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Affidamento In Prova Al Servizio Sociale

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1716 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale: il cumulo blocca la misura
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale avanzata da un condannato, poiché la sua pena residua superava il limite di quattro anni. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il cumulo delle pene, essendo sopravvenuto rispetto alla sua domanda, dovesse essere sciolto per consentire la valutazione della misura alternativa sulla singola pena originaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per il principio di unitarietà dell'esecuzione della pena, il cumulo non può essere sciolto. Di conseguenza, la pena complessiva da espiare rimane superiore al limite massimo consentito dalla legge per accedere al beneficio, determinando il rigetto definitivo della richiesta del Condannato.
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Affidamento in prova al servizio sociale: blocco di 3 anni
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale avanzata da un condannato, poiché non erano ancora trascorsi tre anni dalla revoca di una precedente misura alternativa. La revoca era avvenuta a causa di gravi liti familiari e minacce di morte. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici avrebbero dovuto valutare concretamente la sua attuale pericolosità sociale anziché applicare un automatismo preclusivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il divieto triennale di concessione di nuove misure alternative dopo una revoca opera in modo automatico e tassativo, senza lasciare spazio alla discrezionalità del magistrato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: sì anche senza lavoro
Il Tribunale di sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un uomo di settantacinque anni, ritenendo che la mancanza di un'attività lavorativa stabile avrebbe comportato una libertà incontrollata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'assenza di lavoro non impedisce l'applicazione della misura alternativa. Il giudice deve valutare globalmente la personalità del soggetto, il tempo trascorso dal reato e l'assenza di pericolosità sociale, potendo imporre prescrizioni specifiche per garantire la funzione rieducativa della pena.
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Affidamento in prova al servizio sociale: conta il presente
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un condannato a cui il Tribunale di Sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale. Il tribunale si era basato esclusivamente sulla gravità dei reati passati (usura ed estorsione risalenti al 2014 e una rapina del 2001), svalutando il percorso di risocializzazione e l'attività lavorativa del soggetto. La Suprema Corte ha chiarito che, ai fini della concessione della misura alternativa, il giudice non può limitarsi alla gravità dei reati passati, ma deve valutare globalmente il comportamento successivo del condannato e i sintomi di una positiva evoluzione della sua personalità. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di rigetto, disponendo un nuovo giudizio.
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Affidamento in prova terapeutico negato per condotta violenta
Il Condannato ha richiesto l'affidamento in prova terapeutico per curare la propria tossicodipendenza. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa del fallimento di precedenti esperienze esterne, contrassegnate da comportamenti aggressivi verso altri detenuti, ritenendo necessaria una prosecuzione dell'osservazione in carcere per prevenire la recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti già logicamente esaminati dai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per falso lavoro
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza sull'applicazione dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale aveva respinto la richiesta a causa dell'alto rischio di recidiva, desunto da una precedente denuncia per evasione, dalla condotta carceraria irregolare e dall'inesistenza del posto di lavoro proposto, accertata dalla polizia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati erano del tutto generici e astratti, non contestando in modo specifico le dettagliate motivazioni dei giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca dei benefici penitenziari: il blocco triennale è immediato
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento in prova presentata da un detenuto, a causa della precedente revoca della semilibertà disposta pochi giorni prima. Il difensore ha impugnato la decisione, sostenendo che la revoca non fosse ancora definitiva poiché pendeva un ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la preclusione triennale per la concessione di nuove misure alternative decorre immediatamente dalla data del provvedimento di revoca, senza dover attendere il suo passaggio in giudicato. Di conseguenza, la revoca dei benefici penitenziari produce subito i suoi effetti preclusivi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’affidamento in prova: l’archiviazione riapre il caso
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava inammissibile la richiesta del Detenuto di accedere nuovamente all'affidamento in prova al servizio sociale, a causa della precedente revoca della misura. Il Detenuto ricorreva in Cassazione evidenziando che il procedimento penale che aveva causato la revoca dell'affidamento in prova era stato archiviato. La Suprema Corte ha confermato la preclusione triennale per una nuova misura, ma ha annullato la decisione nella parte in cui il Tribunale non ha valutato la richiesta di annullare la vecchia revoca alla luce dell'archiviazione dei fatti, disponendo un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: revoca per aggressione
Il Tribunale di sorveglianza ha revocato l'affidamento in prova al servizio sociale concesso a un condannato, a seguito di una querela per lesioni personali sporta dal figlio della sua convivente. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che l'aggredito non facesse parte del nucleo familiare originario e proponendo un cambio di domicilio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aggressione fisica, unita all'assenza di pentimento, dimostra l'incompatibilità del soggetto con il percorso rieducativo. Di conseguenza, la revoca della misura alternativa è legittima e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sospensione della pena pecuniaria: decide il giudice civile
Un condannato, in attesa della decisione sull'affidamento in prova, ha ricevuto una cartella esattoriale per il pagamento di una multa di 18.000 euro. Ha quindi richiesto al Tribunale di Sorveglianza la sospensione della cartella. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, sebbene il Tribunale di Sorveglianza sia competente per la sospensione della pena pecuniaria durante l'affidamento in prova, la contestazione specifica di una cartella di pagamento appartiene alla giurisdizione del giudice civile tramite opposizione all'esecuzione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio il provvedimento, chiarendo che il Tribunale avrebbe dovuto dichiarare la propria incompetenza a favore del giudice civile anziché dichiarare l'inammissibilità.
