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Acconto

46 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Somma di denaro versata come anticipo sul prezzo totale dovuto, che viene detratta dal saldo finale. A differenza della caparra, in caso di mancata conclusione del contratto per motivi non imputabili a chi l'ha versato, deve essere restituita.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Acconto professionale e recesso: il compenso nel fallimento del cliente
Un professionista legale stipulava un contratto d'opera con un'azienda, prevedendo un acconto e rate mensili. Esercitava il recesso dall'incarico e, dopo il fallimento dell'azienda, chiedeva l'ammissione al passivo per l'acconto non versato e i compensi maturati, chiedendo il privilegio. I giudici di merito ammettevano solo una parte del compenso, qualificando l'acconto come anticipo e non come penale. La Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. Ha confermato che l'acconto era un anticipo sul compenso professionale e recesso non poteva trasformarlo in una penale a carico del receduto. Inoltre, il credito IVA non poteva essere ammesso in privilegio senza l'indicazione di beni specifici su cui esercitarlo.
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Recesso da Preliminare: la Restituzione Acconto Preliminare è dovuta?
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso relativo alla restituzione acconto preliminare in seguito al recesso da un contratto di permuta immobiliare. Un Promittente Venditore aveva ricevuto una caparra e un acconto di 60.000 euro. Dopo aver legittimamente esercitato il recesso, il giudice di primo grado gli aveva permesso di trattenere la caparra, ma non si era pronunciato sull'acconto. La Corte d'Appello ha poi ordinato la restituzione dell'acconto. Il Promittente Venditore ha contestato questa decisione, sostenendo che si trattava di una domanda nuova o di ultrapetizione. La Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che la domanda di restituzione dell'acconto, sebbene non esplicitamente formulata in ogni sua sfumatura, era implicita fin dall'inizio del giudizio in caso di scioglimento del contratto, rendendo l'acconto privo di causa.
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Appropriazione Indebita: Acconto o Denaro Vincolato? La Cassazione Decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'assoluzione di due soggetti accusati di appropriazione indebita. I due erano stati accusati di aver trattenuto una somma di denaro ricevuta come intermediari per la vendita di infissi. I giudici di merito avevano stabilito che la somma era un acconto, entrato nella disponibilità del venditore, e non denaro con una destinazione specifica da parte degli intermediari. La Cassazione ha ribadito che il ricorso dell'accusa contro una doppia conforme di assoluzione può riguardare solo violazioni di legge, non vizi di motivazione, confermando l'assoluzione.
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Esigibilità del credito negli appalti: acconto o saldo
Un'impresa appaltatrice ottiene un decreto ingiuntivo contro un ente pubblico per il pagamento di una fattura relativa al quarto stato di avanzamento lavori. L'ente pubblico si oppone al pagamento sostenendo la non esigibilità del credito negli appalti senza il collaudo finale dell'opera. Inoltre, l'ente richiede i danni per un'alluvione che ha colpito la strada interessata dai lavori. La Corte di Cassazione respinge le pretese dell'ente pubblico. Il giudice stabilisce che i pagamenti in acconto sono sempre dovuti entro trenta giorni dall'emissione del certificato, rendendo immediata la esigibilità del credito negli appalti. Il collaudo finale riguarda solo il saldo definitivo. Inoltre, la richiesta risarcitoria dell'ente viene respinta poiché la strada appartiene alla Provincia.
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Caparra o acconto: la tutela del cliente per nozze annullate
Un cliente versa 3.000 euro come anticipo per l'organizzazione di un ricevimento nuziale. A causa dell'annullamento delle nozze per la fine della relazione sentimentale, il cliente richiede la restituzione della somma. L'azienda si oppone, qualificando l'importo come caparra e trattenendolo. La Corte di Cassazione stabilisce che, di fronte al dubbio tra caparra o acconto, le clausole ambigue predisposte dal professionista devono essere interpretate nel modo più favorevole al consumatore, come stabilito dal Codice del Consumo. I giudici hanno chiarito che il trattenimento della somma contrasta con i principi di buona fede e correttezza, specialmente quando la causale del pagamento indicava espressamente un acconto. La sentenza di secondo grado è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Fatturazione acconti compravendita: Cassazione condanna i ritardi
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una Società Costruttrice la mancata fatturazione immediata degli acconti ricevuti dai clienti per l'acquisto di futuri immobili, registrati solo al momento del rogito notarile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la fatturazione acconti compravendita deve avvenire obbligatoriamente al momento dell'effettivo incasso delle somme e non può essere rimandata alla stipula dell'atto pubblico. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'ufficio fiscale è pienamente legittimato a recuperare l'IRAP basandosi sui verbali della Guardia di Finanza, anche se questi ultimi non contenevano una specifica contestazione per tale imposta. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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Fatturazione degli acconti: il Fisco vince contro i rinvii al rogito
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società edile, contestando la mancata fatturazione degli acconti ricevuti dai clienti prima della stipula dei rogiti notarili e un recupero a fini IRAP. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che, in tema di IVA sulle compravendite immobiliari, il pagamento di un acconto anticipato rispetto al trasferimento di proprietà determina l'immediata esigibilità dell'imposta e l'obbligo di fatturazione alla data dell'incasso. Inoltre, la Cassazione ha stabilito che l'Amministrazione Finanziaria ha il potere di accertare l'IRAP partendo dai verbali della Guardia di Finanza, anche se questi ultimi non erano espressamente autorizzati per tale imposta. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Motivazione apparente: il Fisco vince contro la sentenza vuota
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro una società immobiliare e una sua socia, sostenendo che le somme versate dai clienti fossero acconti soggetti a IVA e non caparre esenti. La Commissione Tributaria Regionale ha rigettato l'appello del Fisco con una motivazione estremamente sintetica e ripetitiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, rilevando il vizio di motivazione apparente. I giudici d'appello hanno confermato la decisione di primo grado senza spiegare il percorso logico seguito né esaminare le obiezioni dell'ufficio tributario. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Calabria per un nuovo giudizio.
