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Detenzione A Fini Di Spaccio

57 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

È il reato commesso da chi possiede sostanze stupefacenti non per uso personale, ma con l'intenzione di venderle, cederle o distribuirle ad altri.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Concorso in spaccio di stupefacenti: chiavi e confessione non bastano
Due imputati sono stati condannati per concorso in spaccio di stupefacenti. Il Primo Imputato ha contestato l'accuratezza del verbale di arresto e la sua effettiva partecipazione, sostenendo di non abitare nell'appartamento dove fu trovata la droga. Il Secondo Imputato ha lamentato il diniego delle circostanze attenuanti generiche nonostante la sua confessione e un solo precedente. La Corte di Cassazione ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili. Ha confermato la responsabilità del Primo Imputato basandosi sul suo accesso all'appartamento con le chiavi. Ha inoltre ritenuto giustificato il diniego delle attenuanti per il Secondo Imputato, affermando che la confessione da sola non impone una riduzione della pena e che l'identità di trattamento tra coimputati era adeguatamente motivata.
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Detenzione a fini di spaccio: il confine sottile tra uso e reato
Un uomo è stato condannato per **detenzione a fini di spaccio** dopo essere stato trovato con eroina e suboxone in una nota piazza di spaccio. L'uomo aveva tentato di fuggire e aveva lasciato cadere una bustina contenente la droga, confezionata in diversi involucri. Non ha provato che il suboxone provenisse da un servizio di assistenza. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, ribadendo che non è solo il peso della sostanza a determinare l'intento di spaccio, ma l'insieme delle circostanze: luogo, confezionamento e assenza di reddito. Il ricorso è stato rigettato.
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Detenzione a fini di spaccio: confine tra uso personale e reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti quali marijuana e cocaina. L'uomo sosteneva la destinazione all'uso personale, contestando il valore indiziario del bilancino e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che la detenzione a fini di spaccio si desume dall'insieme di più elementi: quantitativo, presenza di strumenti di pesa, pluralità di droghe e sproporzione economica rispetto ai redditi dell'imputato. È stata inoltre ribadita la piena compatibilità tra il diniego delle attenuanti generiche e la concessione della sospensione condizionale della pena, poiché i due istituti rispondono a finalità diverse. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: concorso e non favoreggiamento
L'Imputato è stato condannato per il concorso nel reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, dopo essere stato sorpreso nell'abitazione di un complice con un ingente quantitativo di cannabis. Il ricorrente ha impugnato la condanna davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo di riqualificare la propria condotta nel reato meno grave di favoreggiamento personale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che, finché la custodia illecita della droga è in corso, qualunque aiuto prestato all'autore non costituisce mero favoreggiamento ma concorso pieno nel reato, anche sotto il profilo morale. Il ricorrente è stato condannato al versamento di tremila euro alla cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Detenzione a fini di spaccio: Cassazione conferma condanna per droga
Un individuo è stato condannato per Detenzione a fini di spaccio di cocaina e hashish. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove, la qualificazione del fatto come un unico reato anziché due distinti, e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. Ha ribadito la validità della valutazione complessiva degli elementi probatori e ha chiarito che la detenzione di diverse tipologie di sostanze stupefacenti, seppur con quantità diverse, può configurare un unico reato grave, escludendo l'ipotesi di reato lieve.
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Fuga pericolosa e spaccio: la Resistenza a pubblico ufficiale non paga
Due fratelli, fermati dalla polizia, si sono dati a una fuga ad alta velocità, gettando droga dal finestrino e causando un incidente. Sono stati condannati per Resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di droga a fini di spaccio. Hanno presentato ricorso, sostenendo che la fuga non fosse resistenza e che la droga fosse per uso personale. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando che la fuga pericolosa costituisce Resistenza a pubblico ufficiale e che la modesta quantità di droga, se suddivisa e in un contesto di fuga, non esclude la destinazione allo spaccio. Entrambi i fratelli sono stati ritenuti responsabili.
