezza e organizzative dell'istituto spetta esclusivamente all'Amministrazione stessa. Il potere del giudice non può sovrapporsi a questa discrezionalità. La richiesta del detenuto è stata quindi definitivamente respinta.
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Diritto di cucinare in cella al 41-bis: vince la regola del carcere
Un detenuto in regime speciale 41-bis si opponeva alla decisione del carcere di imporre fasce orarie per la cottura dei cibi. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Ministero della Giustizia, stabilendo che il **diritto di cucinare in cella** non è assoluto. L'amministrazione penitenziaria può legittimamente regolamentare le modalità di esercizio di questo diritto, come stabilire degli orari, per esigenze organizzative e di sicurezza interna. Tale regolamentazione non costituisce una violazione se non comprime irragionevolmente il diritto stesso. La Corte ha quindi annullato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva accolto il reclamo del detenuto, ordinando un nuovo esame della questione.
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Scelta Canali TV Detenuto: Diritto o Discrezionalità Carcere?
Un detenuto in regime speciale chiede di vedere due canali TV non inclusi nella lista autorizzata. Il Tribunale di Sorveglianza gli dà ragione, ma l'Amministrazione Penitenziaria ricorre in Cassazione. La Corte Suprema ribalta la decisione, stabilendo che la scelta dei canali TV per un detenuto non è un diritto assoluto su cui un giudice può intervenire. Rientra invece nel potere discrezionale dell'amministrazione, che deve bilanciare il diritto all'informazione con le esigenze di sicurezza e ordine interno. La richiesta del detenuto viene quindi respinta definitivamente. L'Amministrazione vince la causa.
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