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Affidamento in prova: un solo errore non cancella il recupero
Il Tribunale di sorveglianza aveva valutato negativamente l'esito dell'affidamento in prova di un condannato a causa della pendenza di un procedimento per tentata truffa, commessa pochi mesi dopo l'inizio della misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per stabilire l'esito finale dell'affidamento in prova, il giudice non può limitarsi a considerare un singolo episodio di rilevanza penale. È invece necessaria una valutazione globale e complessiva dell'intero percorso rieducativo svolto dal soggetto durante tutto il periodo di prova, inclusi i comportamenti positivi tenuti negli anni successivi al fatto contestato.
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Revoca dell’affidamento in prova: illegittima dopo la scadenza
Il Tribunale di sorveglianza aveva disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un condannato, basandosi sull'irreperibilità di quest'ultimo attestata da un verbale di vane ricerche. Tuttavia, tale accertamento era avvenuto dopo che il condannato aveva già interamente espiato la pena di quattro mesi. Inoltre, la Questura aveva confermato la regolare notifica del provvedimento originario. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, evidenziando che la revoca dell'affidamento in prova non può fondarsi su un presupposto di fatto errato né su accertamenti tardivi compiuti dopo la scadenza della misura. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame, richiedendo una valutazione globale sull'andamento della misura.
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Revoca dell’affidamento in prova: quando si perdono i benefici
Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova per un condannato che ha ripetutamente violato le prescrizioni della misura alternativa, culminando in una segnalazione per reati di droga. Il condannato ha impugnato la decisione, sostenendo che l'avvenuta espiazione formale della pena e la concessione della liberazione anticipata impedissero la revoca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la revoca dell'affidamento in prova è legittima se il percorso rieducativo fallisce. Inoltre, la revoca della misura alternativa comporta la revoca retroattiva della liberazione anticipata concessa per lo stesso periodo, poiché mutano i presupposti di fatto che ne avevano giustificato la concessione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Misure alternative alla detenzione: no al diniego per il quartiere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una donna a cui il Tribunale di sorveglianza aveva negato le misure alternative alla detenzione (affidamento in prova e detenzione domiciliare). Il diniego si basava sulla mancata ammissione di colpevolezza per un reato di droga di cinque anni prima e sull'asserita inidoneità del domicilio, situato in un quartiere degradato e occupato come ospite. La Suprema Corte ha chiarito che la concessione delle misure alternative alla detenzione non può essere esclusa solo perché il condannato non si dichiara colpevole o vive in un quartiere difficile. Il giudice deve invece valutare la condotta successiva al reato, l'assenza di nuove denunce e il percorso di reinserimento sociale. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale: il lavoro non basta
Il Tribunale di sorveglianza nega l'affidamento in prova al servizio sociale a un soggetto con problemi di tossicodipendenza e alcolismo, evidenziando la mancanza di un concreto progetto di reinserimento, di una casa stabile e di un supporto familiare. Il condannato ricorre in Cassazione, sostenendo di aver presentato due contratti di lavoro. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la semplice disponibilità di un'offerta di lavoro dell'ultimo minuto non basta a superare la complessiva assenza di un percorso riabilitativo e la gravità delle dipendenze del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Legittimo impedimento a comparire: il malato di Covid vince
Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta di affidamento in prova avanzata da un cittadino libero. Durante l'udienza, il difensore aveva depositato un certificato medico attestante la positività al Covid-19 del condannato, configurando un legittimo impedimento a comparire. Il Tribunale aveva comunque deciso il caso senza rinviare l'udienza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che per il soggetto in stato di libertà il deposito del certificato equivale a una richiesta implicita di essere sentito. Di conseguenza, i giudici avrebbero dovuto valutare l'impedimento e rinviare l'udienza. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, ordinando un nuovo giudizio.
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Misure alternative alla detenzione: no ai benefici se menti sul domicilio
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza alle sue richieste di affidamento in prova e detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del diniego delle misure alternative alla detenzione. Il giudice di merito ha basato la decisione su elementi concreti, quali la scarsa lealtà processuale del richiedente, le frequentazioni con soggetti pregiudicati e l'indicazione di un domicilio falso. La Cassazione ha ribadito che la concessione di tali benefici rientra nella valutazione discrezionale del magistrato di sorveglianza, il quale deve compiere un giudizio prognostico sulla pericolosità sociale del condannato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sospensione della pena pecuniaria: no con misure alternative
Il Tribunale di Monza, in veste di giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di sospensione di una cartella esattoriale per il pagamento di una pena pecuniaria presentata da un condannato, nonostante fosse pendente la sua richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali. Il giudice ha chiarito che le misure alternative non incidono sulla sanzione pecuniaria, per la quale è ammessa solo la rateizzazione. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile poiché privo di motivi specifici di critica al provvedimento impugnato. Di conseguenza, la richiesta di sospensione della pena pecuniaria è stata definitivamente respinta e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Droga in carcere: confermata la revoca dell’affidamento in prova
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale con effetto retroattivo per una donna che ha introdotto quindici grammi di hashish in carcere per consegnarli al marito detenuto. La condannata contestava la retroattività della misura, evidenziando il positivo decorso di diciassette mesi di prova. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che l'introduzione di droga in un istituto penitenziario e i contatti con gli spacciatori dimostrino una spiccata inclinazione a delinquere. Tale condotta rende evidente l'inutilità della misura fin dal suo inizio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: i limiti del ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale a causa della mancanza di permessi premio, di una scarsa revisione critica del proprio passato e della debolezza del programma di reinserimento proposto. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che i giudici non avessero valorizzato la sua buona condotta e il sostegno della famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in Cassazione se la decisione precedente è logicamente motivata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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