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Detenzione A Fini Di Spaccio

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57 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: no alla scorta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un giovane condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato sosteneva che l'hashish sequestrato (pari a 823 dosi) fosse una scorta per uso personale, valorizzando la restituzione del denaro contante. I giudici hanno invece confermato la colpevolezza basandosi su molteplici indizi: il confezionamento in bustine termosaldate, il possesso di carta da forno per l'imballaggio, la deperibilità della droga e la distruzione intenzionale dello smartphone durante il controllo. La Corte ha ribadito che il superamento dei limiti quantitativi, unito a elementi sintomatici, esclude l'uso personale.
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Detenzione a fini di spaccio: no al consumo di gruppo se in dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo era stato trovato in possesso di 6,9 grammi di eroina suddivisa in nove confezioni. La difesa sosteneva che la sostanza fosse destinata al consumo di gruppo. Tuttavia, i giudici hanno confermato la condanna evidenziando che l'imputato era l'unico in possesso della droga all'uscita dalla propria abitazione, che non vi erano tracce di consumo in casa e che il numero di dosi superava ampiamente il numero dei presenti. La Cassazione ha ribadito che il ricorso si limitava a contestare genericamente la ricostruzione dei fatti senza evidenziare reali vizi logici della sentenza di appello, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Detenzione a fini di spaccio: quantità contro uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione a fini di spaccio a carico di un automobilista trovato in possesso di circa cento grammi di hashish e cento di marijuana, oltre a un coltello. L'Imputato contestava la destinazione allo spaccio, evidenziando l'assenza di attività di cessione o di strumenti per il confezionamento. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: l'elevato numero di dosi ricavabili (oltre 1400 complessive) e l'assenza di un reddito idoneo a giustificare l'acquisto di una simile scorta, soggetta a rapido deterioramento, dimostrano logicamente l'intento di spacciare. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: la Cassazione nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio. L'imputato contestava la mancata qualificazione del fatto come lieve entità e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione degli elementi di prova e la determinazione della pena spettano esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente, la Cassazione non può sostituire il proprio giudizio a quello dei giudici precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione a fini di spaccio: condanna anche senza bilancino
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia lo ha sorpreso in una zona nota per lo spaccio mentre tentava di lanciare dalla finestra due involucri contenenti droghe diverse. L'imputato ha sostenuto che la sostanza fosse destinata all'uso personale, evidenziando l'assenza di strumenti per il confezionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la diversità delle sostanze, la suddivisione in involucri, il luogo del ritrovamento e il tentativo di disfarsi della droga dimostrano l'attività di spaccio. Inoltre, il motivo relativo alla confisca del denaro è stato ritenuto inammissibile perché non proposto in appello. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: condannato per 46 grammi di hashish
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo sosteneva che i 46 grammi di hashish rinvenuti nella sua abitazione fossero destinati esclusivamente all'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando che da quel quantitativo si potevano ricavare oltre 645 dosi singole. Inoltre, le forze dell'ordine avevano sequestrato in casa un quaderno con la contabilità dell'attività illecita, contenente nomi e cifre riconducibili alle vendite. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: condanna confermata dai dettagli
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio di hashish e marijuana. Le forze dell'ordine avevano sorpreso l'uomo in strada circondato da giovani, trovandogli addosso dosi già confezionate. La successiva perquisizione domiciliare ha rivelato la presenza di materiale per il confezionamento e un coltello sporco di droga. I giudici di merito hanno escluso l'uso personale a causa del confezionamento, del contesto del controllo e della mancanza di prove sullo stato di tossicodipendenza dell'imputato. La Cassazione ha confermato la condanna a nove mesi di reclusione e 1.200 euro di multa, negando le attenuanti generiche per via dei precedenti penali dell'uomo. Il ricorrente deve inoltre pagare 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: 900 dosi escludono l’uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di detenzione a fini di spaccio, escludendo la tesi dell'uso personale. L'imputato era stato trovato in possesso di un panetto di hashish di 283 grammi. La difesa sosteneva che la sostanza fosse destinata al consumo personale, richiedendo l'applicazione della sanzione amministrativa. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto decisiva l'elevata quantità di stupefacente, idonea a produrre ben 939 dosi singole, e le modalità di conservazione. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando che la valutazione sulla destinazione della droga spetta al giudice di merito se motivata in modo logico.
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Detenzione a fini di spaccio: la droga in dosi costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo era stato sorpreso sulla pubblica via con oltre diciotto grammi di cocaina, già suddivisi in trentatré dosi pronte per la vendita, e una somma di denaro in banconote di piccolo taglio di cui non sapeva giustificare la provenienza. La Suprema Corte ha confermato la condanna a un anno di reclusione e tremila euro di multa, ritenendo il ricorso generico e privo di reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: il ricorso generico costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La Corte d'Appello aveva escluso l'uso personale della droga, confermando la responsabilità penale dell'imputato. La difesa ha impugnato la sentenza lamentando un vizio di motivazione, ma senza contestare in modo specifico le argomentazioni dei giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso per cassazione deve confrontarsi direttamente con la motivazione del provvedimento impugnato, pena l'inammissibilità per genericità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: il water intasato incastra il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. All'arrivo dei Carabinieri, l'uomo aveva ritardato l'apertura della porta azionando ripetutamente lo scarico del water. Sebbene la perquisizione in casa avesse dato esito negativo, i militari lo avevano seguito all'esterno mentre incontrava un idraulico per liberare il tombino fognario condominiale ostruito. All'interno del tombino, collegato allo scarico dell'appartamento, sono stati rinvenuti ingenti quantitativi di cocaina e cannabis. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ribadendo che la ricostruzione alternativa dei fatti proposta dalla difesa non può essere rivalutata in sede di legittimità, specialmente in presenza di una doppia decisione conforme dei giudici di merito.
