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Affidamento In Prova Al Servizio Sociale

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1716 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure alternative alla detenzione: no al diniego su dati vecchi
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva respinto la richiesta di ammissione alle misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato a un anno e sei mesi di reclusione. Il diniego si basava su precedenti penali datati e su informazioni incomplete circa il domicilio e l'attività di volontariato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno rilevato che il Tribunale ha omesso di acquisire la relazione dell'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e non ha esercitato i propri poteri istruttori per verificare le informazioni sul domicilio e sul volontariato, limitandosi a vecchi dati di polizia. Il caso torna al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato senza lavoro stabile
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un uomo condannato a tre anni di reclusione per riciclaggio, confermando il diniego della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva invece disposto la detenzione domiciliare. Il condannato lamentava che fossero stati ignorati la sua condotta carceraria positiva, l'età avanzata e lo stato di salute. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento in prova al servizio sociale non è un diritto automatico, ma richiede elementi concreti per una prognosi favorevole di reinserimento. Nel caso specifico, l'assenza di un'attività lavorativa e di punti di riferimento stabili sul territorio impediva la creazione di un progetto rieducativo sicuro all'esterno, rendendo adeguata la sola misura domiciliare.
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Scioglimento del cumulo: benefici possibili se la pena è espiata
Il Tribunale di Sorveglianza di Napoli aveva dichiarato inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato, ritenendo che i reati in esecuzione fossero ostativi poiché aggravati dal metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, chiarendo che è necessario procedere allo scioglimento del cumulo delle pene quando si deve valutare l'ammissibilità di un beneficio. Nel caso specifico, la pena per il reato ostativo era già stata interamente espiata e l'aggravante mafiosa era stata espressamente esclusa con sentenza definitiva. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: sì con arresto estero
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un detenuto l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare, nonostante la condotta carceraria encomiabile e la disponibilità di lavoro e alloggio. Il diniego si basava sulla gravità dei reati, sull'uso di alias e sulla presenza di un mandato di arresto europeo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la presenza di una custodia cautelare per un altro titolo non impedisce la valutazione nel merito per l'ammissione alle misure alternative. Il giudice di merito deve analizzare concretamente la natura e i tempi del reato estero, senza limitarsi a un'esclusione automatica e generica.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a chi è irreperibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta poiché l'uomo era senza fissa dimora e irreperibile. La difesa lamentava la mancata concessione di un termine a difesa per il nuovo avvocato e contestava l'accertamento dell'irreperibilità. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento in prova al servizio sociale esige la costante reperibilità del soggetto, elemento indispensabile per verificare il rispetto delle prescrizioni e valutare il percorso di reinserimento. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il rigetto e condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: sì anche senza lavoro
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendo ostativa l'assenza di una proposta lavorativa e valorizzando generici dissapori familiari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'attività lavorativa rappresenta solo uno degli elementi utili per il giudizio prognostico sul reinserimento sociale, ma non costituisce un requisito obbligatorio o una condizione ostativa assoluta per accedere alla misura alternativa. La Cassazione ha rilevato la totale mancanza di una motivazione logica e dettagliata da parte del Tribunale, che si era basato su elementi vaghi e non verificati, ordinando quindi un nuovo esame della richiesta di affidamento in prova al servizio sociale.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato se irreperibili
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato non detenuto perché risultato irrintracciabile al domicilio indicato. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione, evidenziando che nell'istanza erano presenti il numero di telefono del condannato e i riferimenti dell'associazione disposta a offrirgli lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che la persona non detenuta che richiede una misura alternativa ha l'obbligo tassativo di dichiarare o eleggere un domicilio valido. La reperibilità effettiva è un requisito fondamentale, e la semplice indicazione di un contatto telefonico o dell'ente lavorativo non può sostituire l'elezione di domicilio, né dimostra la reale volontà di intraprendere un percorso di risocializzazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no senza riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato la misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale. La decisione si fonda sulla gravità del reato commesso e sulla relazione di sintesi del carcere, che evidenziava la mancata rielaborazione del reato e consigliava la prosecuzione del percorso in cella. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti già esaminati dal giudice di merito, se la motivazione di quest'ultimo è logica e completa. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no se c’è recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo non ancora pronto per la misura alternativa. La decisione si basa sulla gravità del reato, commesso di recente, sul breve periodo di detenzione già scontato (soli tre mesi) e sulla recidiva, avendo il soggetto già beneficiato della stessa misura in passato per poi commettere nuovi reati della stessa specie. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando violazioni di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché volto a richiedere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se lavori
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato per spaccio di stupefacenti la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il diniego si basa sulla pericolosità sociale del soggetto, desunta dal fatto che i reati erano stati commessi proprio mentre svolgeva un'attività lavorativa regolare. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lavoro avesse comunque un valore rieducativo e che i giudici avessero omesso verifiche sulla sua attuale occupazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la valutazione del Tribunale era logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, vedendosi negata definitivamente la misura alternativa richiesta.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop senza riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo non meritevole a causa della mancanza di un lavoro stabile, di un precedente arresto per spaccio e dell'assenza di una rete familiare di supporto. L'Ufficio Esecuzione Penale Esterna ha inoltre evidenziato la totale mancanza di una revisione critica del proprio passato delinquenziale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che per accedere alla misura alternativa fosse sufficiente il solo avvio del percorso di recupero e non una compiuta rielaborazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione complessiva della condotta attuale e l'assenza di elementi positivi precludono un giudizio prognostico favorevole. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: rigetto senza rinvio
