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Dies A Quo

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2593 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sospensione della vendita immobiliare: l’illecito non salva
Un debitore ha cercato di bloccare l'asta della propria casa denunciando un accordo illecito da lui stesso stretto con l'acquirente per far scendere il prezzo. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta per tardività. La Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta di sospensione della vendita immobiliare, ma con una motivazione diversa: chi causa un danno con un comportamento illecito non può poi invocarlo a proprio favore. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del debitore sul calcolo dei tempi per opporsi al decreto di trasferimento. Il termine di venti giorni non decorre dalla semplice pubblicazione telematica dell'atto, ma dalla sua effettiva conoscenza. La causa torna quindi al Tribunale per verificare la tempestività dell'opposizione.
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Rimborso IVA non dovuta: l’Azienda batte il Fisco in Cassazione
L'Azienda cede un ramo aziendale escludendo le merci di magazzino, poi vendute separatamente con IVA. L'Agenzia delle Entrate riqualifica l'operazione come cessione d'azienda unitaria, applicando l'imposta di registro ed escludendo l'IVA. L'Azienda, che ha versato l'IVA allo Stato ma non l'ha mai ricevuta dal compratore, chiede il rimborso. Il fisco nega il rimborso ritenendolo tardivo e condizionato alla restituzione dell'IVA al compratore. La Cassazione dà ragione all'Azienda, stabilendo che il termine di due anni per il Rimborso IVA non dovuta decorre dalla definitività dell'accertamento. Inoltre, l'impossibilità di restituire al compratore una somma mai ricevuta non blocca il rimborso, purché non vi sia danno per l'erario.
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Rimborso IVA non dovuta: il fisco deve pagare il venditore
Un'azienda vende un ramo d'attività e, separatamente, le merci in magazzino applicando l'IVA. L'Agenzia delle Entrate riqualifica l'operazione come un'unica cessione d'azienda, esente da IVA e soggetta a imposta di registro. Il compratore corregge la sua posizione fiscale, mentre il venditore chiede il rimborso IVA non dovuta. L'ufficio rifiuta il rimborso sostenendo che il venditore non ha restituito l'IVA al compratore. La Cassazione dà ragione al venditore: poiché il compratore non aveva mai pagato l'IVA al venditore a titolo di rivalsa, la restituzione era impossibile. Il termine di due anni per chiedere il rimborso decorre dalla definitività dell'accertamento fiscale. Il diniego del fisco avrebbe causato un ingiusto arricchimento dello Stato, senza alcun pericolo per le casse pubbliche.
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Credito d’imposta revolving: il Fisco perde sul rimborso
Un'azienda fornitrice di energia elettrica ha accumulato un credito d'imposta per accise versate in eccesso negli anni dal 2008 al 2010. L'Amministrazione finanziaria ha negato il rimborso del credito residuo, sostenendo che l'istanza fosse tardiva rispetto al termine biennale di decadenza calcolato dai singoli versamenti. La Corte di Cassazione ha invece dato ragione alla società, stabilendo che in caso di credito d'imposta revolving, utilizzato continuamente in detrazione dei debiti successivi, il termine di decadenza di due anni non decorre dai singoli pagamenti originari. Il termine inizia a decorrere solo dalla presentazione dell'ultima dichiarazione annuale di consumo, momento in cui il rapporto tributario si chiude e il credito finale emerge definitivamente come indebito non più compensabile.
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Rimborso dell’IVA indebita: sì anche oltre i due anni
Un'azienda ha prestato servizi applicando l'IVA, ma il fisco ha poi stabilito con accertamento definitivo che l'operazione era fuori campo IVA. Il cliente ha dovuto pagare l'imposta all'erario e l'azienda fornitrice ha rimborsato il cliente. Quando l'azienda ha chiesto all'Amministrazione finanziaria il rimborso dell'IVA indebita, l'ufficio ha eccepito il superamento del termine di decadenza di due anni dal versamento originario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate. I giudici hanno stabilito che l'accertamento definitivo sul cliente costituisce un provvedimento coattivo che riapre i termini per il rimborso. Negare la restituzione violerebbe il principio europeo di neutralità dell'imposta, causando un ingiusto arricchimento dello Stato che incasserebbe due volte lo stesso tributo.
