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Concordato Preventivo

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715 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Compenso del commissario giudiziale: spetta anche senza vendite
Una società in liquidazione ha contestato il compenso del commissario giudiziale stabilito dal Tribunale in una procedura di concordato preventivo poi revocata. La società sosteneva che, non essendo stato venduto alcun bene, il compenso andasse calcolato solo sui debiti e non sul patrimonio stimato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: le regole ministeriali che impongono di calcolare il compenso del commissario giudiziale sull'attivo realizzato per i concordati liquidatori sono irragionevoli e vanno disapplicate. Il compenso del commissario giudiziale deve essere sempre calcolato sull'attivo inventariato, applicando poi una riduzione proporzionale se la procedura si interrompe prima del tempo. Vince quindi il commissario giudiziale, che mantiene il compenso già liquidato.
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Privilegio delle cooperative di lavoro: forma o sostanza?
Una cooperativa di lavoro ha chiesto l'ammissione in prededuzione o con privilegio dei propri crediti verso una società in amministrazione straordinaria. Il Tribunale ha negato entrambi: la prededuzione perché la debitrice non gestiva direttamente impianti strategici, e il privilegio per mancanza della revisione cooperativa periodica. La Cassazione ha confermato il no alla prededuzione, ma ha accolto il ricorso sul privilegio. La Corte ha stabilito che il mancato superamento della revisione non fa perdere il privilegio delle cooperative di lavoro ex art. 2751-bis n. 5 c.c. Tale requisito semplificato vale solo nel concordato preventivo. Nelle altre procedure, la cooperativa può dimostrare la propria natura mutualistica con qualsiasi mezzo di prova. La causa è stata rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Fattibilità economica del concordato: salvataggio o fallimento?
Una società in crisi ha proposto un concordato preventivo basato sulla continuità aziendale. Durante la procedura, si è verificata una riduzione di circa tre milioni di euro dei flussi attivi previsti, azzerando la quota destinata ai creditori chirografari. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta e pronunciato il fallimento. Il socio ha fatto ricorso, sostenendo che il giudice non potesse sindacare la fattibilità economica del concordato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il giudice ha il dovere di controllare la fattibilità economica del concordato quando il piano sia palesemente inidoneo a raggiungere l'obiettivo di soddisfare, anche in minima parte, i creditori. I flussi della continuità aziendale sono stati qualificati come risorse interne e non come finanza esterna.
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Inammissibilità dell’appello per genericità: la difesa vince
Un Amministratore di tre società fallite viene condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta e reati fallimentari. La Corte d'Appello dichiara inammissibili i suoi motivi di impugnazione, ritenendoli generici. L'Amministratore ricorre in Cassazione, lamentando la violazione del diritto di difesa. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la Corte d'Appello ha errato nel pronunciare l'inammissibilità dell'appello per genericità. I giudici di secondo grado hanno infatti evitato il confronto con le specifiche critiche sollevate dalla difesa, limitandosi a richiamare la sentenza di primo grado. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia il caso alla Corte d'Appello di Salerno per un nuovo esame dei motivi di appello ingiustamente ignorati.
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Concordato preventivo: voto contrario inutile senza opposizione
Una società venditrice, creditrice di un'azienda ammessa alla procedura di concordato preventivo, ha impugnato l'omologazione del piano di ristrutturazione. La creditrice rivendicava la proprietà di un macchinario venduto con patto di riservato dominio e non interamente pagato. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il reclamo perché la creditrice non aveva presentato una tempestiva opposizione in tribunale entro il termine perentorio di dieci giorni prima dell'udienza, limitandosi a esprimere il proprio dissenso al voto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il semplice voto contrario non attribuisce la legittimazione a impugnare l'omologazione. Per essere considerati parti del giudizio e poter fare reclamo, i creditori devono depositare formalmente l'opposizione in cancelleria nei tempi previsti, non essendo sufficiente l'invio tramite posta elettronica al commissario giudiziale.
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Concordato preventivo: il rinvio dell’udienza non salva il termine
Una società in crisi ha proposto una seconda domanda di concordato preventivo dopo la revoca della prima proposta. L'Agente della Riscossione aveva già richiesto l'apertura della liquidazione giudiziale. Il tribunale ha dichiarato inammissibile la nuova proposta perché presentata oltre la prima udienza del procedimento, violando il termine di decadenza previsto dalla legge. La società ha sostenuto che per prima udienza si dovesse intendere quella di effettiva trattazione del merito e non un'udienza di mero rinvio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la prima udienza utile fa scattare la decadenza, anche se in tale sede il giudice si limita a rinviare la decisione. Di conseguenza, la società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Fattibilità del concordato preventivo: stop ai piani falsi
Una società agricola ha impugnato la revoca del proprio concordato preventivo e la conseguente dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il tribunale ha il potere-dovere di controllare la fattibilità del concordato preventivo, non solo sotto il profilo giuridico ma anche economico, qualora il piano appaia palesemente irrealizzabile. Inoltre, i giudici hanno chiarito che non occorreva una nuova convocazione della debitrice, già sentita nella fase prefallimentare. Per aver proposto un ricorso manifestamente infondato, il legale rappresentante è stato condannato a pagare le spese legali in solido con la società.
