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Concordato Preventivo

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715 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Effetto esdebitatorio del concordato: esclusa la controllata
Il Tribunale di Vercelli aveva escluso dallo stato passivo di una società controllata in fallimento il credito di oltre sette milioni di euro vantato da un istituto finanziario. Secondo i giudici di merito, la chiusura del concordato preventivo della società controllante aveva prodotto un effetto esdebitatorio del concordato esteso anche alla controllata, estinguendo il debito. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che, ai sensi dell'articolo 184 della Legge Fallimentare, gli effetti del concordato preventivo si applicano esclusivamente ai creditori della società debitrice che ha proposto la procedura. Non esiste alcuna estensione automatica degli effetti esdebitatori alle società controllate, anche se appartenenti allo stesso gruppo societario. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del creditore, cassando il decreto con rinvio per un nuovo esame.
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Decadenza della fideiussione: vince il creditore contro i garanti
Una società finanziaria, cessionaria del credito di una banca, ha impugnato la sentenza che dichiarava la decadenza della fideiussione prestata da due garanti. I giudici di merito avevano ritenuto tempestiva l'eccezione dei garanti, facendo decorrere il termine semestrale per agire dalla semplice presentazione della domanda di concordato preventivo del debitore principale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il termine di decadenza della fideiussione non può decorrere da un fatto non ancora iscritto nel registro delle imprese, in quanto privo di pubblicità dichiarativa e quindi non conoscibile dal creditore. Inoltre, la Corte ha chiarito che i giudici devono indagare la reale volontà delle parti per verificare se una successiva dichiarazione costituisca una lecita rinnovazione del contratto e non una vietata convalida di un atto nullo. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello.
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Scioglimento del contratto di factoring: sì al giudice ordinario
Una società in concordato preventivo ottiene dal Tribunale l'autorizzazione allo scioglimento del contratto di factoring stipulato con un istituto finanziario. Di conseguenza, chiede ai propri debitori di pagare direttamente a lei e non al factor. La società di factoring avvia una causa civile ordinaria per rivendicare i crediti, ma i giudici di merito dichiarano la domanda inammissibile, ritenendo che il provvedimento di scioglimento andasse impugnato con reclamo fallimentare. La Cassazione ribalta la decisione: lo scioglimento del contratto di factoring può essere contestato davanti al giudice ordinario. L'atto del tribunale fallimentare ha natura amministrativa e non impedisce una causa civile autonoma per accertare i diritti sui crediti. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Scioglimento del contratto di factoring: riserva per il creditore
Una società finanziaria ha anticipato somme a un'azienda di abbigliamento in base a un contratto di factoring. Successivamente, l'azienda è entrata in concordato preventivo e ha ottenuto l'autorizzazione allo scioglimento del contratto di factoring. Dopo il fallimento dell'azienda, la finanziaria ha chiesto di essere ammessa al passivo per recuperare le anticipazioni. Il Tribunale ha rifiutato l'ammissione a titolo contrattuale, ritenendo applicabile solo un indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della finanziaria: poiché pende un'altra causa sull'efficacia dello scioglimento, il credito deve essere ammesso con riserva. La finanziaria ottiene così la possibilità di far valere le proprie ragioni contrattuali in attesa della decisione definitiva.
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Concordato con continuità aziendale: no se l’impresa è chiusa
Una società in crisi ha proposto una domanda di concordato con continuità aziendale. Tuttavia, l'attività era cessata da tempo a causa di un incendio che aveva distrutto il capannone e del licenziamento di tutti i dipendenti. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile la proposta poiché, mancando l'effettivo esercizio dell'attività al momento della domanda, il piano andava qualificato come liquidatorio, richiedendo quindi il pagamento di almeno il venti per cento dei creditori chirografari, soglia non prevista. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che per accedere al concordato con continuità aziendale è indispensabile che l'azienda sia effettivamente in esercizio al momento della presentazione della proposta, non bastando la mera intenzione di riprendere l'attività in futuro.
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Sospensione necessaria del processo: no al blocco automatico
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva sospeso un procedimento di fallimento contro una società, in attesa che la Corte d'Appello decidesse sul reclamo contro una precedente dichiarazione di fallimento della stessa impresa. Il Tribunale riteneva sussistere un'ipotesi di sospensione necessaria del processo ai sensi dell'articolo 295 del codice di procedura civile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che non si può disporre la sospensione necessaria se i due giudizi pendono in gradi diversi e la causa pregiudicante è già stata decisa con sentenza non ancora definitiva. In questi casi, il giudice può solo valutare una sospensione facoltativa, motivandola adeguatamente. Di conseguenza, l'ordinanza di sospensione è stata cassata.
