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Affidamento In Prova Al Servizio Sociale

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1716 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale: dal furto al carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato con effetto retroattivo l'affidamento in prova al servizio sociale concesso a un condannato, dopo che quest'ultimo ha commesso un furto aggravato di utensili da un furgone durante il periodo di prova. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la retroattività della revoca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la commissione di un nuovo reato grave dimostra il fallimento totale del percorso di risocializzazione. Di conseguenza, la revoca retroattiva è pienamente legittima se il comportamento del soggetto evidenzia un'incompatibilità assoluta con la misura alternativa fin dall'inizio del percorso rieducativo.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato al ladro ferito
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato con un pesante curriculum criminale e privo di reale consapevolezza del disvalore delle proprie azioni. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che un grave episodio del 2021, in cui era rimasto ferito da colpi d'arma da fuoco durante un tentativo di furto, avesse rappresentato una svolta radicale nella sua vita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale richiede l'avvio di un effettivo processo di emenda e la concreta riduzione del rischio di recidiva, elementi non riscontrabili nel caso di specie, caratterizzato da una persistente pericolosità sociale.
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Affidamento in prova al servizio sociale: serve il ravvedimento
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare. La decisione si è basata sulla mancanza di un effettivo processo di emenda, sull'assenza di un lavoro stabile e sulla mancata consapevolezza del disvalore delle proprie azioni. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la remoticità dei reati e la propria volontà riparatoria. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'affidamento in prova al servizio sociale richiede una prognosi positiva sulla risocializzazione e l'assenza di pericolo di recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato per precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di droga che richiedeva l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato la misura, concedendo invece la detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha confermato la decisione, ritenendo corretto il giudizio sulla pericolosità sociale del soggetto, desunto dalla gravità del reato, dai precedenti penali e dalle informazioni di polizia. I giudici hanno ribadito il principio di progressione trattamentale, secondo cui l'accesso ai benefici penitenziari deve avvenire in modo graduale. Il ricorso è stato ritenuto generico anche per la mancata allegazione della relazione dei servizi sociali. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Spaccio in libertà: legittima la revoca dell’affidamento in prova
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale nei confronti di un condannato, con effetto retroattivo. Il provvedimento è scaturito dall'arresto in flagranza del soggetto per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, commesso proprio durante il periodo di espiazione della pena all'esterno. Il condannato ha proposto ricorso lamentando l'omessa valutazione complessiva della sua condotta e la retroattività della decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la commissione di un nuovo grave reato dimostra il totale fallimento del percorso riabilitativo. Di conseguenza, la revoca dell'affidamento in prova è pienamente legittima e la valutazione sull'inidoneità della misura spetta esclusivamente al giudice di merito.
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Affidamento in prova negato: chi non si pente resta in carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale a causa della sua scarsa consapevolezza della gravità dei propri atti violenti e della tendenza a deresponsabilizzarsi. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la valutazione sulla personalità del reo e sulla sua idoneità alla risocializzazione spetta esclusivamente ai giudici di merito. La Cassazione non può rivalutare i fatti o le prove se la decisione precedente è logicamente motivata. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa, resta in carcere e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità o spaccio grave? La Cassazione fissa i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto, l'esclusione della recidiva e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'elevato numero di dosi ricavabili (oltre mille) e il valore economico della droga (circa 15.900 euro) escludono la lieve entità. Inoltre, la recidiva è stata correttamente applicata a causa dei numerosi precedenti penali e del fatto che il reato è stato commesso durante l'affidamento in prova ai servizi sociali. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova all’estero: no a contratti in scadenza
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento in prova all'estero avanzata da un condannato che intendeva scontare la pena in Germania. L'interessato non aveva fornito prove sufficienti circa la stabilità del proprio domicilio all'estero e aveva presentato un contratto di lavoro prossimo alla scadenza, rendendo impossibile il controllo della misura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che l'esecuzione della misura alternativa in un altro Stato dell'Unione Europea richiede l'assolvimento di precisi oneri di allegazione. Il richiedente deve dimostrare in modo concreto e non ipotetico la propria stabile residenza e un'attività lavorativa continuativa all'estero, oltre a dover eleggere un valido domicilio in Italia per le notifiche procedurali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: dal recupero alla cella
Il Tribunale di sorveglianza revocava la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale concessa a un condannato, a causa della sua sottoposizione a custodia cautelare per nuovi reati, evidenziando il mantenimento di rapporti con la criminalità organizzata. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del suo percorso riabilitativo e l'errata applicazione della legge penitenziaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità della revoca. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi, non confrontandosi con la solida motivazione del Tribunale sulla persistente pericolosità sociale del soggetto e sulla sua non genuina adesione al percorso di recupero. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova: l’affetto materno non è legame mafioso