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Responsabilità professionale del notaio: ritardo ma nessun danno
I Debitori costituiscono un fondo patrimoniale nel 1999, ma il Notaio lo annota nei registri dello stato civile solo nel 2003. Nel frattempo, i Debitori contraggono ingenti debiti e le banche avviano con successo azioni revocatorie per pignorare i beni. I Debitori chiedono il risarcimento dei danni per la responsabilità professionale del notaio, sostenendo che il ritardo abbia impedito la prescrizione delle azioni dei creditori. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: la prescrizione dell'azione revocatoria decorre solo dal giorno in cui l'atto è reso pubblico tramite annotazione. Di conseguenza, anche con un'annotazione tempestiva, i creditori avrebbero potuto agire utilmente. Inoltre, manca la prova di un danno concreto e attuale al patrimonio dei Debitori, escludendo il nesso di causa-effetto tra l'errore del professionista e il pregiudizio lamentato.
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Finanziamento agevolato perso: la banca non risponde del ritardo
Un acquirente compra un macchinario industriale confidando nell'ottenimento di un finanziamento agevolato gestito dalla società venditrice tramite una banca. A causa di errori materiali nei documenti e della successiva spedizione tardiva dei titoli corretti, la domanda di finanziamento agevolato decade per la sopravvenuta sospensione dei termini di legge. L'acquirente cita in giudizio la banca chiedendo il risarcimento per negligenza. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente, confermando che la banca non ha alcuna responsabilità. I giudici rilevano che i documenti corretti sono stati spediti solo a ridosso della scadenza e non potevano essere lavorati in tempo utile. L'acquirente perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Rimborso accise energia elettrica: il fisco perde sulla decadenza
L'Azienda ha richiesto il rimborso accise energia elettrica per somme versate in eccedenza negli anni 2006 e 2007. L'Agenzia delle Dogane ha negato parzialmente il rimborso, eccependo la decadenza biennale del diritto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che il termine di decadenza di due anni per richiedere il rimborso del saldo creditorio non decorre dal momento in cui il credito sorge, ma dalla presentazione dell'ultima dichiarazione annuale in cui il credito viene riportato a nuovo. Poiché l'Azienda ha riportato il credito nella dichiarazione del 2008, l'istanza presentata nel 2010 è tempestiva. L'Azienda vince la causa e ottiene il diritto al rimborso.
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Decadenza della fideiussione: l’avvocato perde il compenso
Un avvocato ha richiesto il pagamento dei compensi professionali a un'associazione sportiva e ai suoi amministratori, garanti dell'ente. Gli amministratori hanno eccepito la decadenza della fideiussione poiché il legale non ha avviato azioni giudiziarie entro il termine di sei mesi dalla conclusione dell'incarico, avvenuta con la pubblicazione della sentenza della controversia originaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che l'obbligazione del cliente scade e diventa esigibile al termine dell'attività professionale. Pertanto, l'invio di semplici solleciti stragiudiziali non interrompe il termine semestrale previsto dalla legge. Il creditore ha perso il diritto di rivalersi sui garanti per non aver agito in giudizio tempestivamente.
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Medici specializzandi a cavallo: indennizzo sì, danni extra no
Un medico, iscritto alla scuola di specializzazione in medicina interna nel 1981, ha chiesto il risarcimento dei danni per la tardiva trasposizione delle direttive europee. La Cassazione ha confermato il suo diritto all'indennizzo a partire dal 1° gennaio 1983, respingendo il ricorso dello Stato. La Corte ha chiarito che la tutela per i medici specializzandi a cavallo spetta anche a chi ha iniziato il corso prima del 1982, purché proseguito dopo la scadenza del termine di recepimento. Tuttavia, la Corte ha rigettato le richieste del medico per danni ulteriori legati alla perdita di un successivo posto di lavoro, escludendo il nesso causale, e ha stabilito che gli interessi moratori decorrono solo dalla citazione in giudizio, poiché il medico non ha prodotto gli avvisi di ricevimento delle precedenti lettere di messa in mora.
