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Legge 428/1990

131 provvedimenti

Licenziamento collettivo illegittimo: reintegra e cessione
Un'azienda aerea avviava una procedura di licenziamento collettivo e licenziava un dipendente ritenendo la sua posizione infungibile ed eccedente. Nel frattempo l'azienda cedeva il ramo d'attività a una seconda società. Il lavoratore contestava la scelta datoriale perché l'impresa non aveva confrontato le sue competenze con quelle di colleghi di pari livello in altri reparti. La Corte d'Appello dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo, ordinando alla nuova società di reintegrare il dipendente e condannando entrambe le aziende al risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione a favore del lavoratore: la comparazione deve considerare l'intera professionalità maturata dal dipendente e il trasferimento d'azienda garantisce la continuità del rapporto di lavoro.
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Trasferimento d’azienda e reintegrazione: tutele per i dipendenti
La vicenda nasce dall'impugnazione di un licenziamento illegittimo intimato nell'ambito di una procedura collettiva da una compagnia aerea cedente a una dipendente. In seguito alla cessione del compendio aziendale a una nuova società, la lavoratrice ha chiesto giudizialmente l'annullamento del recesso e il passaggio del rapporto di lavoro alla società acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso e il diritto della dipendente alla prosecuzione del rapporto presso la società cessionaria. I giudici hanno chiarito che il trasferimento d'azienda e reintegrazione operano pienamente, poiché gli accordi sindacali in deroga non possono sopprimere la tutela dell'occupazione preesistente in contrasto con le norme comunitarie. Di conseguenza, l'azienda cedente risponde delle indennità risarcitorie, mentre la cessionaria deve reintegrare la dipendente.
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Cessione di ramo di azienda: nullo il passaggio fittizio
Una società commerciale ha scorporato un ipermercato creando una nuova azienda e cedendone subito le quote a un terzo privo di garanzie economiche. Pochi giorni dopo il passaggio, la nuova società ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per i dipendenti trasferiti. I giudici di merito hanno accertato la natura fittizia e fraudolenta dell'intera operazione, dichiarando nulla la cessione di ramo di azienda. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questa pronuncia, rigettando le difese della società cedente. L'operazione societaria mirava unicamente a espellere il personale aggirando i vincoli di tutela previsti dalla legge. Di conseguenza, la Corte ha ordinato il ripristino immediato del rapporto di lavoro dei dipendenti presso l'azienda originaria e il pagamento di tutte le retribuzioni maturate sin dal momento del presunto trasferimento.
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Trasferimento d’azienda e crisi: il lavoratore conserva il posto
Un lavoratore licenziato nel 2011 ha ottenuto la ricostituzione del proprio rapporto di lavoro. La Corte d'Appello ha stabilito il suo passaggio automatico alla società subentrante a seguito di un trasferimento d'azienda. Le due società coinvolte nella ristrutturazione hanno ricorso in Cassazione. Le aziende sostenevano che gli accordi sindacali stipulati durante l'amministrazione straordinaria potessero azzerare le tutele dell'occupazione. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi datoriali. I giudici hanno chiarito che, durante un trasferimento d'azienda in crisi, la contrattazione collettiva può modificare le condizioni di lavoro, ma non può escludere il passaggio dei dipendenti alla nuova impresa. Il lavoratore ha quindi vinto la causa, ottenendo la conferma del proprio diritto al posto di lavoro presso la società subentrante.
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Licenziamento collettivo: Vittoria sul merito, ma credito in stand-by
Una Lavoratrice ha contestato il suo **licenziamento collettivo**, ritenendolo illegittimo per l'errata applicazione dei criteri di scelta da parte dell'Azienda, in un contesto di trasferimento d'azienda e successiva amministrazione straordinaria. La Corte d'Appello aveva riconosciuto l'illegittimità del licenziamento e condannato l'Azienda al risarcimento e alla reintegrazione. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità dei criteri di selezione del personale in esubero, ma ha dichiarato improcedibile la domanda di condanna risarcitoria contro l'Azienda in amministrazione straordinaria. Questo significa che le pretese economiche contro un'azienda in tale stato devono essere gestite dal giudice concorsuale, non dal giudice del lavoro. La Lavoratrice ha vinto sull'illegittimità del licenziamento, ma dovrà far valere il suo credito in sede concorsuale.
