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Legge 92/2012 — Anno 2023

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104 provvedimenti

Altri anni per Legge 92/2012

Contratti finti e evasione contributiva: condannata l’azienda
Una cooperativa di trasporti assumeva alcuni soci-lavoratori come dipendenti e altri con contratti a progetto, pur svolgendo tutti le medesime mansioni. A seguito di un controllo, l'Ente Previdenziale ha riqualificato i contratti a progetto in lavoro subordinato, richiedendo il pagamento delle differenze contributive. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: mascherare un rapporto di lavoro subordinato con un contratto a progetto illegittimo non è una semplice omissione, ma una vera e propria evasione contributiva. Questa qualifica deriva dalla volontà dell'azienda di occultare la reale natura del rapporto per pagare meno contributi. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata a versare i contributi dovuti con le sanzioni più gravi previste per l'evasione.
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Errore col vecchio datore, licenziato dal nuovo: la Cassazione annulla
Un lavoratore viene licenziato dalla sua nuova azienda per irregolarità commesse quando era dipendente di un'altra società, prima che il suo contratto venisse trasferito. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione dei giudici precedenti, stabilendo un principio chiave sul licenziamento per fatto del precedente datore di lavoro. Il nuovo datore non può esercitare il potere disciplinare per una condotta posta in essere nei confronti di un soggetto giuridico diverso e in un rapporto di lavoro precedente. La questione è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione alla luce di questo principio.
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Prescrizione Crediti di Lavoro: Paura del Licenziamento Non Basta
Una lavoratrice ha citato in giudizio la sua ex azienda alberghiera per ottenere il pagamento di differenze retributive, ferie non godute e TFR. L'azienda si è difesa sostenendo che i diritti erano scaduti. La lavoratrice ha replicato che la paura del licenziamento ('metus') aveva sospeso i termini. La Corte di Cassazione ha dato torto alla dipendente, stabilendo che la semplice affermazione di un timore non è sufficiente a fermare la prescrizione crediti di lavoro. È necessario fornire prove concrete di una situazione di soggezione psicologica che impedisca di agire per tutelare i propri diritti. La lavoratrice, non avendo fornito tali prove, ha perso la causa.
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Estromissione dal giudizio: l’errore che può costare la causa
Due lavoratori citano in giudizio due aziende per licenziamento illegittimo. Durante la fase iniziale, il giudice decide per l'estromissione dal giudizio di una delle due società. I lavoratori non impugnano questa specifica decisione. La Corte di Cassazione ha stabilito che la mancata impugnazione ha reso definitiva l'esclusione di quell'azienda dal processo. Anche se in fasi successive si è tentato di reintegrarla, la decisione iniziale era ormai passata in giudicato (diventata intoccabile). Questo principio conferma che anche le ordinanze che sembrano solo procedurali, se decidono su un punto specifico come l'esclusione di una parte, devono essere contestate subito per non perdere il diritto di farlo.
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Licenziamento Orale Non Provato: Lavoratore Perde Contro l’Azienda
Un lavoratore ha citato in giudizio tre società collegate, sostenendo di essere un loro dipendente e di aver subito un licenziamento orale. Chiedeva il riconoscimento del rapporto di lavoro, la nullità del recesso e la reintegrazione. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la decisione dei giudici precedenti. Il motivo è la mancata prova del licenziamento orale. Applicando il principio della 'ragione più liquida', la Corte ha stabilito che, senza la prova dell'atto espulsivo, diventa inutile esaminare le altre questioni, come la natura del rapporto di lavoro. L'onere di dimostrare il licenziamento verbale spettava interamente al lavoratore, che non è riuscito a fornirla.
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Licenziamento sproporzionato: aiuta collega, perde il reintegro
Un lavoratore viene licenziato per aver aiutato un collega non autorizzato a entrare in azienda e per aver usato un'auto di servizio senza motivo. I giudici ritengono il licenziamento illegittimo ma concedono solo un risarcimento economico. La Cassazione conferma questa decisione, stabilendo un principio importante sul licenziamento disciplinare sproporzionato: se la condotta del lavoratore, pur grave, non è specificamente punita con una sanzione più lieve dal contratto collettivo, non si ha diritto al reintegro nel posto di lavoro, ma solo alla tutela economica. L'appello del lavoratore viene quindi respinto.
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Lavoro Meno Stabile, Prescrizione Crediti Sospesa: Chi Vince?
La Corte di Cassazione affronta il tema della prescrizione crediti di lavoro per i rapporti sorti dopo la Riforma Fornero. Alcuni lavoratori avevano chiesto il pagamento di differenze retributive legate all'anzianità di servizio. L'Azienda sosteneva che il loro diritto fosse prescritto, essendo trascorsi più di cinque anni. La Corte ha stabilito che, a seguito delle riforme del 2012 e 2015, il rapporto di lavoro non gode più di una stabilità tale da proteggere il dipendente dal timore di ritorsioni. Di conseguenza, il termine di prescrizione di cinque anni per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto, ma solo dalla sua cessazione. L'Azienda ha quindi perso la causa e ha dovuto pagare quanto dovuto ai lavoratori.