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Prededucibilità del credito del professionista: quando si perde
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una società per ottenere il pagamento delle sue prestazioni di assistenza legale e redazione del piano di concordato. Il professionista pretendeva la prededucibilità del credito del professionista, ossia il pagamento prioritario rispetto agli altri creditori. Il Tribunale ha rigettato la richiesta a causa del lungo tempo trascorso tra la domanda di concordato e il fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prededucibilità del credito del professionista non spetta se la procedura di concordato preventivo non è stata effettivamente aperta ma dichiarata inammissibile all'origine. Inoltre, la presenza di un dissesto irreversibile già prima della domanda configura un vizio originario che esclude qualsiasi utilità della prestazione per i creditori.
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Subentro nell’appalto pubblico: accordi privati vs controlli PA
Un'impresa appaltatrice, dopo aver richiesto il concordato preventivo, ha affittato il proprio ramo d'azienda a un'altra società, trasferendole anche le riserve contabili. La stazione appaltante ha contestato la validità del trasferimento e risolto il contratto. L'impresa subentrante ha agito in giudizio per il pagamento delle riserve. La Corte di Cassazione ha stabilito che il subentro nell'appalto pubblico non è un effetto automatico del contratto di affitto d'azienda tra privati. Tale trasferimento richiede necessariamente la preventiva verifica e autorizzazione della stazione appaltante sul possesso dei requisiti di qualificazione del nuovo soggetto. Senza questo controllo pubblico, il subentro non ha efficacia nei confronti dell'amministrazione. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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Svalutazione delle partecipazioni: no alla deduzione anticipata
Una società, prima di essere cancellata dal registro delle imprese, ha dedotto fiscalmente una perdita derivante dalla svalutazione delle partecipazioni in un'altra azienda in crisi. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, ritenendola indeducibile. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della deduzione. I giudici hanno chiarito che la svalutazione delle partecipazioni non è assimilabile a una perdita su crediti e non è deducibile fino al momento del reale realizzo, ossia la vendita della quota o la chiusura della liquidazione della società partecipata. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del liquidatore per perdita di capacità processuale della società estinta, respingendo l'appello dei soci e condannandoli al pagamento delle spese.
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Finanziamento pubblico alle imprese: sì al rango privilegiato
Un Ente Pubblico Gestore ha concesso un prestito obbligazionario di oltre cinque milioni di euro a una Società Debitrice attingendo a un fondo per le PMI. A seguito della crisi della società, quest'ultima ha proposto un concordato preventivo azzerando il debito verso l'ente pubblico, considerandolo postergato per legge. L'ente ha impugnato la decisione rivendicando la natura privilegiata del credito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che in caso di interruzione anticipata del programma di sostegno, il credito derivante da un finanziamento pubblico alle imprese mantiene il suo rango privilegiato e non può essere subordinato agli altri creditori. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Riscossione esattoriale nel concordato: stop alle cartelle
Un istituto di credito, gestore di un fondo di garanzia pubblico, ha pagato un debito per conto di una società in concordato preventivo e ha avviato la riscossione esattoriale nel concordato tramite cartelle di pagamento. La società debitrice ha opposto le cartelle, ritenendole inefficaci. Il Tribunale ha qualificato il credito come chirografario, mentre la Corte d'Appello ha dichiarato inefficaci le cartelle. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'istituto di credito, confermando che le cartelle esattoriali notificate dopo l'apertura del concordato non possono avere efficacia esecutiva per avviare azioni individuali, sebbene resti ferma la possibilità di iscrizione a ruolo per l'insinuazione al passivo. L'istituto di credito perde la causa e viene condannato alle spese.
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Scioglimento dei contratti nel concordato: indennizzi da rifare
Una società in concordato preventivo ottiene dal Tribunale l'autorizzazione allo scioglimento di un contratto di cessione di credito con una banca. Il Tribunale liquida anche l'indennizzo per la banca. La Corte di Cassazione chiarisce le regole sullo scioglimento dei contratti nel concordato. I giudici stabiliscono che l'autorizzazione allo scioglimento è un atto integrativo che non decide in via definitiva sui diritti delle parti. Inoltre, la quantificazione dell'indennizzo spettante al contraente che subisce lo scioglimento non può avvenire all'interno del procedimento camerale del concordato. Tale accertamento deve essere richiesto attraverso una causa ordinaria di cognizione. Di conseguenza, la Suprema Corte accoglie il ricorso della banca e annulla senza rinvio la decisione del Tribunale e della Corte d'Appello limitatamente alla liquidazione dell'indennizzo.
