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Cessionario

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195 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Trasferimento di ramo d’azienda: nullo se manca l’autonomia
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del trasferimento di ramo d'azienda attuato da un'importante società di telecomunicazioni a favore di un'impresa terza. Un lavoratore ha contestato la cessione del proprio reparto, sostenendo che la struttura ceduta non avesse una reale autonomia. I giudici hanno dato ragione al dipendente: il reparto trasferito continuava a dipendere strettamente dall'azienda originaria per la gestione e i sistemi informatici, operando in regime di monocommittenza. Di conseguenza, non si configurava un vero trasferimento di ramo d'azienda ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società cedente, confermando che il rapporto di lavoro del dipendente rimane attivo a tutti gli effetti con l'azienda originaria e condannando la società al pagamento delle spese legali.
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Trasferimento d’azienda: debiti anche senza contratto diretto
Un lavoratore ha chiesto il pagamento di differenze retributive e TFR alla nuova azienda subentrata nella gestione del negozio dove lavorava. La vecchia e la nuova azienda avevano stipulato, in tempi diversi, un contratto di affitto con lo stesso proprietario, senza un accordo diretto tra loro. La Corte di Cassazione ha confermato che si applica la disciplina del trasferimento d'azienda. Questa tutela scatta ogni volta che l'organizzazione aziendale rimane immutata e cambia solo il titolare, anche senza un contratto diretto tra il vecchio e il nuovo gestore. Di conseguenza, la nuova azienda è responsabile in solido per i crediti maturati dal lavoratore. Il ricorso della nuova azienda è stato rigettato.
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Cessione del credito: senza prove del debito il ricorso fallisce
Nel caso in esame, il presunto acquirente di un credito ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una società immobiliare per oltre duecentomila euro. La società ha contestato l'esistenza stessa del debito originario. I giudici di merito hanno revocato l'ingiunzione per mancanza di prove certe sul prestito iniziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del creditore, confermando che, in caso di contestazione, chi agisce in giudizio tramite cessione del credito non deve solo dimostrare il trasferimento del diritto, ma ha l'onere di provare rigorosamente l'esistenza e l'esigibilità del credito originario. Il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: i pagamenti non salvano
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'indebita detrazione dell'Iva per operazioni soggettivamente inesistenti legate all'acquisto di autoveicoli. Il giudice d'appello aveva dato ragione alla contribuente, ritenendo non applicabile la responsabilità solidale e considerando la regolarità dei pagamenti come prova sufficiente della sua buona fede. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che la regolarità dei pagamenti e della contabilità non basta a smentire gli indizi di frode forniti dall'amministrazione, come la totale assenza di una struttura organizzativa del fornitore. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione dei fatti.
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Responsabilità solidale IVA: l’acquisto sotto costo costa caro
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella esattoriale per il pagamento dell'IVA nei confronti di una concessionaria di auto, ritenendola responsabile in solido con il venditore che non aveva versato l'imposta. La vendita era avvenuta a un prezzo inferiore al valore di mercato. I giudici di merito avevano annullato l'atto ritenendo che il fisco dovesse provare la consapevolezza della frode da parte dell'acquirente. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che per attivare la responsabilità solidale IVA ex art. 60-bis d.P.R. 633/1972 l'ufficio deve provare solo il mancato versamento dell'imposta e il prezzo sotto la soglia di mercato. Spetta poi all'acquirente dimostrare che lo sconto non era legato all'evasione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Sospensione esecuzione sentenza: i limiti del danno
La Corte d'Appello ha respinto l'istanza di sospensione esecuzione sentenza avanzata da un primario istituto bancario. I giudici hanno stabilito che il danno meramente patrimoniale non costituisce un pregiudizio irreparabile, specie se la parte istante gode di ampia solidità finanziaria e il creditore risulta solvibile.
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Trasferimento d’azienda: lavoratori esclusi senza limiti di tempo
Alcuni lavoratori hanno fatto causa alla vecchia e alla nuova società per ottenere il riconoscimento del loro passaggio alle dipendenze di quest'ultima. I lavoratori sostenevano che si fosse verificato un trasferimento d'azienda a seguito della reinternalizzazione delle attività di magazzino. I giudici di merito avevano rigettato la domanda, ritenendo l'azione ormai fuori tempo massimo per il superamento del termine di sessanta giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che il termine di decadenza non si applica quando il dipendente escluso rivendica la prosecuzione del rapporto di lavoro con il nuovo datore di lavoro. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Accettazione tacita dell’eredità: quando i debiti non si pagano
Un creditore ha pignorato l'immobile di una donna, sostenendo che avesse ereditato i debiti dei fratelli defunti. Secondo il creditore, la donna aveva compiuto un'accettazione tacita dell'eredità partecipando a una divisione di beni e trattenendo l'arredo domestico dei fratelli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del creditore. I giudici hanno chiarito che la partecipazione alla divisione era avvenuta come acquirente delle quote quando i fratelli erano in vita, e non come erede. Inoltre, il possesso di semplici arredi domestici non prova l'accettazione se non si dimostra prima che tali beni appartenessero davvero ai defunti, vietando di basare una presunzione su un'altra presunzione. La donna non è quindi erede e il pignoramento è illegittimo.
