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Affidamento In Prova Al Servizio Sociale

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1716 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Affidamento in prova: no al ricorso per l’orario di rientro
Il Condannato, sottoposto alla misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale, ha richiesto al Magistrato di Sorveglianza di posticipare l'orario di rientro a casa per il venerdì e il sabato. Di fronte al rifiuto del magistrato, l'uomo ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le decisioni sulle semplici modalità di esecuzione della misura, come la variazione dell'orario di rientro, non modificano in modo sostanziale la libertà personale del soggetto. Pertanto, tali provvedimenti non sono impugnabili tramite ricorso per cassazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al diniego automatico
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso sulla base di un vecchio diniego e senza considerare il corretto svolgimento di un anno di detenzione domiciliare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che il giudizio sulla pericolosità sociale non può basarsi su formule generiche o sulla sola gravità del reato commesso. I giudici devono valutare in modo concreto e analitico i progressi compiuti e gli elementi positivi di risocializzazione. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di diniego e ha disposto un nuovo esame del caso da parte del Tribunale di Sorveglianza.
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Affidamento in prova al servizio sociale: la revoca retroattiva
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato contro la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale disposta con effetto retroattivo (ex tunc). Il Tribunale di sorveglianza aveva accertato che l'uomo, già condannato per reati contro il patrimonio, era stato identificato come autore di un nuovo tentato furto e sorpreso in compagnia di un pregiudicato. La Suprema Corte ha chiarito che la commissione di un nuovo reato, anche prima di una condanna definitiva, consente al giudice di revocare la misura alternativa se dimostra l'incompatibilità con il percorso di risocializzazione. Inoltre, la gravità della condotta giustifica la revoca retroattiva fin dall'inizio della prova, comportando l'obbligo di espiare la pena originaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop a scambi di persona
Il Tribunale di Sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso a causa di gravi precedenti penali. Il condannato ricorreva in Cassazione, sostenendo di essere incensurato e vittima di un errore di omonimia. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che non spetta al cittadino l'onere di dimostrare l'assenza di precedenti penali, ma è compito del giudice svolgere i dovuti accertamenti d'ufficio. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame per verificare la reale identità penale del ricorrente.
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Affidamento in prova al servizio sociale: pena da ricalcolare
Il Tribunale di Sorveglianza revocava l'affidamento in prova al servizio sociale di un condannato a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni, tra cui l'allontanamento dal comune e l'incontro con un pregiudicato. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione contestando sia la revoca sia la mancata determinazione della decorrenza degli effetti della stessa sulla pena residua. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso sulla revoca, ma lo ha accolto sul secondo punto. I giudici hanno stabilito che il Tribunale deve valutare discrezionalmente e motivare in modo specifico la decorrenza della revoca, considerando la condotta complessiva del condannato durante la prova. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio limitatamente a questo aspetto.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto automatico
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione, basandosi esclusivamente sulla gravità dei suoi precedenti penali e su informazioni di polizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la gravità del reato e i precedenti non possono, da soli, giustificare il rigetto delle misure alternative alla detenzione. I giudici devono valutare anche la condotta attuale, il percorso rieducativo avviato e i risultati dell'osservazione scientifica della personalità. Poiché il tribunale di merito ha omesso di esaminare questi elementi positivi e le richieste subordinate di semilibertà e detenzione domiciliare, la Cassazione ha annullato l'ordinanza, disponendo un nuovo esame del caso.
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Misure alternative alla detenzione: no se il condannato sparisce
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare perché l'uomo era irreperibile al suo domicilio e non si era presentato all'udienza. Il condannato ha proposto ricorso, sostenendo che i giudici avessero dichiarato la sua irreperibilità senza svolgere indagini approfondite, specialmente sul luogo di lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che la concessione di misure alternative alla detenzione richiede necessariamente la reperibilità del soggetto. Chi richiede questi benefici ha l'obbligo di collaborare attivamente con i servizi sociali. Rendendosi irreperibile, il condannato dimostra una totale mancanza di volontà collaborativa, rendendo impossibile qualsiasi percorso di rieducazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il rigetto delle misure e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop alla revoca retroattiva
Il Tribunale di sorveglianza aveva revocato con effetti retroattivi l'affidamento in prova al servizio sociale concesso a un condannato, a causa di un precedente reato di bancarotta emerso successivamente. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la revoca non può far decorrere in modo automatico i suoi effetti dall'inizio della misura. Il giudice deve valutare caso per caso la condotta del soggetto e le prescrizioni rispettate per determinare la pena residua.