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Detenzione a fini di spaccio: tra uso personale e condanna
L'Imputato è stato trovato in possesso di tre diverse tipologie di sostanze stupefacenti: marijuana, hashish e cocaina. Insieme alla droga, le forze dell'ordine hanno sequestrato un bilancino di precisione e materiale destinato al confezionamento delle dosi. Il ricorrente ha sostenuto la destinazione al solo uso personale, chiedendo un'attenuante per il modesto valore economico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La presenza del kit da imballaggio accanto allo strumento di pesa e la varietà della merce provano in modo inequivocabile la detenzione a fini di spaccio. Il potenziale guadagno esclude qualsiasi attenuante per fatti di lieve entità. L'uomo è stato condannato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: pacco alla cugina e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Il soggetto aveva acquistato all'estero tramite un canale telematico riservato cinquanta ovuli di hashish e due confezioni di marijuana, facendoli recapitare presso l'abitazione di una cugina del tutto inconsapevole. I giudici di merito avevano accertato la piena responsabilità escludendo l'uso personale, la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la correttezza logica della sentenza impugnata, ribadendo che l'entità del quantitativo e le modalità di consegna dimostrano la finalità di cessione. L'imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: prova e confisca del denaro
Una persona veniva fermata in auto con 1,8 grammi di cocaina suddivisi in quattro dosi e bustine di cellophane nel cruscotto. I giudici di merito la condannavano a dieci mesi di reclusione e 1.600 euro di multa per detenzione a fini di spaccio di lieve entità, disponendo la confisca del denaro trovato. L'imputata ricorreva per cassazione sostenendo l'uso personale, l'eccessività della sanzione e l'illegittimità della confisca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la condanna. Il possesso di materiale per il confezionamento, il reddito insufficiente a giustificare l'acquisto di una scorta e un recente precedente arresto provano la colpevolezza. La detenzione a fini di spaccio resta accertata con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: tra uso personale e profitto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine hanno fermato l'uomo dopo un tentativo di fuga, sequestrando venti dosi di crack, cinque ovuli di cocaina e una modesta somma di denaro. La difesa sosteneva la destinazione a uso personale della droga, evidenziando l'assenza di bilancini o strumenti di confezionamento. I giudici hanno respinto la tesi difensiva per la sproporzione economica tra il valore delle dosi e le entrate mensili dichiarate dal soggetto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la recidiva, il diniego dei benefici di legge e la confisca del denaro.
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Detenzione a fini di spaccio: canapa e dubbio sul THC
Un lavoratore impiegato nell'azienda di cannabis del figlio deteneva oltre 3,2 chilogrammi di marijuana, pari a oltre 14.000 dosi singole. I giudici di merito lo hanno condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per detenzione a fini di spaccio. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di aver avuto soltanto il dubbio sul superamento dei limiti legali di principio attivo e chiedendo il riconoscimento della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il semplice dubbio soggettivo sulla legalità del prodotto non cancella il dolo se l'agente prosegue nella coltivazione. Inoltre, l'elevato quantitativo di dosi ricavabili impedisce di considerare il fatto di lieve entità.