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Licenziamento tardivo: errore dell’azienda, ma niente reintegra
Un'Azienda notifica il licenziamento a una Lavoratrice inviando la lettera a un indirizzo errato per propria colpa. La comunicazione, spedita una seconda volta, giunge a destinazione oltre il termine di 30 giorni previsto dal contratto collettivo. La Corte di Cassazione stabilisce che questo tipo di licenziamento tardivo non comporta la reintegra nel posto di lavoro. Si tratta, infatti, di una violazione delle regole procedurali che dà diritto al lavoratore solo a una tutela economica (indennità risarcitoria). La reintegra è riservata a vizi più gravi, come l'inesistenza del fatto contestato o la totale assenza di una contestazione disciplinare. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente, che aveva concesso la reintegra.
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Concorso annullato: il diritto all’assunzione del secondo classificato
Un lavoratore, inizialmente vincitore di un concorso pubblico, vede il suo contratto risolto dopo che un ricorso porta alla riformulazione della graduatoria, facendolo scivolare al secondo posto. Tuttavia, il nuovo primo classificato viene escluso perché privo di un requisito essenziale. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: l'annullamento della graduatoria iniziale rende nullo il primo contratto, ma la successiva esclusione del nuovo vincitore fa sorgere un nuovo e autonomo diritto all'assunzione del secondo classificato. I giudici di merito avevano quindi il dovere di esaminare questa nuova pretesa, invece di ritenerla inammissibile. La Corte ha quindi riconosciuto il suo diritto a una valutazione nel merito.
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Licenziamento: la detrazione aliunde perceptum non riduce il tetto
Una lavoratrice, licenziata illegittimamente da una compagnia aerea, ottiene la reintegrazione e un risarcimento. La questione arriva in Cassazione per chiarire il calcolo della compensazione, in particolare la corretta applicazione della detrazione aliunde perceptum (redditi da un nuovo lavoro). La Corte stabilisce un principio fondamentale: i nuovi guadagni devono essere sottratti dal danno totale (le retribuzioni perse dal licenziamento alla reintegra). Solo dopo questa operazione si applica il tetto massimo di 12 mensilità. Se il risultato del calcolo è ancora superiore a 12 mesi di stipendio, il lavoratore ha diritto all'intero importo massimo. La Corte ha quindi dato ragione alla lavoratrice, correggendo l'errore del giudice precedente che aveva sottratto l'aliunde perceptum direttamente dal tetto massimo, riducendo ingiustamente il risarcimento.
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Contratto a termine: l’indennità esclude la regolarizzazione contributiva
Un lavoratore, dopo aver ottenuto la conversione del suo contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato a causa di proroghe illegittime, ha chiesto anche la condanna dell'azienda al pagamento dei contributi previdenziali per il periodo intermedio. La Corte di Cassazione ha respinto questa richiesta. Ha stabilito un principio importante: l'indennità risarcitoria prevista dalla legge (L. 183/2010) per i contratti a termine illegittimi copre già ogni tipo di danno, compreso quello previdenziale. Di conseguenza, non è possibile chiedere una separata regolarizzazione contributiva contratto a termine. In pratica, il lavoratore ha diritto all'indennità, ma non al versamento dei contributi per quel periodo.
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Prescrizione crediti di lavoro: non decorre se il posto non è stabile
La Corte di Cassazione affronta il tema della prescrizione crediti di lavoro. Alcuni lavoratori avevano ottenuto il diritto a calcolare l'apprendistato nell'anzianità di servizio. L'Azienda ha sostenuto che tale diritto fosse prescritto, poiché la richiesta era avvenuta dopo molti anni. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: dopo le riforme del 2012 (Legge Fornero), il rapporto di lavoro non è più assistito da un regime di piena stabilità. Di conseguenza, il lavoratore si trova in una condizione di 'timore' verso il datore. Pertanto, il termine di prescrizione di cinque anni per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma solo dalla sua cessazione. L'Azienda ha perso la causa e ha dovuto pagare le spese legali.
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Prescrizione crediti di lavoro: la Cassazione blocca il termine
Due lavoratori hanno chiesto il riconoscimento dell'anzianità maturata durante l'apprendistato ai fini degli scatti di stipendio. L'Azienda si è opposta, sollevando in Cassazione la questione della prescrizione dei crediti di lavoro. La Corte Suprema ha stabilito un principio fondamentale: dopo le riforme del lavoro del 2012 e 2015, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato non è più assistito da un regime di stabilità forte. Di conseguenza, il lavoratore si trova in una condizione di 'timore' verso il datore. Per questo motivo, la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre durante il rapporto, ma solo dalla sua cessazione. La Corte ha quindi dato ragione ai lavoratori, respingendo il ricorso dell'Azienda.