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Affidamento in prova: il lavoro non cancella i precedenti
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare per una pena di tre anni e dieci mesi. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di avere un lavoro stabile e di svolgere attività di volontariato, e che il diniego si basasse solo sulla presunta mancanza di occupazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il rifiuto della misura alternativa non si fondava solo sulla situazione lavorativa, ma soprattutto sui numerosi precedenti penali, sui carichi pendenti e sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziata dai rapporti delle forze dell'ordine. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per Cassazione personale: il fai da te costa tremila euro
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova presentata da un condannato. Quest'ultimo ha proposto autonomamente un ricorso per cassazione, firmandolo di proprio pugno senza l'assistenza di un legale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, il ricorso per Cassazione personale non è più consentito dall'ordinamento giuridico. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Benefici penitenziari: no all’accertamento se manca la misura
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta di un condannato volta ad accertare l'impossibilità di collaborare con la giustizia, finalizzata a ottenere l'affidamento in prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che l'accertamento della collaborazione impossibile non può essere richiesto in modo autonomo per ottenere i benefici penitenziari. Tale valutazione spetta esclusivamente al magistrato di sorveglianza nell'ambito del procedimento principale per la concessione della misura alternativa. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop ai salti di tappa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego delle misure alternative. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto l'affidamento terapeutico per mancanza di idonea documentazione medica e l'affidamento in prova al servizio sociale in base al principio di gradualità. La Suprema Corte ha confermato che, nonostante la presenza di condotte positive, i giudici possono legittimamente richiedere un ulteriore periodo di osservazione in carcere e la concessione di permessi premio prima di concedere la totale libertà vigilata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione negate a chi rifiuta i test
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva l'accesso alle misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già negato i benefici a causa di gravi elementi negativi: la revoca di una precedente pena sostitutiva nel 2024 per mancata frequentazione del Ser.d., nuove denunce, una grave dipendenza da alcol non diagnosticata per il rifiuto di sottoporsi agli esami del sangue e la mancata presa in carico terapeutica. La Suprema Corte ha confermato che il ricorso si limitava a richiedere una inammissibile rivalutazione dei fatti, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: il lavoro non basta
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale per scontare una pena residua per incendio aggravato, concedendogli invece la detenzione domiciliare. La decisione si fondava sui precedenti penali del soggetto, sulla disoccupazione e sulla mancata reale rielaborazione del reato. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di lavorare come autista e di aver ammesso le proprie responsabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il semplice svolgimento di un'attività lavorativa e l'ammissione formale dell'addebito non bastano a dimostrare un effettivo percorso di rieducazione. Per l'affidamento in prova al servizio sociale è necessaria una valutazione globale e positiva sulla personalità del condannato e sulla prevenzione del rischio di recidiva.
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Misure alternative alla detenzione: no se il lavoro è a rischio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva la concessione di misure alternative alla detenzione, in particolare l'affidamento in prova e la semilibertà. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato i benefici evidenziando che il detenuto proponeva di lavorare nella stessa attività (trasporto di pane) utilizzata in precedenza per occultare e trasportare un ingente carico di cocaina per conto della criminalità organizzata. Inoltre, i datori di lavoro proposti (padre e fratello) avevano gravi precedenti penali. La Cassazione ha confermato che tale contesto lavorativo e familiare non garantisce un sicuro percorso di risocializzazione, richiedendo invece una graduale sperimentazione tramite permessi premio prima di concedere la semilibertà. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e revoca dell’affidamento in prova: la Cassazione decide
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo per un condannato trovato in possesso di oltre mezzo chilo di cocaina e strumenti di confezionamento. Il giudice ha ritenuto che il soggetto avesse simulato l'adesione al percorso riabilitativo, sfruttando la libertà concessa per continuare l'attività di spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la legittimità della revoca retroattiva e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’affidamento in prova: l’abuso costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento in prova per un condannato che ha violato gravemente le prescrizioni della misura alternativa. L'uomo occupava abusivamente un appartamento, mentendo all'ufficio di sorveglianza sulla provenienza dell'immobile, e rubava energia elettrica manomettendo il contatore. Inoltre, ha rifiutato le proposte di inserimento lavorativo dell'UEPE. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, che contestava la decorrenza retroattiva della revoca e chiedeva la detenzione domiciliare. Di conseguenza, la revoca dell'affidamento in prova è definitiva: l'uomo dovrà scontare la pena in carcere e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende, oltre alle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop per precedenti recenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta di misura alternativa a causa della gravità della pena residua (quattro anni e cinque mesi) e della presenza di recenti precedenti giudiziari risalenti al 2019, ritenendo prematuro il reinserimento sociale senza un graduale percorso basato su permessi-premio. La Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: la firma o la cella
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato non detenuto contro il rigetto della sua richiesta di affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto l'istanza perché priva della dichiarazione o elezione di domicilio firmata personalmente dall'interessato, il quale risultava inoltre irreperibile. Il difensore aveva indicato il proprio studio come domicilio nell'istanza, ma i giudici hanno chiarito che tale indicazione non sostituisce la firma del condannato. La Suprema Corte ha confermato che la dichiarazione personale di domicilio è un requisito obbligatorio a pena di inammissibilità, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare per una pena di due anni legata a reati tributari. La decisione si fonda sul fallimento di una precedente misura alternativa, che dimostra la mancanza di affidabilità del soggetto. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un'errata valutazione del suo percorso di recupero e del suo passato criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il giudice di merito ha motivato in modo logico e coerente il diniego. La Cassazione non può riesaminare i fatti già valutati. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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