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Diritto Di Opzione

29 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un accordo in cui una parte si impegna a mantenere ferma una proposta contrattuale per un certo tempo, lasciando all'altra parte la libertà di accettarla o meno. Se l'accettazione avviene, il contratto si considera concluso.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Definizione agevolata liti tributarie e IVA mense aziendali
L'Agenzia delle Entrate contestava a una grande società la mancata regolarizzazione di fatture per i servizi di mensa aziendale. Secondo il fisco, la quota destinata all'usura dei macchinari nascondeva un diritto di riscatto su beni in locazione finanziaria, soggetto all'aliquota IVA ordinaria del 20% anziché a quella agevolata del 4%. Dopo la vittoria della società nei primi due gradi di merito, l'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, la società ha presentato formale istanza per accedere alla definizione agevolata liti tributarie introdotta dalla Legge n. 130/2022. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta, sospendendo il processo per consentire il perfezionamento della procedura di chiusura della controversia fiscale.
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Tassazione accordo transattivo: il diritto di opzione vince sul fisco
Un Socio ha contestato delibere bancarie che incidevano sui suoi diritti di opzione e di voto. Dopo l'annullamento giudiziale, le parti hanno raggiunto un **accordo transattivo**. Il Socio ha ricevuto una somma per la rinuncia ai suoi diritti. L'Agenzia delle Entrate ha tentato di applicare una tassazione più elevata, qualificando la somma come reddito da obblighi. Il Socio ha sostenuto l'applicazione di un'imposta sostitutiva, trattandosi di cessione di diritti legati a partecipazioni. La Cassazione ha confermato che la somma, derivante dalla **tassazione accordo transattivo**, compensava la rinuncia al diritto di opzione, equiparabile alla cessione di una partecipazione. La somma è soggetta a imposta sostitutiva del 12,50%, rigettando il ricorso dell'Agenzia.
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Diritto di Opzione: Rinuncia e Tassazione Somme Transattive, la Cassazione
Un azionista di una Banca Popolare impugnò delibere assembleari che violavano il suo diritto di opzione durante la trasformazione della banca e l'emissione di un prestito obbligazionario. Dopo una sentenza favorevole in primo grado, le parti raggiunsero un accordo transattivo. L'azionista ricevette una somma e la dichiarò come reddito, pagando l'IRPEF. Successivamente, chiese il rimborso, sostenendo che la somma non fosse tassabile o dovesse esserlo con imposta sostitutiva. L'Agenzia delle Entrate riteneva la somma tassabile come obblighi di fare/non fare/permettere. La Corte di Cassazione ha stabilito che la somma ricevuta dall'azionista, a seguito della rinuncia al diritto di opzione nell'ambito di un accordo transattivo, rientra nella categoria dei "redditi diversi" derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazioni non qualificate (art. 67, comma 1, lett. c-bis, TUIR), confermando la decisione della Commissione Tributaria Regionale e rigettando il ricorso dell'Agenzia delle Entrate. Questo chiarisce la corretta **tassazione somme transattive** in casi simili.
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Patto parasociale: Scadenza Contro Interpretazione, Cassazione Annulla
Una Società A aveva stipulato un patto parasociale con una Società B, che includeva un diritto di opzione (put option) per la vendita di azioni. La Corte d'Appello aveva stabilito che il patto parasociale era scaduto il 30 gennaio 2009, poiché erano trascorsi i cinque anni di validità previsti dalla legge, decorrenti dal 1° gennaio 2004. La Società A ha presentato ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il primo motivo di ricorso della Società A, ritenendo che la Corte d'Appello avesse interpretato erroneamente l'Art. 2341-bis c.c. riguardo la durata dei patti parasociali. La sentenza d'Appello è stata annullata e il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello di Perugia per un nuovo esame, che dovrà riesaminare la questione alla luce dei principi stabiliti dalla Cassazione.