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Licenziamento collettivo illegittimo: la Cassazione tutela la reintegrazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una lavoratrice licenziata da una Compagnia Aerea nell'ambito di un licenziamento collettivo, ritenuto illegittimo dalla Corte d'Appello. Quest'ultima aveva ordinato la reintegrazione della lavoratrice e il risarcimento del danno, anche considerando la successiva cessione di azienda ad un'altra Compagnia Aerea in amministrazione straordinaria. La Cassazione ha rigettato i ricorsi delle due società, confermando il principio che i criteri di scelta nel licenziamento collettivo devono essere applicati correttamente e che la tutela reintegratoria si estende anche al cessionario. Ha però accolto un motivo di ricorso della cedente per omessa pronuncia sulla restituzione di somme, rinviando la causa su questo specifico punto.
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Licenziamento collettivo: Reintegrazione sì, risarcimento no in crisi aziendale
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un lavoratore licenziato nell'ambito di un licenziamento collettivo e successivo trasferimento d'azienda. La Corte d'Appello aveva ordinato la reintegrazione del lavoratore, ritenendo illegittimo il recesso per errata applicazione dei criteri di scelta e mancata comparazione delle mansioni. La Cassazione ha confermato la reintegrazione del lavoratore presso la società originaria. Tuttavia, ha dichiarato improcedibile la domanda di condanna risarcitoria contro la società acquirente, che si trovava in amministrazione straordinaria. Le pretese economiche contro aziende in procedure concorsuali devono infatti essere gestite dal giudice fallimentare.
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Trasferimento d’azienda e TFR: la deroga sindacale e valida
Alcuni lavoratori sono transitati presso una nuova azienda a seguito di una procedura di concordato preventivo. Un accordo sindacale ha stabilito che la nuova società rispondesse unicamente del TFR maturato dopo l'avvio della crisi, lasciando la quota precedente a carico dell'azienda originaria. I lavoratori hanno richiesto all'azienda subentrante il pagamento integrale del trattamento maturato prima del passaggio. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dei dipendenti, stabilendo la piena validità delle deroghe concordate dai sindacati in sede di ristrutturazione aziendale. In materia di Trasferimento d'azienda e TFR, le intese sindacali volte a salvaguardare i posti di lavoro possono legittimamente limitare la responsabilità del nuovo datore per i crediti pregressi. Il TFR pregresso resta richiedibile all'originario debitore o all'ente previdenziale solo dopo la definitiva cessazione di ogni rapporto lavorativo con il nuovo datore. I lavoratori sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Cessione di ramo d’azienda tra accordi di crisi e tutele legali
Tre dipendenti hanno impugnato il ridimensionamento di stipendio e qualifica subito prima del passaggio al nuovo datore di lavoro. I lavoratori contestano l'uso dell'accordo sindacale di crisi per eludere le garanzie previste durante la cessione di ramo d'azienda. Un lavoratore lamenta inoltre il declassamento di qualifica pur mantenendo le medesime mansioni. La Corte di Cassazione ha evidenziato l'importanza centrale delle questioni sollevate e il rischio di aggiramento delle tutele. La Suprema Corte ha rinviato la decisione alla pubblica udienza per definire un principio di diritto chiaro in materia.
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TFR al Fondo Tesoreria INPS: no al passivo fallimentare
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare della sua ex azienda per recuperare il trattamento di fine rapporto maturato. Il Tribunale ha respinto l'istanza: la società fallita aveva già regolarmente versato le quote del TFR al Fondo Tesoreria INPS, estinguendo ogni proprio debito. Inoltre, il rapporto di lavoro era proseguito senza interruzioni con l'azienda acquirente a seguito di una cessione aziendale. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente il provvedimento del tribunale e ha rigettato il ricorso della dipendente, condannandola alle spese legali. I giudici hanno chiarito che il versamento all'ente previdenziale libera il datore di lavoro insolvente da qualsiasi obbligo e impedisce l'insinuazione del credito nella procedura concorsuale.