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Cessione del credito: chi perde paga anche il nuovo creditore
Un committente stipula un contratto di appalto per un impianto fotovoltaico. L'appaltatore cede il credito a una banca, la quale ottiene un decreto ingiuntivo contro il committente. Quest'ultimo si oppone al pagamento. Durante la causa, la banca effettua una ulteriore cessione del credito a una società terza, che interviene nel processo. I giudici di merito rigettano l'opposizione e condannano il committente a pagare le spese processuali anche alla società terza. Il committente ricorre in Cassazione contestando l'addebito di tali spese, ritenendo ingiusto pagare per un atto volontario tra terzi. La Suprema Corte respinge il ricorso, confermando che la cessione del credito comporta l'ingresso del nuovo creditore come parte attiva del processo, con conseguente applicazione del principio di soccombenza.
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Trasferimento del personale ATA: stipendio salvo ma nessun aumento
Alcuni dipendenti pubblici hanno fatto causa al Ministero dell'Istruzione chiedendo il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente locale di provenienza, a seguito del loro trasferimento nei ruoli dello Stato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che il trasferimento del personale ATA dagli enti locali allo Stato garantisce solo la conservazione dello stesso stipendio precedentemente percepito, per evitare un peggioramento economico. Non è invece possibile pretendere un aumento della retribuzione applicando la vecchia anzianità alle regole del nuovo contratto collettivo statale. Poiché i lavoratori non hanno subito alcuna perdita economica al momento del passaggio, la loro richiesta di ricalcolo è stata rigettata.
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Definizione agevolata: l’acquirente d’azienda batte il fisco
Un'azienda acquista un ramo d'azienda da un'altra società. Successivamente, riceve dal fisco una cartella di pagamento per debiti IVA non pagati dal venditore. L'acquirente chiede di accedere alla definizione agevolata per chiudere la pendenza. L'Agenzia delle Entrate rifiuta la richiesta, sostenendo che la cartella sia un semplice atto di riscossione e non un atto impositivo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'acquirente. I giudici stabiliscono che se la cartella è il primo e unico atto con cui il fisco comunica la pretesa al coobbligato, essa ha valore di atto impositivo. Di conseguenza, la controversia è definibile e il giudizio principale viene dichiarato estinto.
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Trasferimento del personale ATA: stipendio salvo ma niente aumenti
Un gruppo di dipendenti della scuola ha chiesto il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente locale prima del loro passaggio allo Stato. La controversia nasce dal trasferimento del personale ATA dagli enti locali al Ministero dell'Istruzione. I lavoratori lamentavano che il mancato computo dell'anzianità pregressa violasse le norme europee. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che le regole sul trasferimento del personale ATA garantiscono solo la conservazione dello stipendio precedentemente goduto, per evitare un peggioramento economico. Poiché una consulenza tecnica ha dimostrato che i dipendenti non hanno subito alcuna riduzione della retribuzione nel passaggio allo Stato, essi non possono pretendere un aumento basato sul ricalcolo dell'anzianità. Di conseguenza, i lavoratori hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Trasferimento del personale ATA: anzianità salva ma niente aumenti
Una lavoratrice, passata dall'ente locale allo Stato, chiedeva il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio per ottenere uno stipendio più alto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il trasferimento del personale ATA garantisce solo la conservazione del trattamento economico precedente per evitare perdite, ma non dà diritto a scatti stipendiali superiori se lo stipendio complessivo è rimasto invariato. La lavoratrice ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Trasferimento di ramo d’azienda nullo: stipendi comunque dovuti
Una lavoratrice ha ottenuto la dichiarazione di invalidità del trasferimento di ramo d'azienda tra la sua azienda originaria e una nuova società. Nel frattempo, era stata licenziata dalla nuova società e aveva scelto di percepire l'indennità sostitutiva della reintegrazione. Successivamente, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle retribuzioni arretrate. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che l'indennità ricevuta e la risoluzione del rapporto con la nuova società estinguessero il debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda originaria. I giudici hanno stabilito che, dichiarata la nullità del trasferimento, il rapporto di lavoro originario sopravvive di diritto. Le vicende risolutive con la nuova società, inclusa l'indennità sostitutiva, non incidono sull'obbligo dell'azienda originaria di pagare gli stipendi dovuti a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Cessione parziale del credito IVA: sì al rimborso della banca
Una banca, in qualità di cessionaria del credito d'imposta di una società fallita, ha impugnato il silenzio-rifiuto dell'Agenzia delle Entrate sulla richiesta di rimborso di una quota di tale credito. I giudici di merito avevano respinto la domanda, ritenendo vietata la cessione frazionata. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la cessione parziale del credito IVA è pienamente legittima. A differenza delle imposte dirette, per le quali esistono specifici divieti di frazionamento, per l'IVA non vi è alcuna norma limitativa. Di conseguenza, il cessionario ha pieno diritto a ottenere il rimborso della quota di credito acquistata, oltre ai relativi interessi.
