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Affidamento In Prova Al Servizio Sociale

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1716 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale negato alla recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de La Condannata contro il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta evidenziando l'elevata pericolosità sociale della donna, arrestata per spaccio di stupefacenti poco dopo la scarcerazione per un reato analogo. La difesa contestava l'immediatezza della recidiva e proponeva un'attività lavorativa domestica. La Suprema Corte ha confermato che la gravità dei precedenti e la vicinanza temporale tra i reati dimostrano un inserimento stabile in circuiti criminali. Di conseguenza, le misure alternative ampie non sono idonee a prevenire il rischio di reiterazione. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato a chi minimizza
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un soggetto condannato per rapina aggravata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione, evidenziando la propria condotta regolare e un'offerta di lavoro come magazziniere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la pericolosità sociale del soggetto, evidenziando la frequentazione di pregiudicati, l'offerta di lavoro presso una cooperativa composta da persone con precedenti penali e la mancata reale comprensione della gravità del reato commesso. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve espiare la pena in carcere, oltre a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova: l’aggressione cancella il beneficio
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della misura alternativa dell'affidamento in prova disposta nei confronti di un condannato. Il provvedimento è scaturito da una violenta aggressione commessa dal soggetto durante il periodo di prova, che ha portato a una querela per lesioni personali, minacce e danneggiamento. Il Tribunale di sorveglianza ha ritenuto tale condotta incompatibile con il percorso rieducativo. Il condannato ha proposto ricorso lamentando l'automaticità della revoca e la mancata valutazione del periodo già scontato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la motivazione dei giudici di merito era solida e priva di vizi. La revoca decorre dal giorno del comportamento illecito, confermando la perdita del beneficio per il condannato, condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per dipendenze
Il Condannato ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale per scontare una pena residua di oltre un anno. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato la domanda a causa della sua condotta passata, della dipendenza da alcol e droghe e della mancanza di un reale percorso di recupero. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una scarsa valutazione della sua personalità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la decisione precedente è ben motivata. Di conseguenza, il richiedente perde il ricorso, non ottiene la misura alternativa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no se il reato è ostativo
La Corte di Cassazione ha confermato il no all'affidamento in prova al servizio sociale per una donna condannata per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale di sorveglianza aveva rigettato la richiesta poiché il reato commesso rientra tra quelli ostativi, che bloccano l'accesso alle misure alternative in assenza di una concreta collaborazione con la giustizia. La condannata ha proposto ricorso lamentando una mancata valutazione del suo percorso rieducativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la gravità del reato e la mancanza di condotte collaborative impediscono legalmente la concessione del beneficio. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato a chi fugge
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato trasferitosi all'estero. L'uomo aveva giustificato le sue assenze alle udienze e la mancata collaborazione con gli uffici sociali adducendo motivi di salute e un isolamento fiduciario per Covid-19. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il condannato ha l'obbligo di collaborare attivamente con gli operatori sociali per la redazione del programma riabilitativo. La mancata reperibilità e la presentazione di certificati medici generici dimostrano un disinteresse incompatibile con la concessione della misura alternativa. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Affidamento in prova all’estero: no per le pene troppo brevi
Il Tribunale di sorveglianza concedeva a un cittadino l'affidamento in prova al servizio sociale per una pena residua di due mesi e undici giorni, ma negava la possibilità di scontare la misura in Polonia, dove l'uomo risiedeva e lavorava stabilmente. Il diniego si fondava sul limite temporale minimo previsto dalla legge per l'esecuzione delle sanzioni all'estero. Il condannato ha proposto ricorso, lamentando la violazione dei propri diritti familiari e lavorativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'affidamento in prova all'estero è precluso per pene detentive di durata estremamente breve. La legge italiana stabilisce infatti una soglia minima di durata della pena residua sotto la quale non è possibile attivare le procedure di cooperazione internazionale, rendendo legittimo il provvedimento che impone il rientro in Italia per l'espiazione.