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Versamento in conto futuro aumento di capitale: niente rimborso
Un usufruttuario di quote societarie esegue un cospicuo versamento in conto futuro aumento di capitale a favore di una società, con il patto di restituzione qualora l'operazione non sia deliberata entro dieci anni. Dopo la morte dell'usufruttuario, l'assemblea approva l'aumento di capitale prima della scadenza decennale, imputando a capitale la riserva accantonata. Gli eredi dell'usufruttuario chiedono la restituzione del denaro, lamentando l'esclusione dalla sottoscrizione del nuovo capitale sociale. La Corte di Cassazione respinge la richiesta degli eredi. I giudici chiariscono che il versamento ha realizzato la sua causa perché l'aumento è avvenuto entro i termini. Il diritto di opzione compete al nudo proprietario e non all'usufruttuario o ai suoi eredi.
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Giurisdizione Vendita Immobili Pubblici: Diritto Privato Prevale su Pubblico
Un Ristoratore storico, inquilino di un immobile pubblico, ha contestato la vendita "in blocco" dell'edificio a una Società Acquirente. L'immobile, originariamente dell'Ente Previdenziale, era stato conferito a un Fondo Immobiliare Pubblico gestito da una Società di Gestione. Il Ristoratore lamentava la violazione dei suoi diritti di prelazione e opzione. Il TAR aveva riconosciuto la giurisdizione ordinaria, ma il Consiglio di Stato aveva optato per quella amministrativa, ritenendo in gioco il legittimo esercizio del potere pubblico. La Corte di Cassazione, invece, ha stabilito che la **giurisdizione vendita immobili pubblici** da parte del Fondo è di natura privatistica. La controversia spetta quindi al giudice ordinario.
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Diritto di opzione: la morosità blocca l’acquisto dell’immobile
Un cittadino occupa un appartamento, un box, una cantina e un magazzino appartenenti a un ente previdenziale pubblico. L'assegnazione originaria viene annullata perché priva della necessaria gara pubblica. Il cittadino chiede al tribunale di acquistare i beni mediante il diritto di opzione previsto per la vendita degli immobili pubblici. L'ente pubblico si oppone, chiedendo il rilascio dei locali per morosità non saldata nei tempi previsti. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'occupante, stabilendo che il regolare pagamento dei canoni e delle indennità di occupazione è un requisito indispensabile per esercitare il diritto di opzione. Chi è moroso non può beneficiare della sanatoria o pretendere il riscatto dell'immobile pubblico. L'occupante perde la causa e deve restituire tutti gli immobili occupati oltre a pagare le spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria e quote: decide il Tribunale Imprese
Una società creditrice promuove una azione revocatoria ordinaria per rendere inefficaci diversi atti del debitore. Il debitore ha conferito quote societarie nel fondo patrimoniale, ceduto partecipazioni ai familiari e rinunciato all'aumento di capitale sociale a favore dei congiunti per sottrarre beni alla garanzia patrimoniale. Il Tribunale ordinario si dichiara competente, ma i familiari propongono regolamento di competenza. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e dichiara la competenza della Sezione Specializzata in materia di Imprese. I giudici evidenziano che l'impugnazione di una delibera di aumento di capitale e la rinuncia all'opzione incidono direttamente sull'assetto societario e sui diritti connessi alle quote. Di conseguenza, il Tribunale delle Imprese deve decidere l'intera controversia.