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Lottizzazione abusiva: i garage interrati non evitano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di lottizzazione abusiva nei confronti del legale rappresentante di una cooperativa edilizia. La vicenda riguarda la costruzione di quattro grandi fabbricati a Caserta, dove erano stati realizzati garage interrati per oltre 81.000 metri cubi senza computarli nella volumetria totale consentita. La Corte ha chiarito che i garage interrati aumentano il carico urbanistico e vanno calcolati nella volumetria complessiva, escludendo che possano essere considerati semplici volumi tecnici. Per il costruttore, il reato non è stato dichiarato prescritto poiché la firma di un successivo contratto di vendita del terreno ha spostato in avanti la data di consumazione del reato. I ricorsi dei difensori sono stati rigettati.
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Prescrizione contributi TFR: l’Azienda perde senza prove
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un'Azienda il pagamento dei contributi omessi per il trattamento di fine rapporto da versare al Fondo di Tesoreria. L'Azienda si è opposta eccependo la Prescrizione contributi TFR per alcuni mesi del 2007, sostenendo che il termine quinquennale fosse già decorso al momento della richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che la prescrizione inizia a decorrere solo dal mese successivo alla consegna del modello TFR1 da parte del lavoratore. Spetta all'Azienda, che solleva l'eccezione, dimostrare la data esatta di questa consegna, poiché tale documento rientra nella sua esclusiva disponibilità. Non avendo fornito questa prova, l'eccezione di prescrizione è stata respinta e l'Azienda è stata condannata a pagare i contributi e le spese di giudizio.
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Garanzia per vizi della cosa venduta: stop ai rimborsi tardivi
Un automobilista ha chiesto il risarcimento e lo scioglimento del contratto a un meccanico per l'installazione di pezzi di ricambio difettosi che avevano causato la rottura del motore. Il cliente aveva fatto riparare l'auto da un'officina terza e denunciato i difetti solo dopo oltre un mese dalla consegna della fattura di riparazione. Il Tribunale ha respinto le richieste per il mancato rispetto dei termini di decadenza e della gerarchia dei rimedi previsti dal Codice del consumo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La garanzia per vizi della cosa venduta richiede infatti che la denuncia avvenga entro otto giorni dalla scoperta oggettiva del difetto, termine ampiamente superato nel caso di specie, rendendo tardiva qualsiasi azione risarcitoria.
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Interessi su rimborso IVA: Fisco batte azienda sulla decorrenza
Un'azienda ha versato erroneamente l'IVA su una cessione di magazzino, poi riqualificata come trasferimento d'azienda (operazione esclusa da IVA). Dopo che la Cassazione ha accertato il diritto al rimborso dell'imposta, è nata una controversia sul calcolo degli interessi. L'azienda pretendeva interessi compensativi dal momento del versamento, mentre l'Agenzia delle Entrate riteneva applicabili gli interessi moratori dalla domanda di rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per i tributi indiretti non si applica la disciplina delle imposte dirette. Di conseguenza, gli interessi su rimborso IVA hanno natura moratoria e decorrono esclusivamente dalla data di presentazione della domanda di rimborso, secondo la legge speciale del 1961, e non dal momento del versamento indebito.