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Indennità di turno e cessione: il ricorso aziendale crolla
Un dipendente ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro il datore di lavoro per oltre ventimila euro a titolo di differenze retributive per turni diurni e notturni svolti tra il 2003 e il 2011. L'azienda si è opposta contestando i requisiti della prova scritta e l'interpretazione degli accordi collettivi a seguito del trasferimento di ramo d'azienda. I giudici di merito hanno confermato il credito del dipendente. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso dell'azienda. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di opposizione accerta il merito effettivo del credito e che i motivi aziendali confondevano accordi aziendali locali con contratti collettivi nazionali, confermando la spettanza dell'indennità di turno al lavoratore.
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Indennità di turno: azienda battuta sulle differenze di stipendio
Un lavoratore ottiene un decreto ingiuntivo contro il proprio datore di lavoro per oltre 25.000 euro a titolo di differenze retributive per turni diurni e notturni svolti tra il 2004 e il 2011. La società cessionaria si oppone sostenendo l'inammissibilità dell'ingiunzione e l'inapplicabilità dei precedenti accordi sindacali sulla quantificazione della voce economica. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso dell'azienda. I giudici chiariscono che l'opposizione apre un pieno esame sul merito del credito e che i motivi di ricorso confondono accordi aziendali locali con la contrattazione collettiva nazionale. Il dipendente vince definitivamente la causa e ottiene il pagamento integrale di quanto spettante per l'indennità di turno maturata, con condanna della società alle spese legali.
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Rimborso delle accise: versamento e bilancio ribaltano l’esito
Un'azienda fornitrice di energia ha richiesto il rimborso delle accise versate sul gas naturale destinato alla produzione elettrica, ritenendole indebite in base alle norme europee. I giudici tributari regionali avevano accolto la domanda, considerando tempestiva l'istanza rispetto alla dichiarazione annuale ed escludendo la traslazione del costo sui clienti. L'amministrazione finanziaria ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto le censure erariali: trattandosi di imposte non dovute fin dall'origine, il termine di decadenza biennale decorre dalla data del singolo versamento e non dalla dichiarazione annuale. Inoltre, i giudici devono esaminare i bilanci societari per verificare se l'onere tributario sia confluito nel prezzo finale praticato all'utente. La decisione impugnata è stata cassata con rinvio.
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Rimborso accise energia elettrica: l’errore formale cancella il credito
Un'azienda energetica ha richiesto il rimborso accise energia elettrica e delle addizionali provinciali per l'anno 2006, ritenendo di aver versato acconti in eccedenza. L'Agenzia delle Dogane ha negato il rimborso. La Commissione Tributaria Regionale ha dichiarato inammissibile la richiesta perché l'azienda non aveva preventivamente comunicato l'istanza all'ufficio delle imposte che aveva ricevuto la dichiarazione dei redditi, violando la legge n. 428/1990. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che tale omessa comunicazione determina l'inammissibilità insanabile della domanda di rimborso. Questo vizio è rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del giudizio. Di conseguenza, l'azienda perde definitivamente il diritto al rimborso e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Diritto all’assunzione: perché l’anzianità da sola non basta
Tre piloti hanno fatto causa alla Società Subentrante rivendicando il proprio diritto all'assunzione sulla base di accordi sindacali siglati durante una complessa procedura di crisi aziendale. I lavoratori lamentavano la violazione dei criteri di selezione e del numero minimo di assunzioni previsti dalle intese collettive. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda poiché i piloti non hanno fornito la prova di possedere i requisiti selettivi richiesti dagli accordi, i quali privilegiavano le esigenze organizzative rispetto alla sola anzianità di servizio. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dei lavoratori. La sentenza ribadisce che spetta al lavoratore l'onere di dimostrare il possesso dei requisiti previsti dagli accordi collettivi per poter pretendere l'assunzione, escludendo automatismi basati sulla sola anzianità lavorativa.