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale e altre misure alternative a un condannato con problemi di tossicodipendenza e ludopatia, privo di un percorso di recupero e di una stabile occupazione. La difesa ha impugnato la decisione, lamentando il mancato rinvio dell'udienza per l'assenza della relazione dell'ufficio sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il giudice non ha l'obbligo di disporre ulteriori accertamenti o rinviare la decisione se i documenti già presenti dimostrano chiaramente l'inidoneità del condannato alla misura. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se si mente
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sull'assenza di una stabile attività lavorativa, elemento fondamentale per il reinserimento sociale, e sulla falsità delle dichiarazioni del richiedente circa la sua partecipazione in una società. Il condannato ha impugnato la decisione lamentando disparità di trattamento rispetto al fratello coimputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la scelta della misura alternativa spetta alla discrezionalità del giudice di merito. Quest'ultimo deve valutare individualmente la personalità e la stabilità lavorativa del soggetto. Il ricorrente perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: la revoca per chi mente
Il Tribunale di sorveglianza ha revocato la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale concessa a un condannato. L'uomo, autorizzato a recarsi all'estero solo per motivi personali e burocratici, ha violato le prescrizioni incontrando terzi per affari non autorizzati e tentando di nascondere le violazioni con false dichiarazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato. I motivi procedurali relativi a presunti difetti di notifica ai difensori sono stati ritenuti sanati, poiché il difensore presente in udienza non ha sollevato tempestivamente l'eccezione. Inoltre, la richiesta di sostituzione della misura con la detenzione domiciliare è stata giudicata inammissibile per difetto di autosufficienza del ricorso. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova all’estero: la Cassazione cancella i limiti
Un cittadino italiano, condannato per bancarotta fraudolenta e residente in Spagna, ha richiesto l'affidamento in prova all'estero per scontare la pena nel Paese di residenza. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo ostative le pene accessorie commerciali e l'insufficienza dei controlli a distanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che le pene accessorie si estinguono con l'esito positivo della prova e che la residenza all'estero non preclude la misura, grazie alla collaborazione tra Stati dell'Unione Europea. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione che consideri la condotta attuale del soggetto e non solo la gravità del reato passato.
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Affidamento in prova negato: confermati i domiciliari
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a una condannata la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale, concedendole invece la detenzione domiciliare per espiare una pena residua di due anni. La decisione si fonda sulla presenza di precedenti penali e su una segnalazione per minacce e molestie risalente al 2016, elementi che richiedono un monitoraggio più stretto per prevenire il rischio di recidiva. La condannata ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver avviato un percorso di reinserimento sociale e lavorativo, senza tuttavia allegare i relativi documenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la concessione dell'affidamento in prova richiede una prognosi favorevole di reinserimento basata anche sulla condotta successiva ai reati, e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: conta la rieducazione
Il Tribunale di sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, basandosi esclusivamente sulla gravità dei reati passati e sul suo status di pluripregiudicato. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione del suo percorso rieducativo positivo, documentato da una relazione di sintesi favorevole. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la gravità dei reati passati non può precludere automaticamente l'accesso alle misure alternative se vi sono elementi concreti di recupero sociale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di diniego, disponendo un nuovo esame del caso.
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Affidamento in prova al servizio sociale: truffa e revoca
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato l'affidamento in prova al servizio sociale concesso a un condannato, con effetto retroattivo. La decisione è scaturita dalla denuncia per due episodi di truffa commessi durante il periodo di prova, ritenuti incompatibili con la misura alternativa. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la vicenda derivasse da debiti pregressi e da un assegno dato in garanzia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso si basava su contestazioni di fatto non documentate, non esaminabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il condannato ha perso definitivamente il beneficio e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova negato: la latitanza cancella il beneficio
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova a un condannato per reati di droga, evidenziando la mancanza di una reale rieducazione. L'uomo aveva minimizzato i propri trascorsi penali e una lunga latitanza passata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'omessa pronuncia sulla semilibertà e contestando i criteri di valutazione del percorso rieducativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che il condannato non aveva mai richiesto la semilibertà negli atti ufficiali. Inoltre, la Cassazione ha confermato che la minimizzazione dei reati e la passata latitanza dimostrano l'assenza di una sincera revisione critica, rendendo prematuro l'affidamento in prova. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro.
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Affidamento in prova revocato per minacce all’ex datore
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato la misura dell'affidamento in prova a un condannato, sostituendola con la detenzione domiciliare. La decisione è scaturita dalle minacce rivolte dal soggetto al proprio ex datore di lavoro e da ripetuti litigi sul posto di lavoro. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le sue reazioni fossero giustificate dal mancato pagamento dello stipendio e che la condotta non fosse incompatibile con la misura alternativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso non può richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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