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Caparra confirmatoria o acconto: la Cassazione frena i rimborsi
Una società venditrice e una acquirente firmano un contratto preliminare per tre immobili a un prezzo di 540.000 euro, con un versamento anticipato di 500.000 euro qualificato come caparra. Dopo la vendita di due immobili, l'acquirente si rifiuta di acquistare il terzo per presunti difetti, chiedendo il recesso e il doppio della caparra. I giudici di merito condannano la venditrice a pagare il doppio della somma riferita al terzo immobile. La Cassazione accoglie il ricorso della venditrice: un anticipo pari al 92,5% del prezzo totale non può essere automaticamente qualificato come caparra confirmatoria solo per il nome usato nel contratto. Il giudice deve indagare la reale volontà delle parti, poiché una sproporzione così evidente indica che la somma era in realtà un acconto, evitando così un ingiusto arricchimento. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Caparra confirmatoria o acconto: la Cassazione decide il confine
Un acquirente e una società venditrice stipulano un preliminare di vendita immobiliare. L'acquirente versa due somme da cinquemila euro ciascuna. Successivamente, la società venditrice esercita il recesso avvalendosi della clausola risolutiva espressa e trattiene l'intero importo. L'acquirente agisce in giudizio per la restituzione delle somme. La Corte d'Appello stabilisce che solo il primo versamento costituisce una caparra confirmatoria, mentre il secondo è un acconto, ordinando la restituzione di cinquemila euro. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'acquirente, confermando che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e che la caparra confirmatoria è stata correttamente individuata analizzando la comune intenzione delle parti e la struttura dell'accordo.
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Caparra confirmatoria o acconto: il Fisco vince in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società in fallimento la qualificazione di un versamento finanziario, ritenendolo un acconto soggetto a IVA anziché una caparra confirmatoria esclusa da imposta. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società basandosi sugli usi locali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per distinguere tra caparra confirmatoria o acconto il giudice non può basarsi su semplici consuetudini locali o sulla denominazione formale. È invece necessario indagare la reale intenzione delle parti contraenti attraverso l'esame dell'intero accordo contrattuale. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Principio di irretroattività: no a sconti IVA su vecchi acconti
Un promittente venditore ha contestato il calcolo del saldo dovuto per il trasferimento di due immobili, stabilito con sentenza ex art. 2932 c.c. La Corte d'Appello aveva detratto dal saldo l'IVA versata sugli acconti tra il 2001 e il 2002, applicando un'esenzione introdotta solo nel 2006. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del venditore, stabilendo che il regime fiscale degli acconti si determina al momento del pagamento. Applicare l'esenzione successiva viola il principio di irretroattività della legge (Art. 11 preleggi). La sentenza è stata cassata con rinvio.
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IVA agevolata prima casa: sanzioni senza preliminare scritto
L'Agenzia delle Entrate ha sanzionato una società immobiliare per aver applicato l'IVA agevolata prima casa al 4% sugli acconti versati dai clienti per l'acquisto di case in costruzione, senza disporre di contratti preliminari scritti contenenti le dichiarazioni dei requisiti da parte degli acquirenti. La società sosteneva che la stipula del contratto definitivo avesse sanato la mancanza dei preliminari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che l'agevolazione non può essere applicata direttamente sugli acconti in assenza di prova scritta dei requisiti al momento del pagamento. In mancanza di tale prova, il venditore deve applicare l'aliquota ordinaria e solo successivamente, al rogito definitivo, effettuare la variazione d'imposta. La violazione ha natura sostanziale e arreca un danno all'erario per il ritardo nel versamento delle imposte dovute.