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Tassazione dei diritti di opzione tra errore bancario e Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'omessa dichiarazione di ricavi derivanti dalla vendita di strumenti finanziari. La controversia riguardava la tassazione dei diritti di opzione, sia acquisiti gratuitamente sia a titolo oneroso. La contribuente sosteneva che la vendita a titolo oneroso fosse avvenuta per errore della banca senza autorizzazione. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'incasso effettivo delle somme rende il provento imponibile nell'anno di realizzo secondo il principio di competenza, indipendentemente dal contenzioso con l'istituto di credito. Inoltre, i giudici hanno accolto il ricorso del Fisco sul presunto abuso del diritto legato allo spostamento dei titoli in bilancio, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Aumento del capitale sociale: la maggioranza vince sulla minoranza
Il Socio di Minoranza ha impugnato la delibera assembleare della Società che prevedeva l'azzeramento del capitale sociale per perdite e il contemporaneo aumento del capitale sociale fino a 500.000 euro. Il Socio sosteneva che l'operazione costituisse un abuso di potere del Socio di Maggioranza per escluderlo dalla compagine sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Socio di Minoranza. I giudici hanno confermato la piena validità della delibera di riduzione e contemporaneo aumento del capitale, anche oltre il minimo legale, purché sia garantito il diritto di opzione ai soci di minoranza per mantenere le proprie quote. Non è stato provato alcun abuso di potere, in quanto le perdite erano reali e documentate da bonifici bancari.
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Obbligo contributivo Cassa Forense: escluso prima del 2010
Un avvocato tedesco, iscritto all'albo in Germania e nella sezione speciale in Italia, si è opposto alla richiesta di pagamento dei contributi da parte della Cassa Forense per gli anni dal 2008 al 2011. La professionista aveva esercitato il diritto di opzione per la cassa previdenziale tedesca. La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti dell'obbligo contributivo Cassa Forense per i professionisti europei, distinguendo due periodi. Per i redditi maturati fino al 1° maggio 2010, l'avvocato non deve pagare nulla in Italia grazie all'opzione esercitata. Dal 1° maggio 2010 in poi, invece, l'entrata in vigore del Regolamento CE n. 987/2009 impone l'applicazione della legge dello Stato di residenza in cui si svolge l'attività prevalente. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare le somme dovute solo per il secondo periodo.
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Diritto di opzione: scontro tra inquilini ed ente sugli alloggi
Un gruppo di inquilini di alloggi pubblici ha fatto causa all'ente previdenziale per ottenere il trasferimento di proprietà degli appartamenti in cui vivevano in affitto. Gli inquilini sostenevano che una lettera inviata dall'ente nel 1999 costituisse una proposta di vendita e che la loro risposta positiva avesse fatto scattare il loro Diritto di opzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli inquilini. I giudici hanno chiarito che quella lettera era solo un'indagine preliminare per pianificare le vendite e non conteneva un prezzo né un impegno a vendere. Pertanto, non è sorto alcun obbligo di vendita a carico dell'ente. Gli inquilini hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese legali.
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Nullità clausola indicizzazione: il cliente batte la finanziaria
Un utilizzatore di un contratto di leasing per un'imbarcazione ha contestato la validità della clausola che legava i canoni al tasso Libor e al rischio cambio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando la nullità clausola indicizzazione per via della sua totale indeterminatezza. La clausola, infatti, non permetteva di calcolare in modo chiaro e preventivo le variazioni dei canoni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha stabilito che l'utilizzatore non deve pagare le somme richieste dalla società di leasing a titolo di rischio cambio, né i canoni successivi alla scadenza del contratto, avendo egli esercitato correttamente il diritto di riscatto del bene. La società di leasing perde il ricorso ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Tassazione dell’accordo transattivo: il Fisco perde contro i soci
Una piccola azionista di una banca ha avviato una causa contro l'istituto per la violazione del proprio diritto di opzione durante un aumento di capitale. Prima della sentenza d'appello, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo: la socia ha rinunciato alla lite e al diritto di opzione in cambio di una somma proporzionata alle sue azioni. L'Agenzia delle Entrate pretendeva di applicare l'aliquota ordinaria sulle somme ricevute, qualificandole come compenso per un obbligo di non fare. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la tassazione dell'accordo transattivo deve seguire la natura del diritto originario. Trattandosi di rinuncia al diritto di opzione, la somma va tassata in modo agevolato come cessione di partecipazione societaria. L'Agenzia delle Entrate ha perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Tassazione delle somme da transazione: vittoria del socio sul fisco
Un socio di una banca ha contestato una delibera societaria che ledeva il suo diritto di opzione. La lite si è conclusa con un accordo transattivo: il socio ha rinunciato alla causa in cambio di una somma di denaro proporzionata alle sue azioni. L'Amministrazione Finanziaria voleva tassare questa somma con l'aliquota ordinaria più alta, considerandola come un compenso per un generico obbligo di non fare. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la tassazione delle somme da transazione deve seguire la natura del diritto originario. Poiché la somma compensava la perdita del diritto di opzione sulle azioni, si applica la tassazione separata agevolata al 12,5%. L'Agenzia delle Entrate ha perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese.