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Ricorso per cassazione personale: la firma fai-da-te costa cara
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un cittadino l'affidamento in prova al servizio sociale. Il condannato ha proposto un ricorso per cassazione personale, sottoscritto da lui stesso e con firma autenticata da un difensore non abilitato al patrocinio davanti alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La riforma del 2017 ha infatti eliminato la possibilità per l'imputato o il condannato di presentare personalmente il ricorso per cassazione personale. L'atto deve essere firmato, a pena di inammissibilità, da un avvocato cassazionista iscritto nell'albo speciale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se incompleto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto l'affidamento in prova al servizio sociale, ritenendo necessario proseguire il percorso rieducativo in carcere. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una carenza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i giudici di merito hanno correttamente valutato la situazione. L'equipe di osservazione ha infatti evidenziato che, sebbene vi sia una riflessione critica sui reati, è opportuno procedere gradualmente partendo dai permessi premio per consolidare i legami affettivi e intensificare i colloqui psicologici, mantenendo per ora il trattamento in carcere. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: rigetto per motivi di fatto
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che negava l'affidamento in prova al servizio sociale o la detenzione domiciliare per una pena di sei mesi per truffa. Il ricorrente lamentava la violazione del diritto di difesa in merito alle notifiche dell'udienza e una mancata valutazione dei requisiti per i benefici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la notifica dell'udienza era regolare, essendo antecedente alla nomina del nuovo difensore, e che le contestazioni sui requisiti per l'affidamento in prova al servizio sociale richiedevano un riesame dei fatti non consentito in sede di legittimità. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato a chi viola le regole
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale avanzata da un condannato, concedendogli solo la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulle violazioni commesse dal soggetto durante i precedenti arresti domiciliari, sfociate in due decreti penali di condanna. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché volto a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per casa abusiva
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale a causa dei suoi numerosi precedenti penali, della sua persistente pericolosità sociale segnalata dalla Questura e della mancanza di un domicilio idoneo, poiché l'alloggio proposto risultava occupato abusivamente. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione dei giudici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché volto a ottenere una nuova valutazione di merito non consentita in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Senza lavoro niente affidamento in prova al servizio sociale
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale avanzata da un condannato, a causa della mancanza di una concreta e valida opportunità lavorativa. Ha inoltre dichiarato inammissibile la richiesta subordinata di detenzione domiciliare, poiché la pena residua da espiare superava il limite dei due anni stabilito dalla legge. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un'errata valutazione degli elementi di fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che non è possibile richiedere una nuova valutazione del merito in sede di legittimità se la motivazione del giudice precedente è logica e completa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: la difesa autonoma costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino dichiara inammissibile la richiesta di detenzione domiciliare e rigetta l'affidamento in prova avanzati da un cittadino. Quest'ultimo propone autonomamente ricorso alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso per difetto di legittimazione, in quanto la legge vieta il ricorso personale in Cassazione, richiedendo la firma di un difensore abilitato. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Elezione di domicilio: la Cassazione salva la misura alternativa
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato, ritenendo che mancasse la formale elezione di domicilio e che l'uomo fosse irreperibile. Il condannato ha fatto ricorso, evidenziando che l'elezione di domicilio era regolarmente allegata alla nomina del difensore depositata con l'istanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il requisito formale era stato pienamente rispettato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento impugnato e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato senza pentimento
Il Tribunale di Sorveglianza concedeva la detenzione domiciliare a un condannato per motivi di salute, ma ne rigettava l'istanza di affidamento in prova al servizio sociale a causa della scarsa rielaborazione critica del reato di corruzione commesso. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'illogicità della decisione e la mancata valutazione dei progressi trattamentali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del diniego. I giudici hanno chiarito che l'affidamento in prova al servizio sociale richiede una reale e profonda revisione critica del proprio passato criminale, non potendosi limitare a una superficiale ammissione di leggerezza. Inoltre, l'accesso ai benefici deve rispettare il principio di progressione trattamentale, garantendo un passaggio graduale verso la libertà.
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Mancata notifica al difensore: quando il silenzio sana il vizio
Il Tribunale di sorveglianza nega l'affidamento in prova a un condannato, concedendogli d'ufficio la detenzione domiciliare. Il condannato ricorre in Cassazione lamentando la mancata notifica al difensore di fiducia dell'avviso di udienza. La Suprema Corte rigetta il ricorso: l'omessa notifica a uno dei co-difensori costituisce una nullità a regime intermedio. Poiché l'altro difensore, regolarmente avvisato e presente all'udienza, non ha sollevato l'eccezione in quella sede, il vizio si è sanato e non può essere dedotto per la prima volta davanti alla Cassazione. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Sanatoria delle nullità: quando l’errore non salva il condannato
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata notifica personale dell'invito a trovare un domicilio idoneo e un errore di trasmissione PEC al difensore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che l'interessato aveva comunque ricevuto l'atto, nonostante un errore materiale sulla data. Inoltre, il difensore era a conoscenza dell'invito e ha partecipato all'udienza successiva senza sollevare alcuna obiezione. Questo comportamento ha determinato la sanatoria delle nullità per acquiescenza. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca dell’affidamento in prova: dal falso tampone al furto
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un lavoratore a causa di gravi violazioni. L'uomo, mentre era sottoposto alla misura alternativa, ha prima esibito un certificato di tampone Covid falso per continuare a lavorare senza Green Pass, inducendo in errore la farmacista. Successivamente, ha commesso un furto di energia elettrica per alimentare il locale in cui lavorava. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la revoca dell'affidamento in prova non è automatica, ma richiede una valutazione complessiva del giudice. In questo caso, la commissione di due reati in soli tre mesi e la palese mala fede del condannato dimostrano l'incompatibilità assoluta con la prosecuzione del beneficio.
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Affidamento in prova al servizio sociale: sì senza risarcimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale contro la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale a favore di un condannato. Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso la misura alternativa valutando positivamente il percorso di reinserimento dell'uomo, caratterizzato da un lavoro stabile, dal superamento della tossicodipendenza e dall'assenza di nuove violazioni dal 2019. Nonostante la dubbia resipiscenza iniziale e il mancato risarcimento alla moglie (che rifiutava contatti), il giudice ha imposto prescrizioni specifiche, come la frequentazione di un centro antiviolenza e il versamento di una somma a un'associazione. La Cassazione ha confermato che il mancato risarcimento non può, da solo, bloccare la misura alternativa se vi sono altri elementi positivi di risocializzazione.
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