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Rivalsa IVA senza fattura: il committente vince contro l’impresa
Un committente ha affidato a un'impresa edile la ristrutturazione di un immobile. Sorge una controversia sui pagamenti e sui difetti delle opere. L'appaltatore riceve acconti per 21.000 euro senza emettere fattura. La Corte d'Appello calcola l'imposta sull'intero importo dei lavori, sottraendo poi l'acconto. La Cassazione accoglie il ricorso del committente, stabilendo che la rivalsa IVA senza fattura non è ammessa. Per gli acconti non fatturati al momento del pagamento, l'imposta non può essere pretesa dal cliente. Inoltre, la Suprema Corte rileva una motivazione apparente nella riduzione dei danni operata in appello, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Caparra confirmatoria o acconto? La Cassazione frena il Fisco
Un'azienda immobiliare riceve somme da una ditta promissaria acquirente durante un contratto preliminare. Le parti qualificano espressamente tali somme come caparra confirmatoria e penale. L'Agenzia delle Entrate riqualifica gli importi come acconti sul prezzo, sanzionando l'azienda per omessa fatturazione IVA. La CTR accoglie il ricorso della società, ritenendo valida la qualificazione contrattuale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del Fisco, confermando che l'interpretazione del contratto spetta esclusivamente al giudice di merito. Se il testo contrattuale qualifica chiaramente le somme come caparra confirmatoria e garanzia, esse non sono soggette a IVA fino alla stipula del contratto definitivo. Vince l'azienda immobiliare, che non dovrà pagare le sanzioni.
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Caparra confirmatoria o acconto? Il Fisco perde in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha sanzionato una società immobiliare per omessa fatturazione IVA, ritenendo che i pagamenti ricevuti durante un contratto preliminare fossero acconti sul prezzo. La società ha invece sostenuto che tali somme costituissero una caparra confirmatoria, come espressamente pattuito nel contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando la decisione dei giudici d'appello. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al giudice di merito interpretare la reale volontà delle parti e qualificare la natura delle somme versate. Di conseguenza, se le somme sono qualificate come caparra confirmatoria con funzione di garanzia e non di anticipo, esse non sono soggette a fatturazione immediata ai fini IVA.
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Acconto senza fattura? L’obbligo di autofatturazione non perdona
Una società immobiliare paga un cospicuo acconto per l'acquisto di un terreno, ma il venditore non emette la relativa fattura. L'Agenzia delle Entrate sanziona l'acquirente con una multa pari al 100% dell'IVA evasa, contestando la mancata regolarizzazione dell'operazione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco, stabilendo che sull'acquirente grava un preciso obbligo di autofatturazione se il venditore è inadempiente. Non si tratta di un semplice ritardo nel pagamento dell'imposta, ma di una violazione specifica che giustifica la sanzione piena. La sentenza chiarisce che la responsabilità di regolarizzare l'operazione ricade anche sul compratore.
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Decadenza Rimborso ICI Acconto: Pagamento errato blocca il diritto
Una banca chiede il rimborso dell'ICI pagata in eccesso per un immobile storico. Il Comune nega la restituzione della quota versata in acconto, sostenendo che la richiesta sia stata presentata oltre il termine di cinque anni. La Corte di Cassazione dà ragione al Comune, stabilendo un principio chiave sulla decadenza rimborso ICI acconto. Il termine per chiedere il rimborso di un acconto non dovuto decorre dalla data del versamento dell'acconto stesso, e non dal successivo pagamento del saldo. Poiché il diritto all'agevolazione fiscale esisteva già al momento del primo pagamento, la richiesta tardiva ha causato la perdita del diritto al rimborso.
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Decorrenza Rimborso Fiscale: l’Acconto non basta, decide il Saldo
Una banca chiedeva il rimborso di un'imposta (IRAP) versata in eccesso. L'Agenzia delle Entrate riteneva la richiesta tardiva, sostenendo che il termine dovesse partire dal pagamento dell'acconto. La Cassazione ha dato ragione al contribuente, stabilendo un principio fondamentale sulla decorrenza termine rimborso fiscale. Il momento da cui parte la scadenza per chiedere il rimborso non è il versamento dell'acconto, che è provvisorio, ma il pagamento del saldo. Solo al momento del saldo, infatti, il contribuente ha la piena e certa consapevolezza di aver pagato più del dovuto. Di conseguenza, la richiesta della banca è stata considerata tempestiva e l'Agenzia delle Entrate ha perso la causa.
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Corrispettivo per diritto di opzione: quando l’IVA non è dovuta
La Corte di Cassazione ha chiarito la differenza fiscale tra acconto e corrispettivo per diritto di opzione. Una società edile aveva ricevuto una somma da un cliente per un'opzione di acquisto su un immobile. L'Agenzia delle Entrate l'aveva qualificata come acconto, pretendendo il pagamento dell'IVA. La Corte ha dato ragione alla società, stabilendo che il pagamento per un'opzione non esercitata non costituisce un'operazione imponibile ai fini IVA, perché non avviene alcuna cessione del bene. Il corrispettivo per diritto di opzione, quindi, non va confuso con un anticipo sul prezzo e resta escluso dal campo di applicazione dell'imposta se la vendita non si perfeziona.
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