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Diritto di opzione acquisto immobile: Ente ritira l’offerta, ma vince l’inquilino
Un ente previdenziale offre in vendita alcuni appartamenti ai rispettivi inquilini, i quali accettano la proposta esercitando il loro diritto di opzione acquisto immobile. Successivamente, l'ente annulla l'offerta, sostenendo che l'immobile è 'di pregio' e quindi le condizioni di vendita devono cambiare. Gli inquilini si rivolgono al tribunale per far valere l'accordo. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo era già perfezionato con l'accettazione dell'opzione da parte degli inquilini. Di conseguenza, ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente, confermando di fatto la validità della vendita alle condizioni originarie e dando ragione agli inquilini.
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Corrispettivo per diritto di opzione: quando l’IVA non è dovuta
La Corte di Cassazione ha chiarito la differenza fiscale tra acconto e corrispettivo per diritto di opzione. Una società edile aveva ricevuto una somma da un cliente per un'opzione di acquisto su un immobile. L'Agenzia delle Entrate l'aveva qualificata come acconto, pretendendo il pagamento dell'IVA. La Corte ha dato ragione alla società, stabilendo che il pagamento per un'opzione non esercitata non costituisce un'operazione imponibile ai fini IVA, perché non avviene alcuna cessione del bene. Il corrispettivo per diritto di opzione, quindi, non va confuso con un anticipo sul prezzo e resta escluso dal campo di applicazione dell'imposta se la vendita non si perfeziona.
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Uso Residenziale vs Foresteria: Associazione Perde Diritto Acquisto
La Corte di Cassazione ha negato a un'associazione il diritto di acquistare un immobile pubblico. La legge regionale richiedeva che l'immobile fosse destinato a 'uso residenziale'. L'immobile, però, era stato concesso all'associazione per 'uso foresteria', cioè per ospitare temporaneamente persone. Il fatto che il vicepresidente lo usasse come abitazione privata non cambia la destinazione legale. La Corte ha stabilito che l'uso foresteria non è assimilabile all'uso residenziale, poiché quest'ultimo implica una dimora stabile e abituale. Inoltre, un'associazione, in quanto ente, non ha esigenze abitative come una persona fisica. Di conseguenza, l'associazione ha perso la causa e non ha potuto acquistare l'immobile.
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Responsabilità della banca: risarcimento e titoli
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità della banca per non aver comunicato tempestivamente a un cliente un'operazione di aumento di capitale. Tale omissione ha impedito l'esercizio del diritto di opzione su titoli azionari. Nonostante l'accertamento dell'inadempimento ex art. 1838 c.c., i giudici hanno confermato la riduzione del risarcimento operata in appello, basata sulla reale data di disponibilità dei titoli per la rivendita, rigettando le contestazioni del risparmiatore sulla quantificazione del danno.
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Divieto di alienazione: nullità vendita immobili S.C.I.P.
La Corte di Cassazione ha sancito la nullità di un atto di compravendita immobiliare per violazione del divieto di alienazione quinquennale. Un privato aveva acquistato un immobile da un ente pubblico cartolarizzato a prezzo agevolato, rivendendolo prima della scadenza dei cinque anni. Nonostante la Corte d'Appello avesse inizialmente ritenuto valida la vendita applicando deroghe previste da altre normative, la Suprema Corte ha chiarito che per gli immobili gestiti tramite S.C.I.P. il divieto è assoluto e non ammette eccezioni legate al cambio di residenza o necessità familiari.
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