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Prescrizione contributi previdenziali: la proroga salva l’INPS
L'Istituto Previdenziale ha richiesto a un ingegnere, dipendente pubblico con attività libero professionale nel 2008, il pagamento dei contributi per la gestione separata. I giudici di merito avevano dichiarato prescritto il credito, ritenendo tardiva la richiesta notificata il 27 giugno 2014 rispetto alla scadenza originaria del 16 giugno 2009. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. La Corte ha stabilito che la prescrizione contributi previdenziali decorre dal termine di pagamento differito da un decreto ministeriale (D.P.C.M. 4 giugno 2009), che aveva spostato la scadenza al 6 luglio 2009. Di conseguenza, la richiesta di pagamento del 2014 è tempestiva perché notificata prima del compimento dei cinque anni. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Gestione separata INPS: niente sanzioni da evasione se dichiari
L'ente previdenziale ha richiesto a un avvocato libero professionista il pagamento dei contributi per la Gestione separata INPS per gli anni dal 2009 al 2011. La Corte d'Appello ha dichiarato prescritti i contributi del 2009 e del 2011. Per l'anno 2010, i giudici hanno escluso le sanzioni per evasione contributiva poiché il professionista aveva regolarmente dichiarato i propri redditi al fisco, omettendo solo la compilazione del quadro previdenziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che la trasparenza fiscale esclude l'intento fraudolento e impedisce l'applicazione delle sanzioni più gravi.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: l’INPS batte il tempo
L'Istituto Previdenziale ha richiesto a un ingegnere, lavoratore dipendente e autonomo, il pagamento dei contributi per la Gestione Separata relativi all'anno 2009. La Corte d'Appello ha dichiarato estinto il debito per prescrizione, ritenendo che il termine di cinque anni fosse iniziato il 16 giugno 2010 e scaduto prima della richiesta di pagamento del 1° luglio 2015. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici hanno stabilito che la prescrizione dei contributi previdenziali era iniziata il 6 luglio 2010, grazie alla proroga statale dei termini di versamento per chi svolge attività soggette a studi di settore. Di conseguenza, la richiesta di pagamento dell'ente, notificata il 1° luglio 2015, è tempestiva perché inviata prima della scadenza del termine quinquennale. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio.
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Prescrizione contributi Gestione Separata: la proroga salva l’INPS
Un ingegnere, lavoratore dipendente, svolgeva anche attività libero-professionale senza iscriversi alla cassa di categoria, omettendo il versamento dei contributi previdenziali per l'anno 2008. L'INPS notificava un avviso di addebito il 2 luglio 2014. La Corte d'Appello dichiarava il credito prescritto, fissando la decorrenza al 30 giugno 2009. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'INPS, stabilendo che la prescrizione contributi Gestione Separata decorre dalla scadenza effettiva del pagamento. Poiché il D.P.C.M. del 4 giugno 2009 aveva prorogato la scadenza al 6 luglio 2009, la richiesta dell'ente previdenziale, giunta il 2 luglio 2014, è tempestiva perché avvenuta entro i cinque anni.
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Iscrizione Gestione Separata: contributi sì, sanzioni no
Un avvocato si è opposto alla richiesta dell'ente previdenziale di pagare i contributi per l'anno 2009 tramite l'iscrizione d'ufficio alla Iscrizione Gestione Separata. Il professionista sosteneva di non dover versare nulla in quanto iscritto retroattivamente alla propria cassa professionale e che, comunque, la richiesta fosse prescritta. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'obbligo contributivo sussiste sull'intero reddito poiché il solo versamento del contributo integrativo alla cassa forense non esclude la tutela previdenziale pubblica. Tuttavia, accogliendo parzialmente il ricorso, i giudici hanno annullato le sanzioni civili originariamente applicate per l'anno 2009, in linea con una recente pronuncia della Corte Costituzionale. Il professionista deve quindi pagare i contributi base ma evita le sanzioni.
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Gestione separata INPS: iscrizione legittima ma dolo escluso
Un avvocato si opponeva all'iscrizione d'ufficio alla Gestione separata INPS operata dall'istituto per l'anno 2011, contestando l'obbligo contributivo e eccependo la prescrizione del credito. La Corte d'appello accoglieva le ragioni dell'ente previdenziale, ritenendo che la mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento doloso del debito, idoneo a sospendere la prescrizione. La Corte di Cassazione, pur confermando l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata INPS per i professionisti non iscritti alla cassa di categoria, ha accolto il ricorso dell'avvocato sul tema della prescrizione. I giudici hanno chiarito che la prescrizione decorre dalla scadenza del pagamento e che l'omessa compilazione del quadro RR non comporta un automatico occultamento doloso, richiedendo invece una specifica prova del dolo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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