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Credito prededucibile del professionista: stop senza concordato
Il Professionista ha chiesto che il compenso per aver redatto la domanda di concordato preventivo di una società, poi fallita, fosse pagato in prededuzione. Il Tribunale ha negato la richiesta poiché la proposta di concordato non era stata nemmeno dichiarata ammissibile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso del Professionista. La Suprema Corte ha stabilito che il credito prededucibile del professionista richiede che la procedura di concordato sia stata almeno aperta. Senza questo passaggio, l'attività svolta non arreca alcuna utilità concreta ai creditori. Di conseguenza, il Professionista perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Prededuzione credito professionista: negata senza ammissione
Un'azienda ha richiesto l'assistenza di uno studio di commercialisti per presentare una domanda di concordato preventivo con riserva. Successivamente, l'azienda ha rinunciato alla domanda per accedere all'amministrazione straordinaria. Lo studio professionale ha richiesto l'ammissione al passivo del proprio compenso con il rango di prededuzione. Il Tribunale ha negato tale qualifica, ammettendo il credito solo come privilegiato. La Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la prededuzione credito professionista richiede necessariamente l'effettiva ammissione del debitore alla procedura di concordato. Poiché l'azienda ha rinunciato prima del decreto di ammissione, il credito non può essere considerato prededucibile, mancando il presupposto fondamentale della pendenza della procedura concordataria.
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Prededucibilità del credito del professionista: no ad automatismi
Due professionisti hanno assistito un'azienda nella preparazione di una domanda di concordato preventivo. La proposta è stata dichiarata inammissibile dal Tribunale e l'azienda è successivamente fallita. I professionisti hanno chiesto che i loro compensi venissero ammessi al passivo con precedenza assoluta. Il Tribunale ha rifiutato, concedendo solo un privilegio semplice. La Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che la prededucibilità del credito del professionista richiede che l'attività sia stata concretamente utile e che la procedura di concordato sia stata almeno aperta. Poiché il concordato non è mai iniziato, il lavoro svolto non ha portato alcun beneficio reale ai creditori. Di conseguenza, i professionisti hanno perso la causa e i loro crediti non avranno priorità assoluta.
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Concordato preventivo: l’offerta condizionata accelera il fallimento
Una clinica privata ha proposto domanda di concordato preventivo in continuità aziendale, prevedendo l'affitto e la successiva vendita della struttura a un'altra società. Tuttavia, l'offerta d'acquisto conteneva numerose condizioni sospensive, tra cui accordi sindacali e autorizzazioni pubbliche. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento della società, ritenendo l'offerta inefficace. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che le offerte sottoposte a condizione nel concordato preventivo sono inefficaci ai sensi della legge fallimentare. Di conseguenza, non è possibile avviare alcuna procedura competitiva di vendita se manca un'offerta ferma e irrevocabile. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso della società debitrice.
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Concordato preventivo: poteri dell’amministratore contro i soci
Un creditore ha impugnato l'omologazione del concordato preventivo di una società a responsabilità limitata, contestando la legittimazione dell'amministratore a presentare la domanda. Secondo il ricorrente, lo statuto limitava i poteri dell'amministratore alla sola ordinaria amministrazione, escludendo atti straordinari come la proposta ai creditori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nel concordato preventivo di una società di capitali, la decisione di presentare la domanda spetta per legge all'organo amministrativo, salvo diversa e specifica previsione dello statuto sociale che il creditore non ha dimostrato. Di conseguenza, l'amministratore era pienamente legittimato a proporre la domanda.
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Concordato preventivo: la Cassazione nega il piano irrealizzabile
Una società metallurgica ha proposto domanda di concordato preventivo con riserva, poi integrata con un piano di continuità aziendale indiretta. Tuttavia, il primo esperto nominato ha rilasciato un'attestazione di fattibilità negativa. Nonostante la successiva presentazione di un'attestazione positiva da parte di un altro professionista, il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta per manifesta inidoneità del piano e ha dichiarato il fallimento dell'impresa. I soci hanno impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il giudice ha il potere di valutare la reale fattibilità del concordato preventivo e la coerenza delle attestazioni, potendo liberamente considerare anche i documenti negativi precedentemente depositati dalla stessa società.
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Concordato preventivo: stop ai rinvii per evitare il fallimento
Una società in liquidazione ha presentato domanda di concordato preventivo con cessione dei beni, proponendo successivamente un'offerta migliorativa. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda e ha pronunciato il fallimento, rilevando che il piano si basava su dati inattendibili, incompleti e privi di adeguate garanzie. La Corte d'Appello ha confermato la decisione. L'ex liquidatore ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata fissazione di una nuova udienza dopo la proposta migliorativa e contestando l'ampiezza del controllo del giudice. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che non esiste l'obbligo di una nuova udienza per ogni modifica della proposta e che il giudice ha il pieno potere di controllare la completezza, la coerenza e la fattibilità della domanda di concordato preventivo.