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Cessione parziale del credito IVA: la banca batte il Fisco
Una banca, avendo acquistato una quota del credito IVA del 2000 da una società fallita, ha chiesto il rimborso all'Amministrazione Finanziaria. Di fronte al silenzio-rifiuto del Fisco, la banca ha fatto ricorso. I giudici di merito hanno negato il rimborso, ritenendo vietata la cessione parziale del credito IVA. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca. I giudici hanno stabilito che la cessione parziale del credito IVA è pienamente legittima. A differenza delle imposte dirette, per l'IVA non esistono divieti di legge che impediscano di cedere solo una parte del credito. Di conseguenza, la banca ha diritto a ottenere il rimborso della quota acquistata, oltre agli interessi di legge.
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Regime del margine: Fisco batte il rivenditore negligente
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un rivenditore di auto usate l'applicazione del regime del margine per l'acquisto di veicoli dall'estero. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione al contribuente, ritenendo che non spettasse a lui verificare se i precedenti proprietari avessero detratto l'IVA. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che chi vuole beneficiare del regime del margine deve dimostrare la massima diligenza. L'acquirente deve quindi controllare la carta di circolazione per verificare la storia del veicolo ed escludere che i precedenti proprietari (come società di noleggio o leasing) abbiano detratto l'imposta a monte. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Cessione di crediti in blocco: la Gazzetta Ufficiale non basta
Una società finanziaria ha proposto opposizione allo stato passivo di un fallimento, pretendendo l'ammissione di crediti acquistati tramite un'operazione di cessione di crediti in blocco da un istituto bancario. Il Fallimento ha eccepito la carenza di legittimazione attiva della società, contestando l'effettivo trasferimento del credito specifico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società finanziaria, confermando la decisione del Tribunale. I giudici hanno stabilito che la semplice pubblicazione dell'avviso di cessione sulla Gazzetta Ufficiale non è sufficiente a dimostrare la titolarità del credito se il debitore la contesta specificamente. La società cessionaria avrebbe dovuto fornire prove documentali precise circa l'inclusione del singolo credito nell'operazione di cessione.
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Acconto senza fattura? L’obbligo di autofatturazione non perdona
Una società immobiliare paga un cospicuo acconto per l'acquisto di un terreno, ma il venditore non emette la relativa fattura. L'Agenzia delle Entrate sanziona l'acquirente con una multa pari al 100% dell'IVA evasa, contestando la mancata regolarizzazione dell'operazione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco, stabilendo che sull'acquirente grava un preciso obbligo di autofatturazione se il venditore è inadempiente. Non si tratta di un semplice ritardo nel pagamento dell'imposta, ma di una violazione specifica che giustifica la sanzione piena. La sentenza chiarisce che la responsabilità di regolarizzare l'operazione ricade anche sul compratore.
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Cessione Credito Appalto: Impresa non Banca perde contro il Comune
Una società, cessionaria di un credito derivante da un contratto di appalto, ha tentato di riscuoterlo da un Comune. L'ente pubblico si è opposto, sostenendo l'invalidità dell'operazione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Comune, stabilendo un principio fondamentale sulla cessione credito appalto pubblico: è valida solo se il cessionario (chi acquista il credito) è una banca o un intermediario finanziario. La normativa speciale per gli appalti pubblici prevale sulle regole generali del Codice Civile, che prevedono una maggiore libertà di cessione. Di conseguenza, la società, non avendo i requisiti soggettivi richiesti, ha perso la causa e non ha potuto incassare il credito.
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