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova a una donna condannata per favoreggiamento aggravato, ritenendo non provata l'assenza di attuali legami con la criminalità organizzata. Il diniego si basava principalmente sui rapporti con i figli, in passato vicini ad ambienti mafiosi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il mero mantenimento dei rapporti affettivi con i familiari più stretti, come i figli, non dimostra in modo automatico la partecipazione a una rete criminale. Il Tribunale ha compiuto un salto logico, omettendo di valutare elementi positivi come il buon percorso carcerario, la morte del marito (reale tramite con il clan) e la revoca dei sequestri sui beni. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Rinuncia al ricorso: quando fare un passo indietro costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha respinto la richiesta di misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato, ritenendo la pena complessiva superiore ai limiti di legge. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'erroneo calcolo della pena residua. Successivamente, prima dell'udienza, il difensore e l'interessato hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione proprio a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se recidivo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso a causa dei suoi numerosi precedenti penali e della dichiarazione di delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata acquisizione della relazione socio-familiare dell'UEPE e l'omessa valutazione della detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisizione della relazione UEPE non è obbligatoria se gli atti dimostrano già una chiara pericolosità sociale. Inoltre, la richiesta di detenzione domiciliare era inammissibile per superamento dei limiti di pena, e la memoria difensiva è stata depositata oltre i termini di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Affidamento in prova negato ma arresti concessi: la decisione
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare a causa della sua persistente pericolosità sociale e di pendenze penali in corso. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando una presunta contraddizione tra le due decisioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'affidamento in prova richiede una ridotta pericolosità sociale e una reale propensione alla rieducazione, requisiti assenti nel caso di specie. Al contrario, la detenzione domiciliare, avendo una natura più afflittiva e contenitiva, può essere concessa anche in presenza di una residua pericolosità. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lavoro negato ma volontariato attivo: sì all’affidamento in prova
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, concedendogli solo la detenzione domiciliare, a causa di una pena accessoria di interdizione dagli uffici direttivi che gli impediva di lavorare nell'azienda che si era offerta di assumerlo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che per l'affidamento in prova al servizio sociale non è indispensabile un lavoro retribuito, potendo questo essere sostituito da attività di volontariato. Inoltre, i giudici devono valutare globalmente il percorso rieducativo e la personalità del soggetto, senza limitarsi ai soli divieti derivanti dalle pene accessorie. La decisione di diniego è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato se c’è recidiva
Il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato per reati di droga. La decisione si fonda sulla sua elevata pericolosità sociale e sulla mancanza di una reale revisione critica. Durante l'esecuzione della pena, infatti, l'uomo ha commesso un nuovo reato della stessa specie, subendo una custodia cautelare in carcere. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una mancata valutazione del suo percorso rieducativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per concedere la misura alternativa, non basta l'assenza di condotte negative, ma servono elementi positivi che escludano il rischio di recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Carenza di interesse: ricorso inutile se la pena è già scontata
Il Tribunale di sorveglianza di Venezia revoca l'affidamento in prova al servizio sociale di un condannato. Quest'ultimo ricorre in Cassazione lamentando la mancata concessione della detenzione domiciliare. Tuttavia, durante il procedimento, il condannato termina di espiare l'intera pena detentiva. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché la pena è già stata interamente scontata, una decisione favorevole non offrirebbe alcuna utilità pratica al ricorrente. La Suprema Corte stabilisce inoltre che, derivando la carenza di interesse da una causa non imputabile al ricorrente (la fine naturale della pena), non si applica la condanna alle spese processuali né il pagamento della sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Libero prima del giudizio: cade l’interesse ad impugnare
Il Tribunale di sorveglianza nega al Condannato l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Condannato propone ricorso in Cassazione per contestare la decisione. Tuttavia, prima dello svolgimento dell'udienza, il Condannato viene scarcerato per aver interamente espiato la propria pena detentiva. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. La Suprema Corte ribadisce che l'interesse ad impugnare deve essere concreto e attuale: se il soggetto è già libero, non può ottenere alcuna utilità pratica dalla decisione sulla misura alternativa.
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Revoca dell’affidamento in prova: droga in casa e addio libertà
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un soggetto in espiazione pena per reati di droga. Durante la misura, l'uomo si era trasferito a convivere con la compagna. A seguito di ripetuti litigi domestici e dell'intervento delle forze dell'ordine, nell'abitazione comune sono state rinvenute piante di marijuana e dosi di hashish confezionate per lo spaccio. Il condannato ha fatto ricorso sostenendo che la droga appartenesse solo alla compagna per uso personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. La presenza di sostanze stupefacenti in casa dimostra il fallimento del percorso rieducativo e l'incompatibilità del comportamento con la misura alternativa.
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Affidamento in prova: stop all’estinzione se si viola la legge
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'estinzione parziale della pena a un soggetto sottoposto alla misura dell'affidamento in prova. Durante il periodo di prova, l'uomo ha guidato senza patente, ha causato un incidente stradale fornendo false generalità e ha violato gli orari di rientro a casa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice può valutare negativamente il comportamento complessivo del condannato e dichiarare non estinta la pena per il periodo in cui sono avvenute le violazioni, anche se la misura alternativa non è stata formalmente revocata prima della sua scadenza naturale.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no se manca il lavoro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale concedendo solo la detenzione domiciliare. Il Tribunale aveva evidenziato la pericolosità sociale del soggetto, privo di lavoro e gravato da altri procedimenti penali in corso. Il Condannato ha contestato la competenza territoriale del giudice e l'analisi della sua situazione lavorativa e cautelare. La Suprema Corte ha chiarito che l'eccezione di incompetenza territoriale deve essere sollevata all'inizio del procedimento, a pena di decadenza, e che i motivi di merito erano generici e smentiti dagli atti, confermando la decisione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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