Due soggetti, un uomo e sua madre, sono stati condannati per il reato di truffa dopo aver raggirato una vittima scambiando banconote vere con mazzette di denaro falso recanti la scritta "fac-simile". I colpevoli avevano prima conquistato la fiducia del malcapitato con un cambio regolare, per poi consegnargli buste contenenti banconote finte, occultate da fascette di carta. La difesa sosteneva l'insussistenza del reato poiché il trucco era grossolano. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'idoneità del raggiro va valutata caso per caso: l'uso di fascette per nascondere la scritta e la pressione psicologica esercitata sulla vittima integrano pienamente il reato di truffa, impedendo alla vittima di accorgersi immediatamente dell'inganno in un luogo pubblico affollato.
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