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Concordato preventivo: scontro sui termini e verdetto a sorpresa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario proposto da una società in concordato preventivo. Inizialmente, il Tribunale di Reggio Emilia aveva concesso alla debitrice un termine per presentare la proposta di concordato preventivo. Successivamente, la Corte d'Appello aveva revocato tale termine, dichiarando l'incompetenza del tribunale originario a favore di quello di Bologna. Tuttavia, la Cassazione, con una precedente decisione sulla competenza, ha stabilito che il tribunale competente era proprio quello di Reggio Emilia. Di conseguenza, la revoca del termine è stata automaticamente annullata. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, compensando le spese e stabilendo che non si applica il raddoppio del contributo unificato se l'inammissibilità non è originaria.
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Beneficio di preventiva escussione: il Fisco perde contro il socio
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato una cartella di pagamento direttamente al Socio accomandatario di una società di persone in liquidazione per debiti IVA. Il Socio ha impugnato l'atto invocando il beneficio di preventiva escussione. La Corte di Cassazione ha stabilito che, sebbene il Fisco possa notificare la cartella direttamente al socio illimitatamente responsabile, l'azione esecutiva è subordinata al beneficio di preventiva escussione. Spetta all'amministrazione creditrice dimostrare l'insufficienza del patrimonio sociale per poter aggredire i beni del socio. Nel caso specifico, l'ammissione della società al concordato preventivo non costituisce prova automatica di tale insufficienza. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando l'annullamento dell'atto nei confronti del Socio.
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Prededucibilità del credito del professionista: scontro in Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un professionista contro il fallimento di una società, avente ad oggetto la prededucibilità del credito del professionista per l'attività svolta in vista dell'accesso al concordato preventivo. Poiché la questione è oggetto di un contrasto interpretativo, la prima sezione civile ha disposto il rinvio a nuovo ruolo della causa. Il giudizio è stato sospeso in attesa della decisione delle Sezioni Unite, che dovranno stabilire se tali crediti professionali debbano essere pagati con precedenza assoluta rispetto agli altri debiti dell'impresa fallita.
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Compenso del professionista attestatore: sì anche se il piano fallisce
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare del proprio credito per l'attività di attestazione svolta in un concordato preventivo. Il Tribunale ha negato il compenso del professionista attestatore, ritenendo le sue relazioni incerte e prive di utilità per i creditori, configurando un grave inadempimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, stabilendo che evidenziare i rischi e le incertezze del piano concordatario non costituisce un inadempimento, ma rappresenta un corretto adempimento del dovere di diligenza e trasparenza verso i creditori. La Suprema Corte ha quindi cassato il decreto di rigetto, rinviando la causa al Tribunale per un nuovo esame.
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Efficacia probatoria delle buste paga: lavoratore vs fallimento
Una lavoratrice con qualifica di dirigente ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento della società datrice di lavoro per ottenere il pagamento di ferie non godute e dell'indennità supplementare di fine rapporto. Il Tribunale ha respinto la domanda, ritenendo le buste paga prive di data certa e inopponibili al fallimento. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso, stabilendo che l'efficacia probatoria delle buste paga firmate o timbrate dal datore di lavoro è piena ai fini dell'accertamento del credito nel fallimento. La curatela non può limitarsi a una contestazione generica, ma deve fornire prove contrarie specifiche. Al contrario, la Corte ha confermato l'esclusione dell'indennità supplementare, poiché il licenziamento era coerente con la procedura di concordato preventivo già avviata.
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Compensazione nel concordato preventivo: banca perde contro impresa
Una società in crisi ha affidato a una banca un mandato all'incasso per riscuotere alcuni crediti, concordando la possibilità di compensare le somme con i propri debiti. Successivamente, la società è stata ammessa alla procedura di concordato preventivo. La banca ha incassato le somme solo dopo questa ammissione e ha trattenuto il denaro a titolo di compensazione. La Corte di Cassazione ha stabilito che la compensazione nel concordato preventivo non può operare in questo caso. Infatti, il mandato all'incasso non trasferisce la proprietà del credito, che sorge in capo alla banca solo al momento dell'effettiva riscossione. Poiché l'incasso è avvenuto dopo l'apertura della procedura concorsuale, manca il requisito della reciprocità dei crediti prima del concordato. La banca è stata quindi condannata a restituire l'intera somma incassata alla società.
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Concordato preventivo: se il piano è generico scatta il fallimento
Una società in liquidazione ha proposto ricorso in Cassazione contro la dichiarazione di fallimento e il rigetto del proprio concordato preventivo. La società sosteneva che il giudice non potesse valutare la fattibilità economica del piano, compito spettante solo ai creditori. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tribunale ha il dovere di verificare la fattibilità giuridica del piano e di bloccarlo in caso di manifesta inattitudine a raggiungere gli obiettivi. Nel caso specifico, il piano presentava gravi carenze: l'apporto di finanza esterna era del tutto generico e indeterminato, e la relazione dell'attestatore era manifestamente inadeguata. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata confermata.
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