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Rimborso IVA non dovuta: no al doppio incasso se paga il cliente
Una compagnia aerea ha richiesto all'Amministrazione Finanziaria il rimborso IVA non dovuta, applicata per errore sui biglietti venduti. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato la richiesta poiché la società aveva già addebitato l'imposta ai passeggeri senza poi restituirla. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della compagnia aerea, confermando che il rimborso IVA non dovuta può essere negato se il tributo è stato interamente traslato sui clienti finali. In caso contrario, si verificherebbe un ingiustificato arricchimento per l'impresa, la quale incasserebbe due volte la stessa somma (dai clienti e dallo Stato). La decisione tutela il principio di neutralità fiscale e impedisce speculazioni indebite a danno dell'Erario.
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Licenziamento collettivo: no ai tagli se l’azienda assume
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo avviato da una compagnia aerea e la nullità del recesso intimato a una lavoratrice nel periodo protetto per matrimonio. I giudici hanno accertato la violazione dei criteri di scelta dei lavoratori, illegittimamente limitati a livello locale anziché nazionale, e l'acquisizione di nuovo personale in concomitanza con la procedura di esubero. Inoltre, in caso di trasferimento d'azienda in crisi, l'accordo sindacale non può escludere il passaggio automatico dei dipendenti all'impresa acquirente. Di conseguenza, la Corte ha respinto i ricorsi delle società, confermando l'obbligo di reintegrare le lavoratrici e di risarcire i danni in solido.
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Licenziamento in periodo protetto: no ai tagli per nozze e crisi
Una lavoratrice viene licenziata entro l'anno dalle pubblicazioni di matrimonio. L'Azienda cedente giustifica il recesso con la crisi e il trasferimento del compendio aziendale all'Azienda acquirente, escludendo la dipendente dal passaggio in forza di un accordo sindacale. La Corte di Cassazione conferma la nullità del provvedimento, qualificandolo come licenziamento in periodo protetto. I giudici chiariscono che la ristrutturazione aziendale non equivale alla cessazione dell'attività. Inoltre, gli accordi sindacali per le aziende in crisi possono modificare le condizioni di lavoro, ma non possono escludere il trasferimento automatico dei dipendenti all'acquirente. La Cassazione rigetta i ricorsi delle società, confermando il diritto alla reintegrazione.
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Licenziamento collettivo: sì alla reintegra, no al risarcimento
Due lavoratrici aeroportuali impugnano il licenziamento intimato dall'azienda cedente nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il recesso per violazione dei criteri di scelta, avendo l'azienda limitato irragionevolmente il confronto al solo scalo di Milano-Linate invece che all'intero territorio nazionale. Ordina quindi la reintegra alle dipendenze dell'azienda cessionaria. La Cassazione conferma l'illegittimità del licenziamento collettivo e l'obbligo di reintegra. Tuttavia, accoglie il ricorso della cessionaria in amministrazione straordinaria limitatamente alla condanna al risarcimento del danno: le pretese economiche contro una società in procedura concorsuale vanno infatti azionate davanti al giudice fallimentare e non davanti al giudice del lavoro, dichiarando la domanda risarcitoria improcedibile in questa sede.
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Licenziamento collettivo: posto salvo ma risarcimento bloccato
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di due lavoratrici aeroportuali, avvenuto all'esito di una procedura di licenziamento collettivo. La società cedente aveva limitato illegittimamente la scelta del personale da licenziare a una singola unità produttiva, senza dimostrare reali esigenze organizzative che impedissero il confronto con i dipendenti a livello nazionale. La Suprema Corte ha confermato il diritto alla reintegrazione delle lavoratrici presso la società cessionaria. Tuttavia, ha accolto il ricorso di quest'ultima, nel frattempo entrata in amministrazione straordinaria, dichiarando improcedibile la richiesta di risarcimento economico davanti al giudice del lavoro: tale pretesa economica deve essere infatti avanzata esclusivamente davanti al giudice fallimentare per garantire la parità tra tutti i creditori.
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