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De Iure

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

De iure è una locuzione latina per dire "per legge", ed è usata soprattutto per questioni che riguardano la legge, il governo o tecniche (come gli standard), in contrasto con de facto che significa "di fatto". Ad esempio viene chiamato "standard de iure" uno standard ufficializzato da ISO o altri enti. Categoria:Frasi latine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Cessione di ramo d’azienda: salvo il posto anche dopo l’accordo
Due lavoratori impugnano la cessione di ramo d'azienda tra la loro ex azienda datrice di lavoro e una nuova società, ritenendola invalida. Successivamente, i lavoratori firmano un verbale di conciliazione con la società acquirente per risolvere il rapporto di lavoro di fatto instaurato. L'azienda originaria sostiene che tale accordo estingua ogni pretesa anche nei suoi confronti. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda originaria, confermando che l'invalidità della cessione di ramo d'azienda mantiene in vita il rapporto giuridico con il datore di lavoro originario. La risoluzione del rapporto con l'acquirente di fatto non elimina l'interesse dei lavoratori a chiedere il ripristino del posto di lavoro originario.
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Trasferimento d’azienda: no al rientro se il recesso è definitivo
Due dipendenti lavoravano in un reparto dato in gestione da un'azienda a un'altra società. Alla fine del contratto di gestione, la società gestrice ha licenziato i lavoratori. Questi ultimi non hanno contestato il licenziamento nei termini di legge, ma hanno chiesto il ripristino del rapporto di lavoro con l'azienda originaria, invocando le tutele del trasferimento d'azienda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda originaria. La Corte ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda (o retrocessione), il rapporto di lavoro non può proseguire con il nuovo datore se è già cessato a causa di un licenziamento non impugnato nei termini. La mancata contestazione del recesso rende definitiva la fine del rapporto, impedendone il passaggio automatico.
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Cessione ramo d’azienda: stipendio dovuto anche senza reintegra
Un lavoratore ha contestato la cessione ramo d'azienda che aveva comportato il trasferimento del suo contratto a una nuova società. I giudici hanno dichiarato illegittimo il trasferimento, ma l'azienda originaria non ha riassunto il dipendente, nonostante la sua disponibilità. Il lavoratore ha quindi continuato a lavorare per la società acquirente, chiedendo però lo stipendio anche all'azienda originaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'azienda originaria deve pagare le retribuzioni arretrate. Il pagamento ricevuto dalla società acquirente non cancella il debito dell'azienda originaria, poiché quest'ultima è in mora per aver rifiutato il dipendente. Il ricorso dell'azienda è stato respinto.
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Trasferimento di ramo d’azienda nullo: stipendi comunque dovuti
Una lavoratrice ha ottenuto la dichiarazione di invalidità del trasferimento di ramo d'azienda tra la sua azienda originaria e una nuova società. Nel frattempo, era stata licenziata dalla nuova società e aveva scelto di percepire l'indennità sostitutiva della reintegrazione. Successivamente, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle retribuzioni arretrate. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che l'indennità ricevuta e la risoluzione del rapporto con la nuova società estinguessero il debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda originaria. I giudici hanno stabilito che, dichiarata la nullità del trasferimento, il rapporto di lavoro originario sopravvive di diritto. Le vicende risolutive con la nuova società, inclusa l'indennità sostitutiva, non incidono sull'obbligo dell'azienda originaria di pagare gli stipendi dovuti a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Riduzione sanzioni contributive: no a sconti per pagamenti tardivi
Un'azienda ha omesso il versamento di alcuni contributi previdenziali a causa di una oggettiva incertezza sulla loro debenza. Anni dopo la richiesta dell'Ente Previdenziale e la conferma giudiziale dell'obbligo, l'azienda ha pagato la sorte contributiva, chiedendo la riduzione delle sanzioni. La Corte di Cassazione ha negato tale beneficio. Il principio sancito è che la **riduzione sanzioni contributive** è condizionata al pagamento entro il termine fissato dall'ente impositore, anche se la controversia legale è ancora in corso. Attendere l'esito definitivo della causa per pagare rende tardivo l'adempimento e fa perdere il diritto allo sconto, poiché la buona fede va dimostrata con un versamento tempestivo, seppur a titolo precauzionale.
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Indennità di mobilità: quando va restituita? Cassazione
L'ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione affronta il caso di lavoratori che, dopo essere stati licenziati e aver percepito l'indennità di mobilità, ottengono una sentenza di reintegrazione. Tuttavia, a causa del fallimento del datore di lavoro, la reintegrazione non avviene mai di fatto. L'INPS chiede la restituzione delle indennità versate. Rilevando un profondo contrasto giurisprudenziale sulla questione, la Corte non decide nel merito ma rimette la causa alle Sezioni Unite per stabilire un principio di diritto definitivo. Il dilemma è se prevalga la reintegrazione formale ('de iure') o la mancata ripresa effettiva del lavoro ('de facto') nel determinare la legittimità dell'indennità.
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Licenziamento giusta causa: social e reintegro
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di un lavoratore che, subito dopo aver ottenuto un ordine di reintegrazione, aveva pubblicato contenuti diffamatori contro l'azienda sul proprio profilo social. La Corte ha stabilito che il rapporto di lavoro si considera legalmente ripristinato dal momento dell'ordine del giudice, rendendo il lavoratore immediatamente soggetto agli obblighi di lealtà. La condotta del dipendente è stata ritenuta una grave violazione del rapporto fiduciario, tale da giustificare il recesso immediato.
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Successione tra enti pubblici: chi paga i debiti?
La Cassazione chiarisce la responsabilità nella successione tra enti pubblici. In caso di riorganizzazione sanitaria con gestione liquidatoria, la nuova Azienda Sanitaria non risponde dei rapporti di lavoro pregressi. La Corte ha rigettato il ricorso di una lavoratrice, confermando il difetto di legittimazione passiva del nuovo ente.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio rapporto di lavoro
La Cassazione, in un caso di cessione ramo d'azienda illegittima, stabilisce che si creano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con l'azienda cedente e uno 'de facto' con la cessionaria. Di conseguenza, l'accordo transattivo con la cessionaria non estingue il diritto del lavoratore a ricevere le retribuzioni dalla cedente.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio stipendio è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto a percepire sia la retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) sia quella dall'azienda che lo ha acquisito (cessionaria). La sentenza stabilisce che si vengono a creare due rapporti di lavoro paralleli e distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato giudizialmente, e uno 'de facto' con il cessionario, per il quale il lavoratore ha effettivamente prestato servizio. Di conseguenza, la retribuzione versata dal cessionario non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si tratta di un risarcimento del danno ma del corrispettivo per due obbligazioni distinte.
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