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Compensi professionali dell’avvocato: scontro tra riti diversi
Un avvocato ha citato in giudizio un'azienda cliente per ottenere il pagamento dei propri compensi professionali dell'avvocato relativi ad attività sia giudiziali che stragiudiziali. Il Tribunale ha applicato il rito speciale previsto per le controversie sui compensi degli avvocati (Art. 14 D.Lgs. 150/2011). La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del professionista, stabilendo che per le attività stragiudiziali non collegate a una causa si deve applicare il rito ordinario. Di conseguenza, se la richiesta di pagamento unisce prestazioni giudiziali e stragiudiziali autonome, l'intero processo deve seguire il rito ordinario per evitare la perdita di un grado di giudizio (l'appello). La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Supersocietà di fatto: il concordato del socio non ferma il fallimento
Il Tribunale ha dichiarato il fallimento di una supersocietà di fatto costituita tra una s.r.l. già fallita, altre società e persone fisiche, estendendo la procedura a tutti i soci. I soci hanno impugnato la decisione, sostenendo che la richiesta di concordato preventivo di un singolo socio dovesse bloccare il fallimento della società e contestando l'esistenza stessa della supersocietà di fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. La Corte ha chiarito che la domanda di concordato del singolo socio non ferma il fallimento della società, trattandosi di soggetti diversi. Inoltre, ha confermato che l'esistenza della supersocietà di fatto e la sua insolvenza erano state correttamente accertate dai giudici di merito anche tramite l'uso di prove atipiche provenienti da processi penali e tributari.
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Concordato preventivo chiuso: sì ai crediti rinegoziati
Una società finanziaria ha chiesto di ammettere al passivo del fallimento di un'azienda alcuni crediti derivanti da un accordo di riscadenzamento stipulato durante un precedente concordato preventivo. Il Tribunale aveva respinto la richiesta, ritenendo che la chiusura del concordato preventivo avesse prodotto un effetto esdebitatorio totale, cancellando i crediti anteriori. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della finanziaria. I giudici hanno chiarito che, sebbene il concordato preventivo produca effetti esdebitatori per i vecchi debiti, gli accordi di risanamento stipulati durante la sua esecuzione creano nuove e valide obbligazioni. Di conseguenza, i creditori che hanno rinegoziato il debito possono legittimamente insinuarsi al passivo del successivo fallimento per i nuovi crediti così sorti, anche se questi non godono del diritto di prededuzione.
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Prededucibilità dei crediti: la Cassazione nega la precedenza al canone d’affitto
Il Fallimento di un'azienda ha impugnato il decreto del Tribunale che ammetteva al passivo, in via prededucibile, il credito di un'altra società per canoni di affitto d'azienda insoluti, maturati durante la fase esecutiva del concordato preventivo della prima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, escludendo la prededucibilità dei crediti. I giudici hanno chiarito che i crediti sorti dopo la chiusura della procedura di concordato e durante la sua esecuzione non godono di alcuna prededuzione nel successivo fallimento, in quanto non rientrano nelle categorie previste dalla legge (crediti per legge, in occasione o in funzione della procedura). Di conseguenza, il credito è stato ammesso al passivo ma senza il diritto di precedenza della prededuzione.
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Pegno irregolare: la banca vince contro il fallimento sui titoli
Una banca ha escusso un pegno irregolare su titoli azionari compensando il ricavato con il proprio credito dopo l'apertura di un concordato preventivo da parte di una società poi fallita. Il Fallimento ha contestato l'operazione ritenendola contraria al divieto di azioni esecutive individuali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fallimento, confermando che l'operazione rientrava nella figura del pegno irregolare. In questo tipo di garanzia, la banca acquisisce la proprietà dei titoli e, in caso di inadempimento, deve restituire solo l'eccedenza rispetto al credito garantito. Di conseguenza, non si applica il divieto di patto commissorio né il blocco delle azioni esecutive tipico delle procedure concorsuali.
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Bancarotta fraudolenta: finto affitto e 500mila euro ai parenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore del settore della ristorazione contro la misura cautelare del divieto di dimora. L'uomo era accusato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. Prima del fallimento della sua ditta individuale, l'indagato aveva affittato l'azienda a società fittizie gestite da parenti per continuare a incassare i profitti in nero, versando circa 500.000 euro sui conti dei familiari. Aveva inoltre cercato di ritardare il fallimento presentando una domanda di concordato preventivo del tutto irrealizzabile. La Suprema Corte ha confermato la validità della misura cautelare, ribadendo che il rischio di reiterazione del reato è concreto e che i giudici di legittimità non possono rivalutare i fatti già accertati nei gradi precedenti se la motivazione è logica e coerente.
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Lite temeraria: la Cassazione punisce le cause milionarie pretestuose
I soci di un'azienda edile fallita hanno fatto causa agli organi della procedura concorsuale chiedendo milioni di euro di danni, sostenendo che alcuni errori contabili avessero causato il fallimento. I giudici di merito hanno respinto la domanda per mancanza di nesso causale, poiché la stessa società aveva chiesto il proprio fallimento. La Corte d'Appello ha inoltre condannato i soci per lite temeraria, senza però chiarire quale norma specifica applicare. La Cassazione ha accolto il ricorso solo su questo punto formale, stabilendo che il giudice deve sempre specificare la norma applicata per la responsabilità aggravata. Tuttavia, decidendo nel merito, la Suprema Corte ha confermato la condanna dei soci al pagamento di una sanzione pecuniaria per abuso del processo, avendo promosso una causa del tutto infondata.
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