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Detenzione a fini di spaccio: quantitativo esiguo e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per la cessione di una dose di cocaina e per la detenzione a fini di spaccio di 6,40 grammi di marijuana. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibile la testimonianza dell'acquirente, confermata dalle dichiarazioni della madre e dall'assenza di scopi calunniatori. Inoltre, il ritrovamento di ritagli di cellophane nell'abitazione dell'imputato comprova l'intento distributivo anche in assenza di un bilancino di precisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, escludendo la particolare tenuità del fatto e la sospensione condizionale della pena a causa dei precedenti penali dell'imputato e del concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Detenzione a fini di spaccio: quando l’uso personale non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato lamentava il mancato rinvio dell'udienza per legittimo impedimento del difensore e sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale. La Suprema Corte ha chiarito che, durante l'emergenza sanitaria, nel rito cartolare senza richiesta di trattazione orale non è previsto il rinvio per impedimento, mancando un'udienza fisica. Inoltre, la Cassazione ha confermato la qualificazione del reato come detenzione a fini di spaccio, evidenziando che i giudici di merito avevano motivato la decisione in modo logico e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: l’offerta in ospedale costa cara
Un uomo è stato condannato per il reato di spaccio di stupefacenti con l'aggravante di aver commesso il fatto all'interno di una struttura ospedaliera. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta consistesse in una semplice detenzione e non nell'offerta o cessione di droga, uniche condotte punite dall'aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo scambio di messaggi telefonici per concordare l'incontro in ospedale costituisce una vera e propria offerta di vendita. Inoltre, la presenza fisica dell'agente all'interno del nosocomio garantisce un immediato accesso alla droga per i frequentatori della struttura. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Uso personale di stupefacenti: bilancino in casa non è spaccio
Due conviventi erano stati condannati per detenzione a fini di spaccio di 5,4 grammi di hashish. La condanna si basava sul possesso in casa di strumenti di confezionamento come bilancino e alluminio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei difensori, stabilendo che il possesso di tali strumenti non prova automaticamente lo spaccio. Il modesto quantitativo di droga fa presumere l'uso personale di stupefacenti. Inoltre, spetta all'accusa dimostrare la destinazione allo spaccio oltre ogni ragionevole dubbio, senza invertire l'onere della prova sul cittadino. Per questi motivi, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste.
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Detenzione a fini di spaccio: la fuga violenta nega la lieve entità
Un uomo ha tentato di sfuggire a un controllo di polizia colpendo un agente con il casco e causandogli un trauma cranico. Durante la successiva perquisizione, le forze dell'ordine hanno rinvenuto diverse tipologie di sostanze stupefacenti e materiale per il confezionamento in dosi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e per il reato di detenzione a fini di spaccio. I giudici hanno escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, evidenziando che la varietà delle droghe e la presenza di strumenti per il confezionamento dimostrano un'attività organizzata e non occasionale. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto se il ricorso è ripetitivo
Il Ricorrente è stato condannato per detenzione a fini di spaccio di cocaina e marijuana. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione dello spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati riproducevano semplicemente le stesse contestazioni già esaminate e correttamente respinte dai giudici di merito. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione a fini di spaccio: la varietà di dosi conferma la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la valutazione dei giudici di merito sulla destinazione della droga alla cessione a terzi. Gli Ermellini hanno invece confermato la correttezza della condanna, evidenziando che la destinazione allo spaccio è stata legittimamente desunta da elementi oggettivi: la varietà delle sostanze (cocaina, marijuana e hashish), il confezionamento in dosi pronte per la vendita e la quantità complessiva di droga sequestrata (50 grammi, equivalenti a oltre 200 dosi singole). Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: quando il nascondiglio condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione a fini di spaccio di cocaina. L'imputato contestava la mancanza di prove sulla destinazione della droga alla cessione a terzi. I giudici hanno invece confermato la validità degli indici rilevati dalle forze dell'ordine: la suddivisione della cocaina in involucri preconfezionati nascosti vicino a una pianta, il tentativo dell'uomo di raccoglierne uno e il possesso di banconote di piccolo taglio. La Suprema Corte ha ribadito che tali elementi dimostrano in modo logico l'attività di spaccio, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condannato chi aizza i cani
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato sosteneva di aver fornito solo un aiuto occasionale nel confezionare le dosi per uso personale. Tuttavia, i giudici hanno accertato una precisa divisione dei compiti con il cugino e il possesso di strumenti di confezionamento in un terreno comune. Inoltre, l'uomo aveva tentato di ostacolare le forze dell'ordine aizzando contro di loro dei cani di grossa taglia. La Suprema Corte ha confermato la condanna, negando le attenuanti generiche a causa della gravità del comportamento e dei precedenti penali specifici del soggetto, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali.
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