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Ne bis in idem: lo spaccio ripetuto non evita la condanna
L'Imputato è stato condannato a sei mesi di reclusione e duemila euro di multa per la detenzione a fini di spaccio di 3,44 grammi di cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la violazione del principio del ne bis in idem, sostenendo che l'uomo fosse già stato condannato per gli stessi fatti in un precedente processo per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non vi è identità di fatto se le condotte avvengono in tempi e luoghi diversi. Nel caso specifico, il precedente processo riguardava singole cessioni a soggetti determinati, mentre questo riguardava un autonomo episodio di detenzione. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: quando l’accusa del complice condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di detenzione a fini di spaccio di cocaina. La difesa contestava l'attendibilità del collaboratore di giustizia che aveva accusato l'imputato, lamentando anche la mancata riqualificazione del fatto come reato di lieve entità. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni del coimputato sono pienamente credibili poiché coerenti e supportate da riscontri esterni, come testimonianze e passaggi di denaro tracciati tramite assegni. Inoltre, l'ingente quantità di sostanza stupefacente (225 grammi) e il rilevante valore economico escludono l'uso personale e la lieve entità della condotta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Detenzione a fini di spaccio: l’uso personale non salva il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che l'hashish fosse destinato all'uso personale e che la condotta relativa alla cocaina fosse di lieve entità. I giudici hanno invece confermato la colpevolezza basandosi sul rilevante quantitativo di droga, pari a ventitré grammi di hashish e oltre cinquantacinque grammi di cocaina, sulla suddivisione in dosi, sulla presenza di strumenti di confezionamento e di un foglio di contabilità, oltre che sull'assenza di un lavoro stabile del reo. È stata inoltre confermata la recidiva qualificata per via di precedenti penali specifici. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: Ricorso Inammissibile, Condanna Confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per detenzione a fini di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale, ma i giudici d'appello avevano già respinto questa tesi. La Cassazione ha confermato la decisione, evidenziando che il ricorso riproponeva argomenti già valutati e non offriva una critica adeguata. La Corte ha ribadito che la quantità e varietà delle sostanze (cocaina e hashish), le modalità di occultamento, la presenza di materiale per il confezionamento, banconote di piccolo taglio e documenti di terzi noti come assuntori, indicavano chiaramente la destinazione allo spaccio. L'individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca Denaro per Detenzione Stupefacenti: Stop dalla Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla confisca del denaro in caso di detenzione di stupefacenti. Un uomo, condannato per possesso di droga a fini di spaccio, si era visto confiscare una somma di denaro trovata su di lui. La Corte ha annullato questa decisione, chiarendo che la confisca del denaro per detenzione stupefacenti è illegittima se non viene provato un nesso diretto tra i soldi e il reato contestato. La semplice detenzione, a differenza della vendita, non genera un profitto economico. Pertanto, il denaro non può essere automaticamente considerato 'profitto del reato' e confiscato, a meno che non si dimostri che deriva da una specifica e provata attività di spaccio.
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Detenzione Droga: Denaro Confiscato? La Cassazione lo Restituisce
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla confisca del denaro in caso di detenzione di stupefacenti. Un soggetto, condannato per il possesso di una modica quantità di cocaina, si era visto confiscare anche una somma di denaro trovata con sé. La Suprema Corte ha annullato la confisca, chiarendo che il denaro non può essere considerato automaticamente profitto di spaccio. Per procedere alla confisca del denaro per detenzione di stupefacenti, è necessario provare che la somma sia il ricavato di una specifica e pregressa attività di cessione, reato per il quale l'imputato deve essere stato condannato. La semplice detenzione, anche se a fini di spaccio, non giustifica di per sé la misura. Di conseguenza, il denaro è stato restituito.
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Confisca Denaro per Spaccio: Illegittima se Manca la Prova della Vendita
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla confisca denaro per spaccio. Un individuo, condannato per sola detenzione di cocaina a fini di spaccio, si era visto confiscare anche una somma di denaro. La Suprema Corte ha annullato questa confisca, chiarendo che il denaro può essere considerato 'profitto del reato' solo se l'accusa è la vendita effettiva della droga. Se si contesta unicamente la detenzione, manca la prova che quel denaro sia il ricavato di un illecito. Di conseguenza, la confisca è illegittima e il denaro deve essere restituito.
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Confisca del Profitto del Reato: Denaro Salvo se l’Accusa è Detenzione
La Corte di Cassazione ha annullato la confisca di una somma di denaro trovata in possesso di un soggetto accusato di detenzione di stupefacenti. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sulla confisca del profitto del reato: il denaro può essere confiscato solo se è provato un legame diretto con il reato contestato. In questo caso, l'accusa era di 'detenzione' e non di 'cessione' (vendita). Pertanto, il denaro non poteva essere considerato profitto diretto del semplice possesso della droga, anche se verosimilmente derivante da precedenti attività di spaccio non contestate. Manca il 'nesso di pertinenzialità' richiesto dalla legge.
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Spaccio e chat: condanna certa, pena annullata per omessa motivazione
Un uomo viene condannato per detenzione di quasi 100 grammi di hashish. La difesa sostiene sia per uso personale, ma gli indizi (chat e appunti con nomi) convincono i giudici del contrario. La Corte di Cassazione conferma la colpevolezza ma annulla la sentenza sulla pena. Il motivo è un vizio procedurale grave: l'omessa motivazione attenuanti generiche. I giudici d'appello non hanno spiegato perché non hanno concesso le attenuanti richieste. La condanna è definitiva, ma la pena dovrà essere ricalcolata da un nuovo giudice, che dovrà motivare correttamente la sua scelta. La vicenda dimostra l'importanza cruciale della motivazione di ogni decisione del giudice.
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