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Agevolazione contributiva negata se riassumi dopo 11 giorni
La Corte di Cassazione ha negato il diritto all'agevolazione contributiva per assunzione a un'azienda che aveva riassunto a tempo indeterminato due lavoratrici dopo soli 11 e 17 giorni dalla scadenza del loro precedente contratto a termine. Secondo i giudici, una pausa così breve non configura un reale 'incremento occupazionale', requisito essenziale per il beneficio. La riassunzione viene considerata una semplice stabilizzazione di un rapporto di lavoro già esistente e non la creazione di un nuovo posto. L'azienda ha quindi perso la causa e non ha potuto usufruire dello sgravio contributivo per quelle due dipendenti.
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Prescrizione crediti di lavoro: stop al conteggio durante il rapporto
Un lavoratore ha chiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante l'apprendistato. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il diritto a ricevere le differenze retributive fosse scaduto. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Lavoratore, stabilendo un principio fondamentale sulla prescrizione crediti di lavoro. Dopo le riforme del 2012 (Legge Fornero), il rapporto di lavoro non è più considerato sufficientemente stabile da proteggere il dipendente da possibili ritorsioni. Di conseguenza, il termine di prescrizione di cinque anni per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma inizia a contarsi solo dalla sua cessazione. La richiesta del lavoratore è stata quindi accolta.
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Licenziamento collettivo: sede limitata, reintegra del lavoratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittimo un licenziamento collettivo in cui l'azienda aveva limitato la scelta dei lavoratori da licenziare solo a quelli di alcune sedi. Secondo i giudici, i corretti licenziamento collettivo criteri di scelta impongono di considerare tutti i dipendenti con mansioni simili presenti nell'intero complesso aziendale. Restringere la 'platea' senza una valida e specifica ragione tecnica è una violazione sostanziale della procedura. Di conseguenza, il licenziamento è stato annullato e il lavoratore ha ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro, confermando che la scelta non può essere arbitrariamente limitata a livello geografico.
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Licenziamento collettivo: no alla platea limitata, vince il lavoratore
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sul licenziamento collettivo e la platea dei dipendenti da considerare. Un'azienda non può limitare la selezione dei lavoratori da licenziare ai soli dipendenti di una specifica sede o reparto, ma deve, di regola, estenderla a tutto il 'complesso aziendale'. Restringere la platea è possibile solo se l'azienda fornisce motivazioni oggettive e specifiche legate a esigenze tecnico-produttive che rendono non fungibili i lavoratori di sedi diverse. In caso contrario, come nella vicenda analizzata, il licenziamento è illegittimo e il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'Azienda, confermando la vittoria del Lavoratore.
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Sgravi contributivi cambio appalto: ricorso errato, addio bonus
Un'azienda si è vista negare dall'INPS gli sgravi contributivi per l'assunzione di nove lavoratori. Il motivo del diniego era che, nei sei mesi precedenti, altri dipendenti erano stati licenziati a seguito di un cambio appalto. L'azienda ha sostenuto che le cessazioni per cambio appalto non dovrebbero impedire l'accesso ai benefici. La Corte di Cassazione, tuttavia, non ha esaminato la questione nel merito. Ha dichiarato il ricorso dell'azienda inammissibile per un vizio di forma: l'azienda non aveva riportato nel suo atto il testo del contratto collettivo su cui basava le sue ragioni. Di conseguenza, la decisione dell'INPS di negare gli sgravi contributivi cambio appalto è diventata definitiva.
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Prescrizione Crediti di Lavoro: la Riforma Fornero blocca i termini
Un lavoratore ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante l'apprendistato. L'azienda si è opposta, sostenendo che il diritto alle differenze retributive fosse scaduto per prescrizione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo un principio fondamentale sulla prescrizione crediti di lavoro. Dopo le riforme del 2012 (Legge Fornero), il rapporto di lavoro non gode più di una stabilità tale da escludere il timore del licenziamento. Di conseguenza, il termine di prescrizione di cinque anni non decorre durante il rapporto, ma inizia solo dal momento della sua cessazione. L'azienda è stata quindi condannata a pagare le somme dovute.
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Prescrizione crediti di lavoro: il tempo non scade se il posto è a rischio
La Corte di Cassazione affronta il tema della prescrizione crediti di lavoro. Alcuni lavoratori chiedevano il riconoscimento dell'anzianità maturata durante l'apprendistato. L'azienda si opponeva, sostenendo che il diritto fosse prescritto. La Corte ha stabilito che, anche dopo la Riforma Fornero del 2012, il rapporto di lavoro non offre una stabilità tale da eliminare il 'metus' (timore) del lavoratore di essere licenziato. Di conseguenza, il termine di prescrizione di cinque anni per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma inizia solo dalla sua cessazione. I lavoratori hanno quindi vinto, vedendosi riconosciuto il loro diritto.
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